Inglese con la Buona Scuola: non abbastanza per uccidere l’italiano.

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Italiano per stranieri e inglese con la Buona Scuola, ancora troppo poco.

Il testo del decreto legge per la riforma La Buona Scuola che il governo Renzi ha trasmesso ieri alle Camere non fornisce molti elementi per capire come si intenda effettivamente rafforzare l’italiano per stranieri e l’inglese nel sistema educativo italiano. Il testo, pubblicato dal sito Orizzonte Scuola, contiene infatti solo tre brevi riferimenti relativi a italiano per stranieri e inglese che lasciano aperti molti degli interrogativi che avevamo sottoposto precedentemente all’ufficio stampa del Miur, che ci aveva risposto di aspettare la diffusione del testo del decreto.
Nell’articolo due del testo il governo dice di voler valorizzare e potenziare le competenze linguistiche nel contesto dell’istruzione scolastica, “con particolare riferimento all’italiano per stranieri e all’inglese, mediante l’utilizzo della metodologia Content Language Integrated Learning (CLIL)”.
In particolare, poi, per l’alfabetizzazione e perfezionamento della lingua italiana per stranieri il governo ha previsto che “le istituzioni scolastiche possono attivare corsi opzionali di lingua e possono dotarsi, anche in rete tra di loro, di laboratori di lingua.”
Per quanto riguarda l’inglese, il testo del decreto afferma, inoltre, che esso sarà assicurato nella scuola primaria, “utilizzando, nell’ambito delle risorse finanziarie e di organico disponibili, docenti madrelingua o abilitati all’insegnamento nella relativa classe di concorso in qualità di specialisti, ovvero mediante il ricorso alla fornitura di appositi servizi”.
Si tratta, a nostro giudizio, più che di vere e proprie riforme, della formalizzazione di pratiche e progetti che in realtà già sono stati avviati da più di qualche anno nella scuola italiana.
Il CLIL, ad esempio, avrebbe già dovuto essere diventato obbligatorio nella scuola superiore già dall’attuale anno scolastico, come stabilito dalla riforma Moratti del 2003. È probabile che il governo intenda ora dare una sterzata rendendo operativa l’adozione della metodologia CLIL. Non risulta affatto chiaro, tuttavia, con quali tempistiche e con quali insegnanti, visto che quelli effettivamente formati (la loro formazione è partita nel 2013) non sono sufficienti a coprire la domanda.
Per l’italiano per stranieri ci sembra che il governo abbia di fatto messo nero su bianco per definire pratiche che le scuole italiane mettono già in atto da oltre una decina d’anni: creazione autonoma di corsi di italiano per studenti stranieri e laboratori di lingua, esternalizzazione del servizio affidato a cooperative o enti di formazione e condivisione di reti e progetti con altre scuole. Niente di nuovo, insomma, se non l’aver in qualche modo stabilito la legittimità di tale impostazione. Ciò che ancora manca è, tuttavia, la definizione di quale figura professionale debba tenere tali corsi, lasciando spazio anche a insegnanti improvvisati che non hanno nessuna formazione in didattica della lingue. Infatti, sia nel caso in cui i servizi resteranno esternalizzati o nel caso in cui invece le scuole decideranno di affidarsi a risorse interne, non vi è nulla che stabilisca che gli insegnanti prescelti per lo svolgimento di tali corsi debbano essere formati (e al limite certificati) per farlo.
Alla nostra richiesta di fornirci un parere in merito all’assenza di provvedimenti che definiscano quali competenze e formazione debba avere un insegnante di italiano per stranieri o un’insegnante di inglese che debba adottare la metodologia CLIL, la professoressa Pierangela Diadori dell’Università per Stranieri di Siena, una dei più illustri specialisti di didattica per le lingue del mondo accademico italiano, ci ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Esistono già ormai moltissimi giovani laureati e specializzati che lavorano sul campo da precari o volontari, esistono docecenti di ruolo che hanno fatto percorsi fdi formazione aggiuntivi per aggiornarsi. Un titolo che si è molto diffuso negli ultimi dieci anni per l’italiano per stranieri è la Certificazione DITALS, a cui corrisponde una preparazione seria e che testimonia delle competenze teorico-pratiche specifiche. Il Ministero potrebbe avvalersi di questi titoli già ottenuti da alcuni (a cui si aggiungano i titoli di laurea o di specializzazione specifici) per istituire una nuova classe di abilitazione. 
Per il CLIL, invece, c’è molto ancora da fare perché raramente i docenti disciplinari hanno livelli avanzati di conoscenza delle lingue e soprattutto non dispongono di solito delle strategie didattiche per insegnare insieme lingua e contenuto. Ma non ci si dimentichi che il CLIL non si fa solo in inglese, ma anche in spagnolo o francese, lingue che permetterebbero agli studenti e ai docenti di affrontare agevolmente almeno al lettura dei testi sviluppando rapidamente anche le compettenze orali”.
Il vuoto normativo che riguarda la definizione delle figure professionali dell’italiano per stranieri lo ritroviamo anche nella parte del decreto che riguarda la possibilità di avere insegnanti madrelingua nella scuola primaria per l’insegnamento dell’inglese (non si capisce poi perché solo per inglese). Nel decreto, infatti, non viene specificato se tale madrelingua debba essere formato nella didattica delle lingue o se debba almeno avere una laurea in scienze umanistiche, lasciando così spazio all’ipotesi che qualsiasi madrelingua, per il semplice fatto di essere tale possa insegnare la propria lingua. Niente di più falso, ovviamente. Ben venga l’apertura per insegnanti madrelingua (ma la stessa cosa dovrebbe essere valida anche per gli insegnanti italiani che lavorano e vivono in altri paesi europei), purché sappiano cosa fare in classe.
Sebbene il decreto La Buona Scuola contenga molte dichiarazioni di intenti e qualche aspetto positivo almeno in prospettiva teorica (in particolare l’implementazione del CLIL e l’apertura a insegnanti madrelingua), l’impostazione generale del decreto, che prevede molti tagli ed è quasi tutta concentrata sulla ridefinizione degli organici del mondo della scuola, non lascia spazio per una vera riforma del sistema di insegnamento delle lingue in Italia che, a nostro giudizio, dovrebbe concentrare la maggior parte delle risorse e degli sforzi nella formazione di docenti in servizio e nuove leve nella didattica delle lingue che è in continua evoluzione e che, in particolare negli ultimi 20 anni, ha subíto grandi trasformazioni.

Ci libereremo dell’orribile mostro dell'”inglese scolastico” (o meglio della competenza “scolastica” delle lingue) solo quando tutti gli insegnanti coinvolti della didattica delle lingue saranno adeguatamente formati.
Informalingua 17 marzo 2015




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