Iniziative esagerate

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I care? We can? Rispondete in italiano

La nostra lingua Il suo futuro identitario è ancora una volta in gioco: Schifani (Fi) e Perduca (Pd) chiedono più semplicità. Ma cosa serve sbarazzarsi di parole come “premier” o “devolution”?

di Massimo Arcangeli

Ci risiamo. Durante il secondo governo Berlusconi un senatore di Forza Italia (oggi in quota Popolo della Libertà), nel lanciare la proposta di un “Consiglio superiore della Lingua italiana”, aveva tuonato contro l’oscurità del burocratese responsabile della “sindrome di smarrimento” che colpiva stuoli di inermi cittadini. Stigmatizzava, Andrea Pastore, soprattutto quell’impigrimento traduttorio che, complice certo snobismo esterofilo, lasciava preferire l’anglo-americano all’italiano; via libera dunque a “giralibri” per “bookcrossing”, (canale) “chiacchiera” per “chat line”, “ora felice” per “happy hour”, “ospedale in giornata” per “day hospital”; oppure a “finanza di progetto” per “joint venture”, “affiliazione commerciale” per “franchising”, “locazione commerciale” per “leasing”; arretrava, il senatore al solo “persecuzione” per l’ostico mobbing. Ora l’imperante anglomania, con l’incapacità dell’attuale politica di parlare alla popolazione (questione ben più delicata del vizioso esoterismo della pubblica amministrazione), è balzata nuovamente all’onore delle cronache. Il destro l’ ha offerto Renato Schifani, con il riferimento all’immediatezza e alla semplicità della comunicazione politica come ricetta per sconfiggere il partito dell’antipolitica. Al resto ha pensato Marco Perduca, senatore (radicale) anche lui, eletto nelle file del Pd, che ha richiamato l’“ecologia linguistica” per giustificare l’avvio di una serie di iniziative a tutela della lingua italiana sviluppate in collaborazione con l’Era (Esperanto Radikala Asocio): sul sito dell’associazione radicale (www.centopercentoitaliano.it) si possono leggere affermazioni di questo tenore: “Oggi la Resistenza, meglio la refrattarietà dei giovani italiani all’inglese, è l’ultimo baluardo a difesa dell’Italia e dell’identità italiana”; qualcuno ricorderà che il suo segretario Giorgio Pagano, l’anno passato, definì “impegnati in un’opera di distruzione della identità culturale dell’Italia” il Politecnico di Torino e il suo rettore Profumo per aver attivato lauree triennali di ingegneria e architettura esclusivamente in lingua inglese (esonerando per giunta dal pagamento delle tasse di iscrizione per il primo anno chi le avesse scelte).

Ancora una volta è dunque in gioco il futuro identitario italiano. Ma l’Italia non è la sola arroccata a protezione del “patrimonio” linguistico; in altri Paesi europei, (anche dell’est: dall’Ungheria alla Russia) iniziative analoghe non si contano: perfino nella liberalissima Svezia, diversi anni fa, il Consiglio Linguistico Svedese (lo Svenska Sprachnămnden) si è fatto promotore di un intervento a tutela della lingua nazionale per gli effetti negativi prodotti dall’inglese.

In tutti i casi, con lo strumento linguistico, a essere difesa è una identità che si avverte minacciata dal regime planetario della globalizzazione (e dai nuovi assetti multietnici e multiculturali del Vecchio Continente).

Arginare l’avanzata dell’anglo-americano, accolto spesso passivamente, o impedire con opportune iniziative politiche e diplomatiche, i tentativi di declassare la nostra lingua in seno alla Ue, mi sembrano azioni di tutela dell’italiano pienamente legittime. Estremismi ed eslusivismi no, non vanno proprio bene: e a nulla serve sostenere, come fa Perduca, che sbarazzarsi di “premier” e di “question time”, “bipartisan” e “devolution” non farebbe un’oncia di danno perché anglicismi che “non corrispondono minimamente al contenuto istituzionale italiano”.

