L’inglese: minaccia od opportunità per il continente europeo?

Posted on in Politica e lingue 18 vedi

 

 

 

Edito in Panoramiques, settembre-ottobre 2004.

L’inglese: minaccia od opportunità per il continente europeo?

Robert Phillipson

Università commerciale di Copenaghen (Copenhagen Business School).

L’internazionalizzazione e la mercificazione dell’insegnamento superiore in Europa indicano che ci si aspetta sempre di più che le università danesi, come quella in cui insegno, si amministrino come se fossero imprese, si mostrino e si vendano competitivamente.

Uno dei sintomi di ciò è il crescente utilizzo dell’inglese.

Tale tendenza nella comunicazione nel mondo universitario corrisponde, per via dell’impatto dei processi incrociati di americanizzazione, globalizzazione ed europeizzazione, ad evoluzioni paragonabili negli ambiti commerciali, politici, mediatici, e della cultura della gioventù. L’espansione dell’inglese è centrale per questi processi, e influisce sulle lingue su scala locale, nazionale ed internazionale e sulle identità linguistiche. Vorrei esaminare quanto segue: alcune delle implicazioni di questo stato dei fatti riportando degli aspetti storici dell’unificazione dell’Europa e dell’americanizzazione, alcuni dei paradossi intrinseci della politica linguistica in Europa che spiegano il relativo stato di abbandono, se l’espansione dell’inglese costituisca una minaccia per le altre lingue, ed infine la necessità di misure maggiormente attive che rafforzino la diversità linguistica.

In linea di principio, l’Unione Europea è fermamente attaccata al mantenimento della diversità linguistica e culturale sul continente. Questo principio è espresso nei trattati e nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE (2000): “L’Unione s’impegna a rispettare la diversità culturale, religiosa e linguistica” (Articolo 22). In teoria undici lingue hanno gli stessi diritti come lingue ufficiali e di lavoro nelle istituzioni sopranazionali dell’UE, ma la realtà è più complessa, per ragioni che verranno esposte brevemente. La gestione del plurilinguismo è molto delicata, e l’allargamento imminente dell’UE, con nuovi Stati e lingue che si aggiungono, renderà i problemi ancora più complicati. Come il processo d’integrazione politica rende sfocata la linea di confine tra la sovranità nazionale e le politiche sopranazionali condivise, così le lingue non rispettano le frontiere nazionali, e il loro utilizzo a livello sopranazionale riflette le gerarchie fra di esse, a livello nazionale e internazionale.

Una delle forze motrici che erano dietro al ravvicinamento tra le economie dei diversi Stati europei era quella di dover stabilire delle forme d’interdipendenza che rendessero impossibile un’aggressione militare.

Questo doveva essere conseguito regolando le dispute territoriali tra Francia e Germania e assicurandosi che il processo di re-industrializzazione, dopo la distruzione della guerra del 1939-45, rispondesse ai bisogni e ai vicendevoli sospetti di questi paesi e di quelli che furono occupati dai nazisti. Gli investimenti provenienti da fonti esterne all’Europa erano essenziali per questo, e non potevano che venire da una sola sorgente,vale a dire gli Stati Uniti d’America. Il Piano Marshall era un elemento d’una strategia che mirava ad istallare l’America come forza preminente su scala mondiale, grazie agli accordi di Bretton Woods sul commercio, grazie alla Banca mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, alle Nazioni Unite e alla NATO. Un’economia di successo nell’Europa occidentale era considerata come un baluardo essenziale contro il blocco comunista.

Gli obiettivi americani sono stati espliciti e costanti dalla Seconda guerra mondiale in poi. Nel 1948, il grande specialista di geopolitica del Dipartimento di Stato, George Kennan, scrisse:

“Possediamo il 50% della ricchezza mondiale, ma costituiamo solo il 6,3% della sua popolazione. In una tale situazione, il nostro vero compito, nel prossimo futuro, sarà quello di mettere a punto uno schema di relazioni internazionali che ci consenta di mantenere tale posizione di disparità. Al fine di ottenere ciò, dobbiamo dissipare qualsivoglia idea di sentimentalismo… dovremmo smettere di parlare di diritti dell’uomo, d’innalzamento del livello di vita e di democratizzazione”. Il presidente Bush II s’iscrive visibilmente in questo quadro, come è stato chiaramente formulato da Condoleezza Rice, sua consigliera per gli Affari esteri:

“Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali”.

Di conseguenza, la formazione delle prime istituzioni dell’UE ha coinvolto una mescolanza di motivazioni degli Americani e degli Europei. In entrambe le coste dell’Atlantico negli anni ’40 alcuni facevano progetti per gli “Stati Uniti d’Europa”, un’idea che dei visionari pacifisti quali Victor Hugo avevano sollevato un secolo prima. Ernest Renan, celebre per aver affermato che una nazione è un referendum quotidiano, scrisse nel 1882: “Nessuno Stato, nessuna nazione è eterna. Presto o tardi, tutto verrà sostituito da qualcos’altro, forse da una confederazione europea.” (1). Gli Stati Uniti insistettero, ponendolo come condizione per il piano Marshall, sul fatto che l’economia degli stati Europei fosse cordinata ed integrata. La pressione americana fu dunque decisiva per la forma di collaborazione Europea messa in atto a partire dalla fine degli anni ’40: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1952), e la Comunità Economica Europea (1958). Il primo schema di Comunità Politica Europea, con un Consiglio Esecutivo, una Corte di Giustizia e un Parlamento,è apparso nel 1953.

Fu in quest’epoca che si istituì il principio di parità delle lingue degli Stati partecipanti, inizialmente quattro,ed oggi undici. Il gran peso relativo del francese negli affari dell’UE è attribuibile al suo precedente utilizzo nelle relazioni internazionali, per via della localizzazione delle istituzioni dell’UE nelle città in cui questa lingua era ampiamente utilizzata, come Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo, e per via del fatto che gli uomini politici francofoni, insieme ai tedeschi, occupavano le posizioni politiche più alte nell’ambito della formazione della nuova Europa.

