Inglese, inglese, inglese, ma la vera emergenza è la lingua italiana. E il metodo “Clil” non è ancora a pieno regime.

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Il caso di Pisa.

Se l’Università deve insegnare la grammatica ai futuri giuristi.

L’Ateneo organizza corsi di grammatica perché gli studenti non sanno scrivere.

di Paolo Di Stefano.

Ci voleva un dipartimento universitario di giurisprudenza per fare esplodere l’urgenza di rimediare all’impreparazione linguistica dei ragazzi appena usciti dalle scuole. A Pisa un’insegnante di diritto, Eleonora Sirsi, in collaborazione con il linguista ed ex presidente della Crusca Francesco Sabatini, ha rotto gli indugi, stanca di leggere le tesi scorrette dei suoi allievi. Non imprecise o lacunose sul piano concettuale, ma deficitarie sul piano della lingua italiana. Anacoluti, distorsioni, pleonasmi, reggenze sbagliate, sviste lessicali, incapacità di usare la punteggiatura. Per non dire del deficit grammaticale e sintattico che emerge dai concorsi pubblici. Un disastro. Ed è significativo che siano i giuristi a prendere provvedimenti urgenti al riguardo: il fatto è che per un avvocato, come per un magistrato o per un legislatore, l’uso consapevole e corretto della lingua non è un capriccio superfluo, ma è parte integrante e irrinunciabile della pratica professionale. Vale cioè esattamente quanto la conoscenza del codice penale o di quello civile.
Vista la gravità della situazione, si è trovato un solo provvedimento utile a rimediare alla deriva linguistica: tornare all’ABC, cioè alle nozioni fondamentali. E allora viene programmato, per il terzo o per il quarto anno di studio (si partirà dal nuovo anno accademico), un corso di scrittura e di grammatica della frase. Non la retorica o lo stile, ma la grammatica. Quella che sarebbe indispensabile acquisire nel percorso scolastico, tra le elementari e il liceo, e che invece viene tranquillamente elusa o trascurata in nome di altre presunte priorità. Se ci non fosse da piangere, si potrebbe anche sorridere del paradosso: tutti a riempirsi la bocca sulla necessità di imparare l’inglese e di affinare le competenze informatiche, mentre la vera emergenza è la lingua italiana.
(Da Corriere.it, 2/6/2015).

Gli studenti universitari ignorano l’italiano»: per loro arriva il corso di grammatica

Lo terrà la professoressa Eleonora Sirsi, docente a Giurisprudenza

Accenti messi a caso, apostrofi ballerini, latino maccheronico. Lingua italiana, questa sconosciuta. Anche sui banchi universitari, ahimé. E così si corre ai ripari con un esperimento unico. Dal prossimo anno accademico sarà istituito un insegnamento sull’elaborazione dei testi professionali a partire dall’uso consapevole delle strutture linguistiche di base per la comunicazione. A raccontare la necessità di dare una svolta è Eleonora Sirsi, docente nel corso di laurea in Giurisprudenza del nostro ateneo.
Professoressa, com’è nata l’idea?
«Il problema esiste da tempo. I ragazzi non sanno più scrivere».
In che senso?
«Errori di grammatica sorprendenti, punteggiatura a caso, frasi senza soggetto, incidentali che non si concludono. I giovani hanno difficoltà grammaticali e sintattiche. In consiglio di dipartimento ogni tanto la questione esce fuori: la preparazione linguistica dovrebbe essere “risolta” nei cicli scolastici, ma non è così».
Nel dettaglio?
«Nelle tesi o negli atti giuridici e amministrativi capita sempre più spesso di imbattersi in errori e approssimazioni che testimoniano un livello di competenza basso».
Come mai queste difficoltà?
«Abbiamo un’intera generazione di docenti con una preparazione di tipo letterario. Non hanno studiato la grammatica».
I nuovi mezzi di comunicazione hanno influito?
«La lingua è viva e si evolve. Con la tecnologia si scrive molto di più ma lo si fa male».
E la scarsa pratica?
«Gli studenti per 4-5 anni non scrivono. Nelle università europee (a esempio in Germania) sono invece abituati ad affrontare esami scritti. Qualche collega ha provato a proporre compitini, ma i tentativi di solito sono disastrosi».
Com’è possibile?
«Tutti i dati che servono a valutare le nostre università sono basati sui traguardi. Quante persone riescono a seguire il percorso nei tempi giusti, quanti superano gli esami con buoni voti… Di fatto noi siamo bravi se promuoviamo tutti».
E allora?
«L’iniziativa del dipartimento di Giurisprudenza nasce dalla collaborazione con il Cafre, il Centro interdipartimentale per l’aggiornamento, la formazione e la ricerca educativa. La proposta è stata elaborata nel corso di una serie di incontri con Francesco Sabatini, già presidente e ora presidente onorario dell’Accademia della Crusca, di un gruppo di docenti del dipartimento di Giurisprudenza e di rappresentanti della Scuola di specializzazione per le professioni legali e della Scuola di formazione forense (Fondazione Alto Tirreno). Per noi giuristi scrivere è fondamentale: il linguaggio deve essere preciso, formale, non approssimativo. Non c’entra lo stile…».
Come sarà strutturato il corso?
«Sarà a scelta libera e darà diritto a tre crediti. Analizzeremo i testi giuridici individuando errori e improprietà».
Qual è l’obiettivo?
«Lanciare un allarme. Questa iniziativa può servire a sollecitare il governo a intervenire».
Antonia Casini
(Da lanazione.it, 3/6/2015).

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