Chi sa poi cosa penseranno sull’argomento il Veltroni prima dell’“I car” di Kennedy (e Don Milani), poi dello “Yes, I can” di Obama; lo stesso Berlusconi, che ha parlato di “know – how” davanti ai giovani industriali riuniti a convegno a Santa Margherita Ligure; perfino Papa Benedetto XVI, il quale un paio d’anni fa, in una intervista concessa a reti tedesche, si lasciò sfuggire la medesima espressione. Viene subito in mente, a lingue e nazionalità invertite, un famoso episodio: quello proprio di un John F. Kennedy che, nel lontano 1963, pronunciò a Berlino la storica frase Ich bin ein Berliner”. “Gli italiani non sono tenuti a conoscere una lingua straniera per orientarsi nei meandri della politica”, ha detto Perduca. Vero. La politica, a sua volta, non ha certo bisogno di conoscere e (diffondere) l’italiano per sapersi orientare in meandri che continuerebbe a percorrere comunque sempre assai bene. Gli italiani, per altro, l’inglese già lo studiano poco. Non vorrei che la “resistenza” nei suoi confronti diventasse un comodo alibi per studiarlo ancora di meno o liberarsi una volta per tutte della sua ingombrante presenza. E, poi, sempre meglio la “deregulation” delle “vecchie convergenze parallele”.

(Da L’Unità, 10/6/2008).

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2 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

