Inglese etnico

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Un milione di parole per l’inglese etnico

Con il “Cinglish” e lo “Spanglish” battuto un nuovo record

di Enrico Franceschini

Se un dizionario contenesse tutte ma proprio tutte le parole che compongono la lingua inglese, per trasportarlo ci vorrebbe una carriola. La lingua di William Shakespeare sta infatti per varcare un nuovo traguardo. Quello del milionesimo vocabolo. Il Global Language Monitor, un istituto internazionale che tiene il conto – o almeno prova a tenerlo – delle nuove parole coniate nelle maggiori lingue del pianeta, ha reso noto che nel 2005 il numero di vocaboli in inglese è arrivato a quota 986.120, con l’introduzione di circa ventimila nuovi termini rispetto all’anno precedente. A un tal ritmo, l’inglese dovrebbe dunque raggiungere il milione di parole più o meno l’estate prossima: dieci volte di più del francese, che di vocaboli ne ha soltanto centomila. “E’ l’ennesima prova del dominio di questa lingua e della sua diffusione a tutti gli angoli della terra”, commenta Paul Payack, un linguista di Harvard che segue i progressi dell’inglese per il Global Language Monitor. “Nel 1960 – continua – 300 milioni di persone parlavano l’inglese, oggi sono più di due miliardi, circa un abitante del globo su tre, e continuano a crescere”.

Vari motivi contribuiscono alla creazione di nuove parole in inglese: il fatto che sia la lingua preferita di Internet, della scienza, dei negoziati diplomatici, indubbiamente. Ma la ragione principale della sua formidabile espansione, affermano gli esperti, è paradossalmente la sua dispersione in un rivolo di forme slang o dialettali. Il 20 per cento dei nuovi vocaboli coniati in inglese nel 2005, per esempio, appartengono al “Cinglish”, il Cinese-English, ovvero l’inglese parlato – e qualche volta anche scritto – in Cina: parole come “drinktea”, che significa “chiuso” (è chiaro, quando la scritta appare sulla vetrina di un negozio, cosa sia andato a fare il proprietario), “torunbusiness”, che vuol dire “aperto”, “Interwang” (Internet), “greenfud” (cibo organico), “engineroom” (persona importante) e così via. Di variazioni dell’inglese simili al “Cinglish” ne esistono una sessantina, le più diffuse delle quali sono lo “Spanglish” (Spanish-English, parlato in Messico e dagli immigrati latinoamericani negli Usa), il “Japlish” (Japane-English, parlato in Giappone) e l’ “Hinglish” (Hindu-English, parlato in India). Del resto il principe Carlo lo sostiene da un pezzo: la lingua più parlata del mondo, ironizza l’erede al trono, non è l’inglese bensì il “broken English”, ossia l’inglese sgrammaticato.

Qualcuno si chiede se, a forza di corromperlo con versioni impure, l’inglese tradizionale non farà la fine del latino nei secoli bui, differenziandosi col tempo in lingue del tutto diverse, incomprensibili tra loro. Ma è un rischio che esisteva anche par la lingua, effettivamente piena di espressioni diverse dall’originale, che si parla nell’ex colonia britannica chiamata Stati Uniti d’America: “Inglesi e americani”, recita una nota battuta, “sono due popoli divisi dalla stessa lingua”, e tuttavia continuano a comprendersi. Tranne quando un texano sbarca a Liverpool, o viceversa, bisogna ammettere. Naturalmente, nessuna persona normale usa un milione di vocaboli: il tabloid “Sun”, in ogni numero, ne utilizza 5 mila, il più raffinato “Times” 8 mila e l’inglese medio ne conosce 40-50 mila. La metà, potrebbero consolarsi i loro vicini di casa al di là della Manica, di quelli contenuti in un qualsiasi dizionario di francese.

(Da La Repubblica, 6/2/2006).

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