Insegne bilingui

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Le parole dell’Esquilino

Cinesi, integrazione e un concorso letterario Jin Jian scrive, nella sua lingua di piazza Vittorio e dintorni, delle difficoltà e umiliazioni dell’integrazione Racconti che parlano di confini, momenti di passaggio, di una convivenza non semplice

di Paolo Petroni

Quanti di noi sanno che i cinesi amano molto il liscio, hanno messo su scuole di tango e ballano, e attraverso il ballo è possibile aprire un varco nel loro isolamento e attivare canali diversi, amicali, di comunicazione con loro? E’ quel che accade all’Esquilino, dove attraverso questo tipo di contatti si supera la diffidenza e si scopre, per esempio, che i cinesi sono molto generosi, basta metterli in grado di lavorare, perché è per quello che hanno lasciato il loro paese e sono arrivati fino qui. Nel gennaio 1999 un grande titolo del Messaggero lanciava l’allarme: «Anno 1999, fuga dal quartiere Esquilino», parlando di invasione extracomunitaria e di svendite in massa di abitazioni e negozi, che in realtà erano iniziate già da tempo. A una decina d’anni di distanza all’Esquilino, che ha la nobiltà di rione di Roma (non un quartiere), dove in certe strade le insegne cinesi, indiane, orientali e africane sono davvero tante, l’impegno preso è quello che diverranno tutte bilingue, tutte anche in italiano. E’ una delle cose che prevede il protocollo d’intesa con la comunità cinese, firmato a metà maggio dal Comune, nella persona dell’assessore (alle politiche giovanili e la sicurezza) Jean Leonard Touadì. La comunità si impegna a rispettare le varie leggi e regolamenti sul commercio, a nominare un responsabile di strada che collabori con il responsabile italiano e l’Ama per il decoro della stessa, a favorire l’integrazione «evitando la diffusione di comportamenti tesi alla formazione di nuovi quartieri monoetnici». Le stesse intenzioni riguardano il Comune, che promette anche corsi di lingua italiana. Non può stupire allora che tra i cinque vincitori, l’anno scorso, di un concorso letterario che aveva per tema la vita di quel quartiere, ci fosse Jin Jian, che scrive in cinese di piazza Vittorio e dintorni, delle difficoltà e umiliazioni dell’integrazione e del suo orgoglio di essere cinese. C’è stato bisogno di un traduttore perché la giuria potesse leggerlo, ricorda Emanuela Widmar, professoressa di lingua straniera in una scuola media ma soprattutto una delle animatrici di «Il cielo sopra Esquilino» (sede in Via Galilei, 57), associazione di Rione, che si dedica al dialogo interculturale, pubblica il foglio bimestrale dall’ironico titolo «Cielo l’Esquilino!» e ha promosso, grazie all’impegno di Francesco Tarquini, il premio chiamato con coerenza «Parole sopra Esquilino». Non è nemmeno un caso, a sconfessare certe leggende metropolitane che vorrebbero quella zona ormai in mano appunto totalmente agli orientali, che gli altri vincitori fossero italiani, come nella seconda edizione del concorso 2007, che si è conclusa da poco. Il riconoscimento, una pergamena, è stato consegnato quest’anno a Antonio Piccinni, Nina Smozine, Carlo Terriaca, Massimo Turrini e Emanuele Vacchetto, i cui scritti la giuria ha avuto anonimi, con una cerimonia svoltasi non a caso nel bel cortile della Facoltà di Studi Orientali in via Principe Amedeo, una delle vie sempre citate come «invase». Al bando hanno risposto in moltissimi, tutti non professionisti della scrittura, e i cinque prescelti, come premio, saranno pubblicati in un volumetto distribuito poi gratuitamente in scuole e associazioni del rione, ma non solo. Quest’anno il tema del premio era la notte, forse per omaggio a quel popolo della notte che lavora in posti nevralgici mentre il resto della città dorme, ma anche a chi quelle ore sceglie per vivere la città in libertà o per necessità. La notte come buio che nasconde, ma che può anche rivelare, che magari avvicina quel che il giorno sembra separare, o viceversa, notte complice quanto può essere ostile. Sarà per questo che si è trattato di racconti che parlavano di un confine, di un momento di passaggio, di un contrasto o una convivenza non semplice, quasi a farne metafora del quartiere, della sua anima vecchia nuova. E il tema più frequentemente connesso è la solitudine, una solitudine da superare per sopravvivere. Chi rischia di più, ci dicono i cinque vincitori 2007, è chi è lasciato solo. Per questo «Il cielo sopra Esquilino» ha voluto esprimere una menzione speciale per due prove particolari, quella di un immigrato, Ionatas Tim Marves, e quella collettiva dei partecipanti al Laboratorio di scrittura del Centro di Igiene Mentale di Via Palestro.

(Dal Corriere della Sera, 11/7/2007).

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