I care? We can? Rispondete in italiano<br /><br />
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La nostra lingua Il suo futuro identitario è ancora una volta in gioco: Schifani (Fi) e Perduca (Pd) chiedono più semplicità. Ma cosa serve sbarazzarsi di parole come “premier” o “devolution”?<br /><br />
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Ci risiamo. Durante il secondo governo Berlusconi un senatore di Forza Italia (oggi in quota Popolo della Libertà), nel lanciare la proposta di un “Consiglio superiore della Lingua italiana”, aveva tuonato contro l’oscurità del burocratese responsabile della “sindrome di smarrimento” che colpiva stuoli di inermi cittadini. Stigmatizzava, Andrea Pastore, soprattutto quell’impigrimento traduttorio che, complice certo snobismo esterofilo, lasciava preferire l’anglo-americano all’italiano; via libera dunque a “giralibri” per “bookcrossing”, (canale) “chiacchiera” per “chat line”, “ora felice” per “happy hour”, “ospedale in giornata” per “day hospital”; oppure a “finanza di progetto” per “joint venture”, “affiliazione commerciale” per “franchising”, “locazione commerciale” per “leasing”; arretrava, il senatore al solo “persecuzione” per l’ostico mobbing. Ora l’imperante anglomania, con l’incapacità dell’attuale politica di parlare alla popolazione (questione ben più delicata del vizioso esoterismo della pubblica amministrazione), è balzata nuovamente all’onore delle cronache. Il destro l’ ha offerto Renato Schifani, con il riferimento all’immediatezza e alla semplicità della comunicazione politica come ricetta per sconfiggere il partito dell’antipolitica. Al resto ha pensato Marco Perduca, senatore (radicale) anche lui, eletto nelle file del Pd, che ha richiamato l’“ecologia linguistica” per giustificare l’avvio di una serie di iniziative a tutela della lingua italiana sviluppate in collaborazione con l’Era (Esperanto Radikala Asocio): sul sito dell’associazione radicale (www.centopercentoitaliano.it) si possono leggere affermazioni di questo tenore: “Oggi la Resistenza, meglio la refrattarietà dei giovani italiani all’inglese, è l’ultimo baluardo a difesa dell’Italia e dell’identità italiana”; qualcuno ricorderà che il suo segretario Giorgio Pagano, l’anno passato, definì “impegnati in un’opera di distruzione della identità culturale dell’Italia” il Politecnico di Torino e il suo rettore Profumo per aver attivato lauree triennali di ingegneria e architettura esclusivamente in lingua inglese (esonerando per giunta dal pagamento delle tasse di iscrizione per il primo anno chi le avesse scelte).<br /><br />
Ancora una volta è dunque in gioco il futuro identitario italiano. Ma l’Italia non è la sola arroccata a protezione del “patrimonio” linguistico; in altri Paesi europei, (anche dell’est: dall’Ungheria alla Russia) iniziative analoghe non si contano: perfino nella liberalissima Svezia, diversi anni fa, il Consiglio Linguistico Svedese (lo Svenska Sprachnămnden) si è fatto promotore di un intervento a tutela della lingua nazionale per gli effetti negativi prodotti dall’inglese.<br /><br />
In tutti i casi, con lo strumento linguistico, a essere difesa è una identità che si avverte minacciata dal regime planetario della globalizzazione (e dai nuovi assetti multietnici e multiculturali del Vecchio Continente).<br /><br />
Arginare l’avanzata dell’anglo-americano, accolto spesso passivamente, o impedire con opportune iniziative politiche e diplomatiche, i tentativi di declassare la nostra lingua in seno alla Ue, mi sembrano azioni di tutela dell’italiano pienamente legittime. Estremismi ed eslusivismi no, non vanno proprio bene: e a nulla serve sostenere, come fa Perduca, che sbarazzarsi di “premier” e di “question time”, “bipartisan” e “devolution” non farebbe un’oncia di danno perché anglicismi che “non corrispondono minimamente al contenuto istituzionale italiano”.<br /><br />
Chi sa poi cosa penseranno sull’argomento il Veltroni prima dell’“I car” di Kennedy (e Don Milani), poi dello “Yes, I can” di Obama; lo stesso Berlusconi, che ha parlato di “know – how” davanti ai giovani industriali riuniti a convegno a Santa Margherita Ligure; perfino Papa Benedetto XVI, il quale un paio d’anni fa, in una intervista concessa a reti tedesche, si lasciò sfuggire la medesima espressione. Viene subito in mente, a lingue e nazionalità invertite, un famoso episodio: quello proprio di un John F. Kennedy che, nel lontano 1963, pronunciò a Berlino la storica frase Ich bin ein Berliner”. “Gli italiani non sono tenuti a conoscere una lingua straniera per orientarsi nei meandri della politica”, ha detto Perduca. Vero. La politica, a sua volta, non ha certo bisogno di conoscere e (diffondere) l’italiano per sapersi orientare in meandri che continuerebbe a percorrere comunque sempre assai bene. Gli italiani, per altro, l’inglese già lo studiano poco. Non vorrei che la “resistenza” nei suoi confronti diventasse un comodo alibi per studiarlo ancora di meno o liberarsi una volta per tutte della sua ingombrante presenza. E, poi, sempre meglio la “deregulation” delle “vecchie convergenze parallele”.<br /><br />
