Inglese in aula, se c’è «bilinguismo sociale»

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La notizia che il Politecnico di Milano abbia deciso di attivare lauree magistrali e dottorati in lingua Inglese ha prevedibilmente creato fronti di "favorevoli" e "contrari", molte polemiche e tanti distinguo. Io vorrei portare un diverso punto di vista e, se possibile, sollevare un diverso tipo di problema.

Partiamo dall’uso della lingua inglese. È quasi superfluo osservare che le grandi università generaliste hanno un orizzonte molto più complesso in termini di interessi rappresentati e di aspettative di quello osservato da un politecnico. Le scienze umane, sociali, giuridiche, ma anche le scienze mediche (e i medici fanno ricerca internazionale e pubblicano in inglese, ma parlano anche con i pazienti), la pedagogia, la psicologia, la veterinaria, e le discipline linguistiche ecc. difficilmente possono essere forzate al monolinguismo inglese. Per molte discipline, poi, la relazione con il territorio è troppo stretta e la necessità di essere attraenti in casa propria oltre che all’estero è molto forte. Quindi "no hard and fast rule" nell’uso dell’inglese, ma una scelta modulata sulla prerogative della disciplina insegnata, sui profili professionali che si intendono formare e sulla composizione dell’aula (ha senso che un docente italiano insegni in inglese a studenti italiani?).

Il secondo punto è più delicato. Se l’uso dell’inglese ha lo scopo di rendere più appetibili i nostri corsi – e non c’è dubbio che si tratti di uno scopo importante – allora bisogna chiedersi se questo sia sufficiente. Che cosa potrebbe attrarre uno studente internazionale verso i nostri corsi e laboratori? Sarei portato a rispondere «esattamente le stesse cose che portano i nostri studenti a voler studiare all’estero». Queste cose sono: a) la reputazione delle istituzioni ospitanti, b) l’importanza percepita di formarsi in quel certo laboratorio per via dello spessore dei suoi docenti e della rilevanza dei temi trattati/studiati, c) la possibilità di fare esperienza con attrezzature e strumentazioni scientifiche avanzate, o di frequentare biblioteche fornite (e di poterlo fare in qualsiasi momento della settimana), o laboratori che consentiranno una formazione d’avanguardia, e quindi, d) l’idea di poter acquisire competenze che andranno ad arricchire il curriculum vitae dello studente/ricercatore e lo renderanno più competitivo nel mercato del lavoro.

Ma non è finita qui. C’è un terzo elemento. I corsi possono anche essere insegnati in Inglese ma è anche importante un contesto di "bilinguismo sociale" come avviene all’estero. Serve che gli studenti internazionali incontrino una amministrazione bilingue, città bilingue e ambienti bilingue. Se tutto il resto intorno rimane monolingua può addirittura avere più senso per lo studente internazionale imparare l’italiano, che tanto gli servirà comunque. Infine, serve una organizzazione della accoglienza e della residenzialità, servono strutture e luoghi dove gli studenti internazionali e i ricercatori possano alloggiare (spesso con le loro famiglie), servono servizi adeguati e norme che agevolino l’ingresso di forze intellettuali extracomunitarie con gran beneficio della convivenza civile.

L’obiettivo di internazionalizzare le nostre università (e un po’ anche le nostre città) è un obiettivo strategico al cui raggiungimento dovrebbero concorrere tutti gli stakeholders. È difficile parlare di investimenti in tempi di derivate negative, ma se si riconosce che con la partita della internazionalizzazione se ne giocano contemporaneamente diverse altre (innovazione, sprovincializzazione, apertura di nuovi mercati, networking ecc.), allora forse si può porre questa partita al top puntando risorse convergenti pubbliche e private su strumentazioni e infrastrutture di ricerca e studio, sulla ricettività e sulla visibilità nel mondo delle nostre università. Altrimenti lo sforzo lodevole di rendere più internazionale la nostra offerta formativa offrendo corsi in Inglese rischia di essere vano.

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