I sentimenti dei Britannici portavano ad un bivio, a causa dei legami che conservavano con il loro impero: l’aderire alla UE o la convinzione di avere una relazione speciale con gli Stati Uniti. De Gaulle bloccò l’entrata del Regno Unito negli anni ’60 perché vide negli Inglesi un cavallo di Troia per gli interessi americani. Quando il presidente Pompidou acconsentì all’adesione del Regno Unito all’Europa nel 1972, si dice che una condizione sulla quale insistette fu che la preminenza del francese come lingua dominante delle istituzioni dell’UE dovesse rimanere immutata. Benché, teoricamente, ci fosse parità tra le lingue ufficiali della CEE, il francese era il primus inter pares. Le preoccupazioni di Pompidou quanto al rischio di vedere il francese eclissato dall’inglese furono pienamente giustificate, poiché l’inglese si sta sviluppando come un cuculo linguistico nei principali nidi dell’UE.

Dal 1945, la promozione della lingua inglese in tutto il mondo è stata al centro della strategia della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (2); il British Council svolge un ruolo chiave nel mantenere la posizione della lingua inglese negli stati postcoloniali e nel mondo postcomunista, dove veniva predicata la globalizzazione attraverso il trittico “economia di mercato, diritti umani, e inglese”. Così come spiega il rapporto annuale del British Council per il 1960-61:
Insegnare l’inglese al mondo potrebbe apparire come un’estensione dell’incarico che affrontò l’America istituendo l’inglese come lingua nazionale comune fra la propria popolazione d’immigrati.
Le conseguenze della politica linguistica degli Stati Uniti sono state terribili per le lingue degli immigrati e degli Indiani d’America. E’ parimenti importante ricordare che le politiche nazionali determinano anche le strategie americane su scala mondiale, e che l’inglese è cruciale per le une come per le altre. Naturalmente, questo è stato vero per più secoli anche per il Regno Unito.

Secondo alcuni responsabili americani di alto livello, il mondo può tranquillamente fare a meno delle lingue diverse dall’inglese. Nel 1997, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Danimarca, che proveniva direttamente dal mondo aziendale – e da dove altro!- fu sufficientemente avventato da dire in presenza di mia moglie durante un pranzo all’università di Roksilde: “Il problema più grave dell’Unione Europea è che ha così tante lingue differenti, impedendo così la reale integrazione e lo sviluppo dell’Unione.” Un rapporto della CIA del 1997 ha affermato che i prossimi cinque anni potrebbero essere decisivi per imporre l’inglese come unica lingua internazionale. Ora, l’idea stessa che ci sia un’unica lingua internazionale è evidentemente un controsenso. Ci sono letteralmente centinaia di linguas francas internazionali utilizzate, ma il mito dell’uso mondiale dell’inglese è creduto diffusamente, in particolare da coloro che traggono profitto dalla loro buona conoscenza di questa lingua, ivi compresi i sostenitori universitari della globalizzazione linguistica.

L’opera di George Monbiot, Captive state: the corporate take-over of Britain [Lo Stato prigioniero: L’acquisizione aziendale dell’Inghilterra] (Macmillan, 2000), illustra le numerose vie attraverso le quali il potere economico determina la politica di governo nazionale e locale in innumerevoli ambiti, comprendendo l’agricoltura, l’energia, l’ambiente, l’urbanistica, il sistema della sanità, la ricerca universitaria e l’insegnamento generale. Il consolidamento d’un mercato comune dell’UE e d’una unione monetaria ha realizzato i desideri del mondo dell’impresa, coordinati dalla Tavola Rotonda Europea degli Industriali, un’associazione dei direttori generali di 46 delle più grandi società in Europa (op.cit., 320). Questo gruppo di pressione si occupa anche di fissare direttamente i termini dell’allargamento dell’UE ai paesi dell’Europa centrale e orientale (ibid., 324). Nelle negoziazioni per l’ammissione, tutti i documenti degli stati candidati devono essere forniti esclusivamente in inglese.

Il Dialogo Transatlantico degli Affari riunisce imprese americane ed europee, e si connette al G8 e ai diversi capi delle reti di Stato. Si osserva sempre più la costituzione d’una struttura che raggruppi poteri pubblici e grandi imprese. Esistono progetti per l’instaurazione d’un mercato unico che incorpori Europa ed America del nord, una Partnership Economica Transatlantica, che svilupperà “una rete mondiale di accordi bilaterali con identiche procedure di conformità.” (cit. ibid., 329). Monbiot ha riassunto queste evoluzioni due anni prima del Vertice Mondiale di Johannesburg, e da allora non è cambiato niente che potesse smentire la sua analisi (ibid., 329-330):

Fra poco solo una minoranza di nazioni resteranno escluse da un mercato mondiale unico, dalla legislazione armonizzata, e si troveranno rapidamente obbligate ad entrarvi. Quando un nuovo accordo sul commercio mondiale sarà negoziato, sarà irrilevante, poiché il lavoro del WTO sarà già stato svolto. In nessun luogo al mondo sarà permesso di perdurare a solide leggi a protezione dell’ambiente o dei diritti umani. Se questi progetti di nuovo ordine mondiale si realizzano, i rappresentanti eletti saranno ridotti allo stato d’agenti d’un governo globale costruito, coordinato e diretto dai dirigenti delle grandi imprese.

