Inglese, quanto ci costi!

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E SE … ESPERANTO ANZI CHE … INGLESE?

di Anne Pitteloud

Elementare!! Per gli scambi “internazionali” adottiamo … l’Esperanto!

L’idea sembra un po’ bizzarra, nevvero?

Eppure “nessuna altra alternativa garantisce pari grado di equità ai cittadini d’Europa”! Questa la conclusione di François Grin nel suo saggio: “Costi e giustizia linguistici nell’Unione Europea allargata”. Professore di Economia alla ETI (Scuola di traduzione e interpretariato) dell’Università di Ginevra e Direttore aggiunto al Servizio Ricerche Educative della istruzione pubblica ginevrina, il Grin calcola i pregi di diversi progetti , avvalendosi di una “analisi economica delle politiche linguistiche” che è un’autentica “prima” in materia. Cosa occorre scegliere ? 1) una sola lingua, fortissima, 2) un “paniere” di lingue “ufficiali”, 3) una lingua “esterna” , tipo Latino od Esperanto ?

La questione è resa più acuta da un periodo in cui la globalizzazione parla “Inglese” e l’Unione Europea si dilata a 21 paesi.

L’Autore perviene a tre conclusioni.

Primo: non esiste nessun regime linguistico che si imponga in modo assoluto come preferibile ad un altro; tutto dipende dai criteri di valutazione. Così, ad esempio, la scelta delle lingue di lavoro nell’UE è frutto di una attribuzione di preminenza e quindi di giochi di potere, ben prima che il risultato di una “fatalità” o di una particolare legge fisica.

Secondo: nel dare libero campo all’Inglese il tornaconto “economico” c’entra per niente.

Terzo: l’Inglese dilagante è, di fatto, una soluzione estremamente priva di equità che determina flussi di capitali da calcolarsi in miliardi di Euro ogni anno.

Secondo Grin non c’è ragione alcuna, (tecnica, economica o altra) che giustifichi un tale ingiusto sbilancio. In qualsiasi altro settore della vita politica quanto si verifica qui verrebbe giudicato “inaccettabile”.

In un lavoro di imminente pubblicazione l’Autore espone delle cifre! La Gran Bretagna ogni anno guadagna non meno di 10 miliardi netti di Euro dal predominio linguistico. “Se si tien conto dell’effetto moltiplicatore di certi componenti di tale somma, quali il reddito dei capitali che i paesi anglofoni possono collocare “diversamente” grazie alla posizione privilegiata della loro lingua, allora i miliardi sfiorano i 18”.

I paesi anglofoni traggono profitto dall’immenso mercato della loro didattica ( corsi, libri, manuali, traduzioni ecc.) e , al tempo stesso, economizzano sui propri corsi di insegnamento. Anche gli Stati Uniti, afferma ancora il Grin, risparmiano all’incirca ogni anno 16 miliardi di Dollari, per il semplice fatto che l’insegnamento delle lingue estere, nella loro scuola dell’obbligo, ha dimensioni ridottissime. Si tratta di un somma “astronomica” perché è tripla del bilancio annuale della Fondazione Scientifica Nazionale, l’organo federale di sostegno alla Ricerca e allo Sviluppo. Tale situazione economica si traduce in relativi tassi di crescita più elevati che, in qualche modo, vengono “cofinanziati” da tutti i paesi non anglofoni che accettano di fare dell’Inglese “LA” lingua mondiale.

Gli studenti esteri poi arrecano circa 13 miliardi di Dollari alle casse delle Università statunitensi e, quindi, all’Economia di quello Stato.

NON CRIMINALIZZARE L’INGLESE

A loro volta gli altri Paesi devono destinare somme considerevoli alla glottodidattica senza che i loro allievi riescano mai a raggiungere il livello di eccellenza degli Anglofoni. Il divario permane sia per quanto riguarda il “capire” che l’ “esprimersi” (specie in pubblici dibattiti) e, in casi conflittuali o di trattative, ci si trova effettivamente andicappati. Posizioni di inferiorità e di insicurezza non facili da quantificare, ma che, negli affari mondiali, garantiscono uno scoperto vantaggio agli anglofoni. Altra conseguenza è che i “madrelingua”, per così dire “egemoni”, sono favoriti nelle assunzioni lavorative .

Non si deve però, con questo, colpevolizzare più di tanto l’Inglese perché, qualunque altra lingua “nazionale” fosse “la prescelta”, succederebbe lo stesso! Ma allora? Dove c’è una sola lingua, in sostanza, ci saranno anche “pensiero e dominatori unici” ? Carlo Saverio Durant in “Manipolazione delle menti attraverso la distruzione delle lingue” evidenzia che “ essendo Lingua e Cultura indissolubilmente associate, la Lingua promuove “di fatto” gli interessi di quei Paesi per i quali essa è anche “idioma nazionale”.

PER UN VERO PLURILINGUISMO, L’ESPERANTO

Allora la soluzione va cercata “altrove”. Il Grin dimostra che esistono modelli comunicativi meno lesivi dell’equità, sia in termini finanziari che umani. Andando per eliminazione giunge a constatare che, al presente, l’Esperanto è fuor di dubbio il candidato più in regola.

E, per non essere frainteso, parla chiaro: “È verissimo che qualsiasi suo utilizzo viene sistematicamente scartato, spesso con motivazioni che denotano grande ignoranza, ma ciò non toglie che esso mantenga tutta la sua idoneità, a lungo termine, di elemento-chiave per un’equa soluzione UnioEuropea.”

Lo studioso fa notare che i costi didattici dell’Esperanto sono senza confronto i più bassi, qualunque sia la lingua di origine dell’Allievo. E, anche se il Multilinguismo sembra politicamente più ben visto, l’Esperanto resterebbe la strategia migliore ove la si voglia realizzare nell’arco di una sola generazione. Progetto, peraltro, armonizzabile proprio con quel ”multilinguismo” di cui, all’atto pratico, si mostrerebbe il migliore “alleato”!

(Da Le Courier, 23/7/2005). (Traduzione di Carlo Geloso).

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