Engléxit. Una grande opportunità per l’Italia: italiano lingua di lavoro e dei brevetti Ue

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Engléxit. Italia alla riscossa: italiano lingua di lavoro, e dei brevetti, Ue.

Dichiarazione di Giorgio Pagano,  Segretario dell’ERA onlus.

Nella mia dichiarazione del 24 giugno avevo detto come la Brexit fosse anche una Englexit, ossia l’uscita dell’inglese dal novero delle lingue comunitarie e come, ciò, fornisse all’Italia una grande opportunità di riscossa rispetto a quanto finora subito da tutto il sud Europa dal Nord Europa. A tale proposito avevo citato 3 libertà conquistabili: la libertà dalla nazionalizzazione linguistica inglese della scuola italiana, libertà dall’oppressione linguistica inglese nei progetti europei, la libertà dal Brevetto unitario anglo-franco-tedesco e, proprio in relazione ad esso nella dichiarazione del 25 giugno avevo detto come, non potendo più essere Londra e l’inglese sede e lingua di uno dei tre Uffici e Corti del brevetto unitario europeo doveva immediatamente partire una richiesta in tal senso da parte del Governo italiano.
La sede più opportuna ed immediata avrebbe potuto essere quella del vertice a tre, a Berlino, con Renzi a posto di Cameron, del 27 Giugno 2016 ma, ciò non è stato. Tanto meno lo è stato nel Consiglio europeo del 28 e 29 giugno da come si evince dalla conferenza stampa dello stesso Renzi del 29, in cui ha sì spiegato come “Purtroppo, di fronte a un grande fatto come la Brexit, l’atteggiamento talvolta timido che noi abbiamo, è quella di pensare, sempre soltanto, a quali sono le ricadute per l’Italia.”
E pur ribadendo che “Il problema italiano in questo momento è essere leader in Europa, e cambiare le regole del gioco politico in Europa.” ha anche spiegato che però quando sostiene che bisogna cambiare, non intende cambiare i Trattati, bensì “dare più attenzione. Dare più attenzione agli ideali. L’Europa che sia l’Europa degli asili nido, della cultura, dei musei e degli innovatori e non soltanto l’Europa dei burocrati e dei finanzieri.”

Sono fin troppo d’accordo d’accordo sul cattivo riflesso degli italiani che pensano, sempre e soltanto, a quali sono le ricadute della Brexit per loro anzi, sostengo che è molto peggio di così; a leggere gli articoli non solo per la Brexit ma, soprattutto per per la Englexit, sembra di leggere articoli di uomini sull’orlo di un femminicidio nei confronti di quella che si erano abituati a vedere come la loro ragazza inglese.

Però se davvero “il problema italiano in questo momento è essere leader in Europa, e cambiare le regole del gioco politico in Europa”, come sostiene il Presidente del Consiglio, risolverlo con “l’Europa degli asili nido, della cultura, dei musei e degli innovatori” al posto dell’Europa dei burocrati e dei finanzieri appare un po’ troppo generico e vago.

Renzi deve sapere che, invece, proprio la Brexit e la Englexit possono e, a mio avviso devono, essere una grande opportunità di riscossa del Paese che deve chiedere ai partner europei il subentro dell’italiano all’inglese tra le lingua di lavoro europee, accanto a francese e tedesco, e che l’italiano e Roma siano rispettivamente la lingua e la città del Brevetto unitario europeo al posto di Londra e dell’inglese.

Una leadership europea si conquista rappresentando, finalmente ed emblematicamente, gli interessi che non sono solo italiani, bensì di tutta l’Europa del sud – dal Portogallo ad ovest fino alla Grecia ed alla Romania ad Est – finora emarginata e sfruttata da questa che, fino ad oggi è stata solo l’Europa dei popoli del nord.

Se dobbiamo affermare l’Europa degli innovatori, dobbiamo farlo rivendicando il ruolo storico di Roma sia come patria del diritto che dell’innovazione – quantomeno nell’ingegneria e nell’architettura -, affinché essa possa essere il centro dell’innovazione non solo del sud, del sud-est e del sud-ovest europeo ma, anche, per tutti quei Paesi del nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo.
Se dobbiamo affermare “l’Europa della cultura” lo dobbiamo fare richiedendo che l’italiano divenga lingua di lavoro accanto a francese e tedesco, nella consapevolezza di aver dato vita, con Dante Alighieri, all’umanesimo linguistico dell’intera Europa; nella consapevolezza che l’internazionalizzazione è possibile farla, anzi, dobbiamo farla in italiano – anziché subirla da altri popoli e lingue – nella consapevolezza che, dopo quella cinese di 200 milioni di individui, la diaspora italiana nel mondo è la più numerosa, 80 milioni di persone che, unite ai 60 milioni di residenti in Italia, porta il potenziale linguistico-culturale del Paese ad oltre 140 milioni di persone; nella consapevolezza che l’italiano è anche la lingua ufficiale del Vaticano che, sempre a Roma ha la sua “Mecca”, centro geografico della fede di oltre un miliardo e 229 milioni di fedeli, i quali propagano la potenziale internazionalizzazione della lingua italiana a quasi 1 miliardo e 370 milioni di persone,  interessate, evidentemente, a dialogare, crescere, fare anche affari, in italiano.




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