Malgrado questa potente tendenza, nella quale l’inglese svolge un ruolo essenziale, il principio del multilinguismo nell’Unione Europea è stato riaffermato in innumerevoli dichiarazioni. Le decisioni emanate da Bruxelles, ratificate dai quindici stati membri (e 70/80% della legislazione nazionale implica l’attuazione delle decisioni prese a Bruxelles) sono diffuse nelle undici lingue. Esistono dei servizi completi d’interpretazione e di traduzione nelle istituzioni della UE che tentano di garantire che gli interlocutori di ciascuna delle lingue ufficiali abbiano ugual voce in capitolo. La gamma delle competenze attribuite all’UE cresce senza tregua, fino ad includere la cultura. In teoria, l’UE non legifera sull’educazione, ma è profondamente impegnata nei programmi lavorativi, nel finanziamento di innumerevoli piani e ricerche, e nella riforma e nella standardizzazione dell’insegnamento superiore. Ciò solleva la questione su fino a che punto la politica linguistica sia ancora un’esclusiva dei singoli Stati, o possa essere considerata oggi come una questione che interessa l’Unione in quanto tale. Uno Stato membro può fare quel che preferisce, a condizione di professare i diritti linguistici figuranti nelle convenzioni, carte e trattati dell’UE?

Questo genere di domande, così come la gestione interna del multilinguismo nelle istituzioni dell’UE, sono state oggetto d’un numero sorprendentemente basso di lavori universitari. Una tesi di dottorato recente in diritto internazionale, sostenuta negli Stati Uniti, conclude che le misure di protezione della lingua francese (la Legge Toubon) sono in conflitto con il trattato di Maastricht e con i principi d’un mercato comune caratterizzato da una libera circolazione di merci, servizi, lavoro e capitale. Di conseguenza, gli avvocati d’affari potrebbero presto scegliere di attaccare le leggi linguistiche nazionali, precisamente su queste basi. L’autrice americana della tesi propone una soluzione a tutta quella diversità linguistica:

Vale la pena di valutare se l’UE debba rispondere all’invito d’uniformità in materia di lingua, affari,transazioni e proteggersi più efficacemente contro potenziali attacchi di legislazione linguistica da parte di ogni singolo Stato membro. Una delle misure che l’UE potrebbe adottare sarebbe dichiarare una lingua comune per il mercato europeo (3).

Le ragioni fornite dall’autore sono prevedibili: accesso rapido all’informazione, efficienza, economie di traduzione, eliminazione degli “ostacoli tecnici nazionali”, tutti argomenti che valgono dal punto di vista del produttore più che da quello del consumatore. L’autrice perora la causa della cessazione del “protezionismo culturale delle nazioni”, fa appello al forte ruolo che svolge l’inglese sul mercato mondiale, al fatto che è la lingua straniera più appresa (il che è vero), alla sua posizione di “denominatore comune linguistico” di tutti i paesi d’Europa (il che è un’assurdità), e “al fatto che gli Stati Uniti progrediscano nei settori tecnologici e scientifici ” (cosa per cui credono che noi in Europa siamo grati). L’UE dovrebbe agire di modo da evitare “che una nazione renda vani i principi fondamentali dell’organo sopranazionale di governo” (commento che rivela un po’ di comprensione dei principi per l’adozione decisionale nell’UE). La frecciata finale dell’autrice è che l’adozione d’una lingua unica servirebbe “ad unificare, piuttosto che a dividere, gli Stati membri ” (op.cit., 202). E’ cosi che la visione del mondo monolingue dell’Americanizzazione si sta vendendo abilmente come europeizzazione sotto l’apparenza di globalizzazione.

Ora potrebbe ben essere che i governi europei non abbiano affatto voglia di seguire questo parere. Molti di essi hanno presentato o preso in considerazione delle leggi per resistere all’offensiva dell’inglese. Ciononostante, il Vanderbilt Journal of Transnational Law è verosimilmente letto da avvocati d’affari americani, che potrebbero decidere di verificare la validità di questo principio davanti a un tribunale, e l’esito di qualsiasi processo alla Corte di Giustizia Europea è imprevedibile. Ma pare che la Commissione voglia risparmiare loro il fastidio e la spesa.

Nel luglio 2002, la Commissione ha inviato una “formale lettera di richiamo” (in francese “lettera di costituzione in mora”) al Governo francese, affermando che l’esigenza nazionale che i prodotti alimentari fossero etichettati in francese (conformemente alla legge francese) fosse contraria alla legislazione europea. Finora sono stati instaurati pochi contenziosi in questo settore, e sentenze sono lungi dall’essere sprovviste d’ambiguità (4), come anche , a dire il vero, la direttiva del Consiglio (5) sull’armonizzazione della legislazione degli Stati membri in materia di etichettatura e d’imballaggio dei prodotti alimentari. La giurisprudenza europea sembra essere orientata nel senso che la legge nazionale non possa esigere il ricorso ad una specifica lingua se il messaggio può essere espresso con altri mezzi, come ad esempio un’altra lingua facilmente comprensibile dal consumatore, possibilmente supportata in modo illustrato. L’intervento della Commissione suggerisce che sia possibile che la transizione da un mercato unico ad una lingua commerciale unica sia cominciata.

Questa iniziativa della Commissione è considerata da numerosi francesi come un atto di scarsa importanza che apre la strada a seri sviluppi sicuri. Secondo l’Alleanza per la Sovranità della Francia, in un comunicato stampa (6) intitolato “l’Europa sta attaccando la casalinga ben informata”, la Commissione sta lavorando per “imporre l’anglo-americano” in ogni parte dell’UE… “la costruzione dell’Europa comporta la sua distruzione per il profitto dell’America mercantile.” Un’associazione denominata “Difesa della lingua francese” (7) ha organizzato una manifestazione pubblica nel gennaio 2003, benché il governo francese avesse corretto i suoi regolamenti per conformarsi ai requisiti richiesti dal diritto europeo. Ha risolto il problema pubblicando un nuovo decreto ministeriale che mantiene l’obbligo d’etichettatura dei prodotti in francese, ma convenendo all’utilizzo di altre lingue supplementari. (8) La questione non si limiterà a ciò. Questo esempio di disputa tra la Commissione e un governo nazionale rappresenta quanto inadeguata sia la gestione delle politiche linguistiche.