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Daniela Giglioli
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Ci risiamo. Durante il secondo governo Berlusconi un senatore di Forza Italia (oggi in quota Popolo della Libertà), nel lanciare la proposta di un “Consiglio superiore della Lingua italiana”, aveva tuonato contro l’oscurità del burocratese responsabile della “sindrome di smarrimento” che colpiva stuoli di inermi cittadini. Stigmatizzava, Andrea Pastore, soprattutto quell’impigrimento traduttorio che, complice certo snobismo esterofilo, lasciava preferire l’anglo-americano all’italiano; via libera dunque a “giralibri” per “bookcrossing”, (canale) “chiacchiera” per “chat line”, “ora felice” per “happy hour”, “ospedale in giornata” per “day hospital”; oppure a “finanza di progetto” per “joint venture”, “affiliazione commerciale” per “franchising”, “locazione commerciale” per “leasing”; arretrava, il senatore al solo “persecuzione” per l’ostico mobbing. Ora l’imperante anglomania, con l’incapacità dell’attuale politica di parlare alla popolazione (questione ben più delicata del vizioso esoterismo della pubblica amministrazione), è balzata nuovamente all’onore delle cronache. Il destro l’ ha offerto Renato Schifani, con il riferimento all’immediatezza e alla semplicità della comunicazione politica come ricetta per sconfiggere il partito dell’antipolitica. Al resto ha pensato Marco Perduca, senatore (radicale) anche lui, eletto nelle file del Pd, che ha richiamato l’“ecologia linguistica” per giustificare l’avvio di una serie di iniziative a tutela della lingua italiana sviluppate in collaborazione con l’Era (Esperanto Radikala Asocio): sul sito dell’associazione radicale (www.centopercentoitaliano.it) si possono leggere affermazioni di questo tenore: “Oggi la Resistenza, meglio la refrattarietà dei giovani italiani all’inglese, è l’ultimo baluardo a difesa dell’Italia e dell’identità italiana”; qualcuno ricorderà che il suo segretario Giorgio Pagano, l’anno passato, definì “impegnati in un’opera di distruzione della identità culturale dell’Italia” il Politecnico di Torino e il suo rettore Profumo per aver attivato lauree triennali di ingegneria e architettura esclusivamente in lingua inglese (esonerando per giunta dal pagamento delle tasse di iscrizione per il primo anno chi le avesse scelte).<br /><br />
Ancora una volta è dunque in gioco il futuro identitario italiano. Ma l’Italia non è la sola arroccata a protezione del “patrimonio” linguistico; in altri Paesi europei, (anche dell’est: dall’Ungheria alla Russia) iniziative analoghe non si contano: perfino nella liberalissima Svezia, diversi anni fa, il Consiglio Linguistico Svedese (lo Svenska Sprachnămnden) si è fatto promotore di un intervento a tutela della lingua nazionale per gli effetti negativi prodotti dall’inglese.<br /><br />
In tutti i casi, con lo strumento linguistico, a essere difesa è una identità che si avverte minacciata dal regime planetario della globalizzazione (e dai nuovi assetti multietnici e multiculturali del Vecchio Continente).<br /><br />
Arginare l’avanzata dell’anglo-americano, accolto spesso passivamente, o impedire con opportune iniziative politiche e diplomatiche, i tentativi di declassare la nostra lingua in seno alla Ue, mi sembrano azioni di tutela dell’italiano pienamente legittime. Estremismi ed eslusivismi no, non vanno proprio bene: e a nulla serve sostenere, come fa Perduca, che sbarazzarsi di “premier” e di “question time”, “bipartisan” e “devolution” non farebbe un’oncia di danno perché anglicismi che “non corrispondono minimamente al contenuto istituzionale italiano”.<br /><br />
Chi sa poi cosa penseranno sull’argomento il Veltroni prima dell’“I car” di Kennedy (e Don Milani), poi dello “Yes, I can” di Obama; lo stesso Berlusconi, che ha parlato di “know – how” davanti ai giovani industriali riuniti a convegno a Santa Margherita Ligure; perfino Papa Benedetto XVI, il quale un paio d’anni fa, in una intervista concessa a reti tedesche, si lasciò sfuggire la medesima espressione. Viene subito in mente, a lingue e nazionalità invertite, un famoso episodio: quello proprio di un John F. Kennedy che, nel lontano 1963, pronunciò a Berlino la storica frase Ich bin ein Berliner”. “Gli italiani non sono tenuti a conoscere una lingua straniera per orientarsi nei meandri della politica”, ha detto Perduca. Vero. La politica, a sua volta, non ha certo bisogno di conoscere e (diffondere) l’italiano per sapersi orientare in meandri che continuerebbe a percorrere comunque sempre assai bene. Gli italiani, per altro, l’inglese già lo studiano poco. Non vorrei che la “resistenza” nei suoi confronti diventasse un comodo alibi per studiarlo ancora di meno o liberarsi una volta per tutte della sua ingombrante presenza. E, poi, sempre meglio la “deregulation” delle “vecchie convergenze parallele”.<br /><br />
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