Un secondo esempio che apparve sulla prima pagina dei giornali fu la proposta di modificare una delle procedure interne di traduzione nella Commissione di Bruxelles, nel quadro d’un programma di risparmio. Il governo francese venne a conoscere questo piano, e come conseguenza fu inviata da parte dei ministri degli Affari esteri di Francia e di Germania, Hubert Védrine e Joschka Fischer, una lettera comune a Romano Prodi, Presidente della Commissione, il 2 luglio 2001. La lettera accusava la Commissione di provare a introdurre il “monolinguismo” nelle istituzioni dell’UE – il che era una velata allusione all’inglese che si sarebbe insediato come unica lingua di lavoro interna – e sosteneva che questo rappresentava un’inaccettabile deviazione dal sistema corrente. La replica di Prodi, trasmessa in francese e in tedesco, assicurava che il multilinguismo fosse di importanza cardinale per l’UE, che nulla fosse stato deciso, ma che l’efficacia ed i risparmi nei servizi linguistici necessitassero di essere esaminati. L’allargamento imminente dell’UE rendeva queste misure ancora più importanti.

A questo punto, la cronaca di stampa aveva svelato un “complotto per imporre l’inglese all’UE” (Irish Times), “Fischer e Védrine si oppongono all’invasione dell’inglese” (Frankfurter Allgemeine Zeitung), “I progetti linguistici di Kinnock feriscono i francesi”.(The Indipendent), e così via. Molti degli articoli giornalistici contengono delle inesattezze quanto al sistema attuale ed al suo costo, e si lanciano in interpretazioni fantasiose e nazionaliste. Lo scambio di lettere e gli articoli di stampa rivelano nel modo più cristallino che era stato toccato un nervo scoperto. Queste due dispute sono esempi perfetti della costante tensione di fondo intercorrente tra gli interessi nazionali e quelli sopranazionali, e dell’assenza di procedure e principi adeguati per risolvere i problemi.

Temo che ciò sia generalmente la regola a livello sopranazionale, e spesso nazionale, anche in paesi che fanno uno sforzo di riflessione sulla politica linguistica, come la Francia. Gli sforzi dei francesi hanno influenzato l’avallo della diversità linguistica nelle proclamazioni dell’UE, ma si tende ad un sostegno speciale per il francese, piuttosto che per i diritti di tutte le lingue in questione (9).

Molti fattori influiscono sul fatto che la politica linguistica non sia affrontata in maniera più calma e competente.

  • Esistono delle differenze maggiori fra le ideologie che sostengono la formazione degli Stati, e nel ruolo in cui è ascritta la lingua al loro interno (la tradizione romantica nazionale, lo ius sanguinis, Herder, come in Germania, e la tradizione repubblicana, lo ius soli, la cittadinanza, come in Francia). Le questioni di lingua, comprese le nozioni di base come quelle di lingua e di dialetto, non sono dunque intese nello stesso modo nei diversi paesi, impedendo una comune comprensione dei problemi di politica linguistica.
  • I livelli di consapevolezza dei problemi di politica linguistica variano ampiamente da un paese all’altro dell’UE e all’interno di ciascuno di essi. Tendono ad essere abbastanza alti, per esempio, in Finlandia e in Grecia, ma spesso con un punto di vista molto selettivo, e deboli in Danimarca ed Inghilterra.
  • L’infrastruttura in materia di analisi della politica linguistica, di multilinguismo e di diritti linguistici lascia a desiderare nelle università e istituti di ricerca in Europa, il che riflette una carenza d’investimenti in quest’ambito.
  • La responsabilità in materia di politica linguistica in ogni paese tende ad essere condivisa tra i ministeri degli Affari esteri, dell’Educazione, della Cultura, della Ricerca e del Commercio. Ognuno è generalmente poco competente in materia di politica linguistica, ed il coordinamento fra di essi è inadeguato o inesistente. Nei paesi a struttura federale, la responsabilità è ancora più estesa.
  • Siccome l’inglese è utilizzato in maniera intensiva da locutori, nativi o meno, di differenti parti del mondo, non esiste una semplice correlazione tra il suo impiego e gli interessi d’uno Stato particolare. Rimane che l’inglese è connesso al sistema economico dominante, e che ha una posizione molto solida in quanto lingua straniera più appresa a scuola (in maniera molto più accentuata in Europa del nord che nella parte meridionale del continente), e nelle reti di comunicazione su scala mondiale.

Così, una politica del lasciar correre comporta dei rischi maggiori per tutte le lingue diverse dall’inglese. Esporre la politica linguistica alle forze di mercato, tanto a livello nazionale quanto al livello delle istituzioni sopranazionali, è una ricetta per una predominanza dell’Inglese ed una marginalizzazione delle altre lingue.

Per sapere se il progresso dell’inglese implichi il naufragio di altre lingue, si dovrebbe esplorare una gamma di funzioni e di contesti linguistici. Per il fatto che undici lingue vengano utilizzate e continuino a svilupparsi parallelamente alle istituzioni dell’UE, si può sostenere che comunque si rinforzino a livello internazionale, anche se non necessariamente in eguale misura, e senza che la gerarchia vada cambiando.

Non entrerò nella spinosa questione del funzionamento dei servizi di traduzione o d’interpretazione, ma dirò semplicemente che sono generalmente denunciati come troppo costosi, mentre di fatto non rappresentano attualmente che lo 0,8% del budget totale di tutte le istituzioni dell’UE, il che equivale a dire una spesa di 2 euro l’anno per cittadino europeo (una miseria paragonato alle sovvenzioni all’agricoltura). Si tratta d’un prezzo modesto da pagare per il rispetto del principio secondo il quale l’uso delle lingue di ogni Stato membro è un obbligo, in particolar modo nell’ambito dell’elaborazione e dell’approvazione in ogni Stato membro d’una corrente costante di atti aventi forza di legge.

La parità delle 11 lingue ufficiali dell’UE è una questione complessa alla quale le testate giornalistiche che s’interessano di problemi linguistici, di solito provocati da una qualche sorta di crisi, rendono raramente giustizia (10). Le politiche linguistiche in Europa riflettono un gran numero di paradossi e di tensioni irrisolte ed interdipendenti:

  • Al posto di un’eredità di Stati-“nazione”, di lingue e d’interessi “nazionali”, si assiste ad una integrazione sopranazionale, e all’internazionalizzazione di numerosi ambiti: il commercio, la finanza, l’educazione, la scienza, la politica e la società civile degli Stati membri dell’UE;
  • Mentre in astratto si professa l’uguaglianza degli Stati membri dell’UE e delle loro lingue, allo stato dei fatti vi è un ordine gerarchico tra gli Stati e le lingue, visibile nel passaggio dal francese all’inglese come principale lingua di lavoro delle istituzioni dell’UE. Le cifre concernenti i documenti alla prima stesura riflettono, durante gli ultimi venti anni, uno spostamento lampante dal francese-lingua principale all’inglese-lingua dominante (11).
  • Siamo spettatori del crescente impulso dell’americanizzazione, dell’omogenizzazione culturale (“Mc Donaldizzazione”), e dell’egemonia dell’inglese, quando invece veniva celebrata la diversità linguistica europea, il multilinguismo, l’ibrido culturale e linguistico, e la tutela dei diritti delle minoranze linguistiche e della lingua nazionale;
  • La reale concezione delle lingue è quella di semplici strumenti tecnici, pragmatici, mente sono decantate come elementi distintivi dell’identità esistenziale degli individui, delle culture, dei gruppi etnici e degli Stati;
  • La politica linguistica è vista come una questione di funzionamento pratico, quando in astratto la politica linguistica è reputata una questione “politicamente sensibile”, uno strumento codificato per gli uomini politici, i burocrati e i diplomatici di ammettere che non sanno come riformare l’attuale sistema, né come migliorare la comunicazione interna ed esterna dell’UE, problema reso ancora più complesso dall’ampliamento;
  • La Germania è ritenuta la forza demografica ed economica dominante in Europa, ma il tedesco è progressivamente marginalizzato negli ambienti del sapere, del commercio, della cultura dei giovani e sul mercato linguistico mondiale, in modo simile a ciò che ha comportato la riduzione dell’influenza internazionale del francese. La comparsa dell’inglese come prima lingua straniera in Europa, per la sua ovvia utilità funzionale e per i pochi sistemi d’insegnamento che si dedichino seriamente al problema di garantire la molteplicità di apprendimento linguistico, che si tratti di lingue straniere, di lingue di minoranze regionali o di quelle dei paesi limitrofi, implica l’inabissarsi delle altre lingue come lingue straniere;
  • L’inglese è promosso come panacea linguistica, ma sui 378 milioni di cittadini degli Stati membri, solo 61 milioni parlano l’inglese come madrelingua, meno della metà degli altri conoscono perfettamente l’inglese come lingua straniera, e la proporzione di quelli che lo parlano con sicurezza varia enormemente da un paese all’altro. (12) E’ assurdo che gli Stati investano pesantemente nell’apprendimento d’una lingua che simbolizza l’imperialismo culturale, e la conoscenza delle forme e dei meccanismi di questo imperialismo culturale e linguistico è piena di lacune e spesso assente.

La chiarezza, quando si tratta di discutere di politica linguistica dell’UE, è irraggiungibile poiché molti dei concetti centrali sono confusi e utilizzati in maniera contraddittoria. Ne darò tre esempi:

  • In teoria, le undici lingue hanno tutte lo stesso status di lingue ufficiali e lavorative. In pratica, si osserva una tendenza a ridurre le “lingue di lavoro” al francese e all’inglese, e, per certi ambiti, al tedesco. Questa confusione terminologica (che è presente nella lettera scritta a Romano Prodi dal ministro degli Affari esteri di Francia e di Germania sopra menzionato) è sintomatica dell’accettazione d’una gerarchia di lingue. Alcune lingue sono più uguali di altre.
  • In secondo luogo, il termine di “lingua franca” tende ad essere utilizzato come se ci fosse parità fra gli utilizzatori della lingua in questione, ma è forse verosimile che i madrelingua francesi o inglesi giochino ad armi pari sul terreno del gioco linguistico con coloro che madrelingua non sono? L’innocenza dell’etichetta nasconde la dimensione di potere che conferisce dei privilegi ad alcuni e va a svantaggiarne altri. Naturalmente, l’uso della madrelingua non garantisce l’intelligibilità. Rispetto ai monolingue, le persone che fanno regolarmente uso di molteplici lingue , nel loro uso del linguaggio, hanno una maggiore tendenza ad essere sensibili alla comunicazione interculturale.
  • In terzo luogo, le denominazioni “nativo / non nativo” considerano alcuni utilizzatori della lingua come autentici e infallibili, e stigmatizzano gli altri come fasulli. Per molteplici ragioni, nell’ambiente dell’insegnamento dell’inglese come lingua straniera, sono stati intrapresi alcuni lavori per descrivere e migliorare il livello dell’inglese degli Europei (13). L’inglese è usato efficacemente da innumerevoli persone per le quali non è la prima lingua, quindi la “proprietà” dell’inglese sta cambiando, e forse costoro dovrebbero essere considerati come dei buoni utilizzatori d’una lingua non nazionale o post-nazionale piuttosto che dei soggetti che parlano inadeguatamente un inglese madrelingua. Si tratta di un’idea interessante, ma non è chiaro se abbia implicazioni per la pedagogia linguistica. Le presunte virtù dei locutori nativi assicurano loro un vantaggio colossale attualmente, innanzitutto sul mercato del lavoro, e non solo come professori di lingue. La Commissione e il Consiglio dell’Europa, offrendo posti di lavoro ai quali tutti i cittadini dell’UE dovrebbero avere uguale accesso, sono stati ripresi per aver favorito in maniera illegittima le persone di madrelingua inglese. La verifica dell’applicazione di questi principi dovrebbe essere eseguita dall’istituzione dell’Ombudsman dell’UE, ma i suoi poteri sono ad oggi estremamente limitati.

Così, alcuni dei nostri concetti di base in materia di politica linguistica sono fuorvianti. Ad influenzare i fattori strutturali ed ideologici che bloccano l’analisi a livello sopranazionale in quest’ambito, si trova la realtà banale delle persone che si fraintendono, con o senza l’assistenza d’interpreti. I paradossi irrisolti continuano a sussistere. La sfida dell’adozione di politiche linguistiche più eque ed idealiste deve ancora essere intrapresa.

Il fatto che un gran numero di funzionari, d’esperti, di professori universitari, d’insegnanti e d’ONG partecipino alle attività dell’UE aggiunge un’identità linguistica sopranazionale a quelle linguistiche nazionali esistenti. Coloro che hanno una buona padronanza dell’inglese e del francese, come prima o seconda lingua, sono in una posizione privilegiata. Non è necessario aggiungere che le lingue straniere possono essere apprese con successo persino dagli Inglesi e dai Francesi. Nel continente europeo l’inglese è tradizionalmente appreso come lingua supplementare e, fin’ora, era difficile immaginare che coloro che parlano tedesco e svedese corressero il rischio di vedere la loro lingua madre messa al margine o atrofizzata a livello individuale o a livello sociale. E’ possibile che questo quadro evolva. Ciò è dovuto allo sconfinamento dell’inglese in numerosi ambiti.

La copertina dell’edizione europea del Business Week del 13 agosto 2001 chiedeva nel titolo a tutta pagina: “Tutti devono parlare in inglese?” Il corpo dell’articolo era preceduto da un titolo che pavesava “La frattura della grandiosa lingua inglese. In Europa parlare la lingua franca separa i ricchi dai poveri”. Il disegno di copertina ritrae due uomini d’affari: uno comunica con successo, quello che parla inglese, l’altro resta muto, senza bocca. La padronanza dell’inglese qui è proiettata come un imperativo nel mondo commerciale in tutta l’Europa. Implicitamente, la perfetta conoscenza di altre lingue non conduce da alcuna parte. L’articolo espone come un numero sempre maggiore di società dell’Europa continentale stiano passando all’inglese come lingua interna all’impresa. Descrive anche come l’inglese degli affari sia una manna per le scuole di lingue che insegnano l’inglese. Si è detto che questo settore non era secondo, nell’economia britannica, che al petrolio del mare del Nord.

L’inglese, come Tyrannosaurus Rex della comunicazione scientifica (14) non è una specie estinta. In alcune facoltà norvegesi, i ricercatori sono ricompensati da un premio importante se pubblicano in inglese, mentre quel che scrivono nella lingua del Paese viene pagato una miseria. La tendenza è di considerare una pubblicazione “internazionale” come intrinsecamente superiore, anche nei paesi che dispongono di una lunga tradizione di cultura nazionale, e ciò influisce sui criteri di assunzione e sulla scelta dei campi di ricerca. La dominazione dell’inglese come lingua di scienza, tanto nelle pubblicazioni quanto nella formazione post-lauream, è sempre più sotto esame, con campanelli d’allarme che tintinnano in Austria (15), in Danimarca, in Germania e altrove.

Due evoluzioni recenti che toccano i paesi nordici meritano una menzione speciale (16). Il Consiglio dei ministri dei paesi nordici ha commissionato nel 2001 una ricerca sulle eventuali perdite di settori che potrebbero subire le lingue scandinave. Questo rappresenta una dimostrazione lodevole, perché mentre tutti sembrano avere un’opinione sulla politica linguistica, c’è spesso una carenza di fatti concreti che testimonino queste tendenze. I rapporti suggeriscono che c’è il rischio che queste lingue subiscano un logoramento in alcuni settori, in particolare nelle attività scientifiche e tecnologiche. Il governo svedese ha anche istituito una commissione parlamentare al fine di far valutare se la Svezia sia minacciata dall’inglese e per far elaborare un piano d’azione volto a garantire che lo svedese resti una lingua completa, ben appresa e utilizzata dai suoi locutori di prima e di seconda lingua, e che conservi i suoi pieni diritti in qualità di lingua ufficiale e di lavoro dell’UE. Il piano mira ugualmente ad assicurare che gli svedesi siano ben equipaggiati per fronteggiare i loro bisogni in lingue straniere, in particolare in inglese, e che quelli che parlano una lingua di minoranza godano dei diritti linguistici. Un processo massiccio di consultazione nazionale è attualmente in corso, e dovrà approdare ad una legge nel 2004. Sembra che questo Stato-nazione stia passando dal monolinguismo a uno spettro differenziato di multilinguismo.

Non c’è niente di nuovo nella differenziazione funzionale fra le diverse lingue. Christian Wilster, il primo poeta a tradurre l’Iliade e l’Odissea di Omero dal greco al danese, nel 1827 scrisse: “ogni gentiluomo che tiene seriamente alla propria educazione non scrive che in latino, parla in francese alle dame, in tedesco al proprio cane e in danese alle proprie domestiche.” Da quell’epoca abbiamo conosciuto in tutta Europa l’apice dello Stato-nazione monolingue, un controllo completo che oggi è stato allentato dall’americanizzazione e dall’europeizzazione. Siamo attualmente i testimoni dell’erosione del monopolio delle lingue nazionali unificatrici e stratificatrici negli Stati-nazione. Questo solleva numerose questioni di diritto linguistico (17). E’ possibile che l’accesso alla lingua internazionale dominante sia divenuto la distinzione-chiave che contraddistingue i ricchi dai poveri nei paesi dell’Europa continentale, in un senso molto più ampio di quello che intendeva il Business Week. In linea di massima questo è il ruolo dell’inglese all’interno degli Stati post-coloniali, dove l’inglese apre le porte alle minoranze e le chiude con forza alle maggioranze. In un’ampia parte dell’Europa, la conoscenza dell’inglese sta diventando una condizione preliminare per l’accesso all’insegnamento superiore e all’occupazione, congiuntamente alle forme preferite di comunicazione nella lingua nazionale. Gli Stati si adattano alla globalizzazione, le cui conseguenze sulla politica linguistica sono sia palesi che velate. Non è chiaro a tutti fino a che punto gli Stati decidano della politica linguistica nazionale, o se l’iniziativa  in innumerevoli ambiti sia già stata conferita alle istituzioni dell’UE, ai consigli di amministrazione delle multinazionali e ai “guardiani” anglofoni.

L’UE fondamentalmente si è astenuta dal toccare il problema, al di fuori della necessità di dedicarsi al funzionamento delle proprie istituzioni sul piano interno ed esterno in un determinato insieme di lingue. Il summit di Copenaghen nel dicembre 2002 si è soprattutto preoccupato di arrivare a un accordo sulle condizioni di adesione dei nuovi Stati-membri. Quando l’accordo era stato raggiunto, alla conferenza stampa dei capi di Stato dei paesi membri e dei paesi candidati, uno striscione dietro i politici proclamava: “One Europe” in una sola lingua. Questo indusse il ministro spagnolo degli Affari esteri, Ana Palacio, a scrivere sul El Pais del 16 dicembre 2002: “Il motto “One Europe”, solo in inglese, porta a riflettere. Anche se il summit di Copenaghen non ha affrontato la questione delle lingue, questo è uno dei temi pendenti che devono essere discussi il prima possibile per la sopravvivenza e la viabilità di questo progetto d’Europa dalla vocazione mondiale. In questo quadro, lo Spagnolo, una delle lingue ufficiali dell’ONU, parlato da più di 400 milioni di persone in più di 20 paesi, deve prendere il posto al quale ha diritto.”

Precisamente non è chiaro quale dovrebbe essere questo ”posto”, poiché la questione delle lingue a livello europeo non è stata apertamente trattata. Il tema è “esplosivo”, secondo quanto detto dal presidente del gruppo di deputati francesi al Parlamento europeo, Pierre Lequiller, durante una riunione dell’11 giugno 2003 organizzata per esaminare un Rapporto sulla diversità linguistica in seno all’Unione Europea, redatto da Michel Herbillon.

La Convenzione sull’Avvenire dell’Europa non ha trattato questioni di politica linguistica, anche se gli obiettivi delle recenti riforme dell’UE includevano una responsabilità crescente e una miglior comunicazioni tra le istituzioni dell’UE e i cittadini. La Convenzione scelse di ignorare le “Proposte linguistiche per l’avvenire dell’Europa”, presentate dal gruppo Europa Diversa (18), che perora politiche più attive per rinforzare la diversità linguistica, per sovvenzionare tutte le lingue autoctone dell’Europa, per garantire che il potere e l’autoregolazione delle questioni linguistiche siano il più decentralizzate possibile conformemente al principio di sussidiarietà, e per l’organizzazione di un dibattito pubblico sulla riforma dei regimi linguistici nelle istituzioni dell’UE. La Convenzione scelse ugualmente di ignorare la proposta presentata da Le droit de comprendre – Groupement d’associations pour l’action (Avenir de la langue francaise, Association pour la sauvegarde et l’expansion de la langue francaise, Défense de la langue francaise, Resistance à l’agression publicitaire), che sostiene che:

  • Un ambito fondamentale della cultura e dell’identità dei popoli è stato occultato dalle autorità politiche, quello delle lingue.
  • Questo terreno abbandonato è stato investito dai commissari e funzionari della Commissione, o delle altre istituzioni, per imporre una scelta linguistica senza crucciarsi del parere dei cittadini e dei loro rappresentanti. Questa scelta tende in maniera evidente all’inglese, lingua unica dell’ Europa.

In occasione della Giornata Europea delle Lingue, il 26 settembre 2003, il Comitato di coordinamento per la democrazia linguistica in Europa (che raggruppa un numero importante d’ONG in Francia, in Germania e altrove) ha lanciato l’Appello L’EUROPA SARA’ MULTILINGUE O NON SARÀ. A parte una certa attività del governo francese all’inizio del 2003 per sottolineare la necessità dell’uso del francese, il mondo politico sembra essere paralizzato nel settore della politica linguistica.

Tale immobilità sulla questione delle lingue è estremamente preoccupante, poiché l’inerzia non può portare che a rafforzare l’inglese e indebolire le altre lingue. Negli affari interni delle istituzioni europee sono esercitate pressioni costanti per fare delle economie nell’amministrazione dei servizi di traduzione e d’interpretazione. Queste pressioni s’intensificano a causa dell’arrivo imminente delle lingue dei nuovi Stati membri. Le diverse funzioni e i diversi servizi che fornisce l’UE esigono delle politiche differenti. Non c’è niente di esecrabile nel fatto che impiegati permanenti di un’istituzione che riunisce persone provenienti da ambienti diversi usino un numero ristretto di lingue. Ci si può aspettare dagli eurocrati che svolgano le loro funzioni in tre lingue, quella “madre” ed altre due, e questo si dovrebbe esigere in particolare dal personale che ha l’inglese o il francese come lingua madre. In un tale ambito lavorativo ci si può aspettare un più alto livello di padronanza della lingua per quanto riguarda la lettura e l’ascolto che della lingua scritta e parlata. In compenso, è irragionevole pretendere che i rappresentanti degli Stati membri, uomini politici nazionali, i funzionari e gli esperti svolgano le loro funzioni in una lingua straniera sentendosi a loro agio come se le svolgessero nella loro lingua madre. In teoria, non si dà per scontato che lo siano, poiché l’interpretazione e la traduzione servono a facilitare le interazioni al di là delle barriere linguistiche, e lo fanno spesso con una efficacia impressionante, ma nella pratica ci sono molti problemi logistici per tradurre testi complicati in molte lingue parallelamente e per avere i testi pronti in tempo.

Le riforme devono affrontare i paradossi fondamentali della politica linguistica dell’UE, chiarire i criteri che conducono ad una comunicazione multilingue imparziale, e ad adottare una politica ed una pratica che rispettino i diritti linguistici dell’uomo e che rinforzino la diversità linguistica. Quindi sussiste un urgente bisogno di riunire tutte le parti che aderiscono alla politica della lingua. E’ stata accumulata molta esperienza nel mondo, benché i responsabili politici ai livelli nazionali e sopranazionali ne siano fin troppo poco informati. La maggior parte delle pubblicazioni sull’integrazione europea degli specialisti delle scienze sociali riservano pochissime pagine alla politica linguistica e tradiscono una ignoranza grossolana in materia. Tendono a considerare che l’espansione dell’inglese non ponga problemi. A mio parere, tali questioni sono così complesse che meriterebbero di vedersi consacrare intere pubblicazioni. Il libro che ho intitolato English-only Europe? Language policy challenger (Routledge, 2003) (19) [L’esclusiva dell’inglese in Europa? Le sfide della politica linguistica] è volto a passare dalla descrizione della situazione passata e presente delle lingue in Europa a un insieme di 45 raccomandazioni specifiche concepite per garantire alla lingua uno studio più impegnativo ed un trattamento più competente. Sono raggruppate in quattro categorie, che concernono:

  • L’infrastruttura nazionale e sopranazionale in materia di politica linguistica,
  • Le istituzioni dell’UE,
  • L’insegnamento e l’apprendimento delle lingue,
  • La ricerca.

C’è da sperare che queste raccomandazioni non resteranno allo stato di speculazioni erudite finché la volontà politica sorge dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso per allontanarsi dal lasciar correre e dagli ordini del giorno nazionali rudimentali, ed approdare ad un ordine del giorno complessivo che converta in realtà la retorica dell’EU di conservare la diversità. Nessuna lingua è di per sé buona o cattiva. L’inglese può essere utilizzato per garantire l’emergenza d’un ordine linguistico maggiormente equo in Europa.

 

Note

(1) Citato in Davies, Norman 1996. Europe: a history. Londra Pimlico.

(2) Phillipson, Robert 1992. Linguistic imperialism.Oxford: OxfordUniversity Press

(3) Feld, S.A. 1998. Language and the globalization of the economic market: the regulation of language as a barrier to free trade. Vanderbilt Journal of Transnational Law, 31: 153-202. La citazione è della page 199.

(4) Gli affari in questione sono in English-only Europe? Language policy challenges, Robert Phillipson, Londres : Routledge, 2003, 157-160.

(5) 2000/13/EF, du 20 mars 2002.

(6) Le 28 juillet 2002, , see also <www.voxlatina.com>.

(7) www.langue-francaise.org.

(8) Decreto no 2002-1025 du 1 agosto 2002 art 1, Journal Officiel (cioè Gazzetta Ufficiale) del 2 agosto 2002. È conosciuto come “Décret Dutreil”.

(9) L’ideologia della lingua francese come lingua d’una importanza particolare, e della Francia “madre delle arti, delle armi e delle leggi” (Joachim du Bellay, 1525-1560), passando per Rivarol et Voltaire, esiste in certi ambienti di governo francese, cf Phillipson 2003, 45-47. Sui progetti di rafforzamento del francese nelle istituzioni dell’UE, sotto gli auspici della francofonia, cf Phillipson 2003, 133-4.

(10) Così, The Guardian du 20 mars 2002: “La lingua francese conosce il suo Waterloo. L’allargamento dell’UE è una buona notizia per l’inglese, che conferma la sua vittoria sul francese come mezzo classico d’integrazione europea”.

(11) Altri sintomi : le pubblicazioni in altre lingue sono abbandonate, cosicché, i Rapporti Annuali sulla politica della concorrenza erano disponibili in tutte le lingue ufficiali fino al 1995, il rapporto del 1996 è stato pubblicato in olandese, inglese, francese e tedesco, e oggi non è pubblicato che in inglese . .

(12) Cf Eurobarometer Rapport 54 del 15 febbraio 2001 uno studio (molto selettivo) delle compétenze in lingue straniere in tutti gli Stati-membri. Questi rapporti si trovano su http://europa.eu.int/comm/dg10/epo/eb.html.

(13) Seidlhofer, Barbara 2001. Closing a conceptual gap: the case for a description of English as a lingua franca [Colmare un vuoto concettuale : per una descrizione dell’inglese in quanto lingua franca], International Journal of Applied Linguistics 11/2: 13 3-158.

(14) Questo termine è stato impiegato da John Swales in un articolo del World Englishes en 1997.

(15) Cf Manifesto di Vienna, Allegato 5 di Phillipson 2003.

(16) Etrambi sono riassunti in Engelska språket som hot och tillgång i Norden (La lingua inglese, minaccia o opportunità per i paesi nordici), Copenhague: Consiglio dei ministri dei paesi nordici, 2002. Questo piccolo opuscolo contiene un riassunto di 15 pagine in inglese.

(17) Cf Tove Skutnabb-Kangas 2000, Linguistic genocide in education – or worldwide diversity and human rights?, Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum.

(18) Quarta versione, 1 luglio 2002, ratificata da una conférenza internazionale organizzata da cinque associazioni catalane a Barcellona, 31 maggio-1° giugno.

(19) La pubblicazione è stata tradotta in esperanto.

Traduzione italiana a cura della ERA

 

 

 




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.