Inglese addio

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Inglese addio

II Sud-est asiatico, attratto da Pechino (e dai suoi mercati), parla e studia sempre più il cinese sarà un segno dei tempi, dei grattacieli che crescono come funghi a Pechino e dintorni, dell'economia cinese che viaggia al galoppo e rischia di surriscaldarsi. di un crescente sentimento antiamericano, fatto sta che in Asia, soprattutto nel Sud-est. molti studenti abbandonano lo studio dell'inglese, lingua sostanzialmente impronunciabile per loro e abbracciano con ottimismo il cinese » «'ori che il compito sia meno arduo, il puthonghua (il cinese standard, ovvero il mandarino) è comunque ostico, ma culturalmente, geograficamente. e anche foneticamente è molto più familiare. Al di là dei sentimentalismi. comunque, la vera ragione per cui il numero delle scuole di cinese cresce dalla Thailandia al Giappone è sostanzialmente economica. Se la crescita del paese non si fermerà il cinese diventerà un “must”, la lingua fondamentale per fare affari e per trovare lavoro in Asia e nel resto del mondo. Dallo scorso anno, per esempio. Pechino è diventata la più grande importatrice di prodotti sudcoreani, superando di gran lunga gli Stati Uniti con un giro d'affari pari a 50 miliardi di euro. Un dato che è destinato a crescere negli anni a venire, si parla di 83 miliardi di euro entro il 2006. Tanto che alcune delle più grandi aziende di elettronica di Seul hanno deciso di offrire lezioni gratuite di cinese ai loro dipendenti nell'ottica di un commercio sempre più fiorente con Pechino. E i genitori delle classi medio-alte mandano i loro figli adolescenti a studiare in Cina che è diventata anche la meta preferita dei turisti sudcoreani. Il fenomeno non è passato inosservato all'Istituto coreano per la politica economica internazionale (Kiep), un think tank finanziato dal governo per studiare i trend economici mondiali e le strategie che possono essere messe in atto per rendere più dinamico il commercio. Secondo l'Istituto si può parlare di una vera e propria infatuazione per il paese asiatico a spese degli Stati Uniti, nonostante Seul sia uno dei più solidi alleati di Washington e ospiti 37 mila soldati americani. La Cina è diventata, insomma, sinonimo di ricchezza e posti di lavoro.Il cinese standard è parlato da 874 milioni di persone ed è la lingua più diffusa al mondo. In passato alcuni paesi asiatici avevano messo al bando lo studio del mandarino; tra questi spicca l'Indonesia che. durante la presidenza Suharto nel 1967, lo dichiarò illegale per 32 anni. Ma oggi la situazione è radicalmente cambiata. Già dalla fine degli anni Novanta Thailandia. Malaysia, Filippine, Cambogia. Indonesia e Laos si sono adoperati per promuovere l'apprendimento del cinese nelle scuole pubbliche e nelle università. L'Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) ha anche stretto un accordo con Pechino per sostenere finanziariamente tale sforzo. Bangkok è diventata il centro nevralgico per l'apprendimento del cinese, grazie anche all'esempio dato dalla figlia del re, la principessa Maha Chakri Sirindhorn, che lo studia fin dagli anni Ottanta. In tutta l'Asia la presenza di popolose comunità di immigrati ha favorito anche la nascita di media in lingua madre (giornali, riviste, tv e siti internet) che contribuiscono a diffondere la cultura e la lingua cinese. LOccidente, comunque, non sembra essere immune dal contagio. In Canada il cinese è diventato la terza lingua parlata, negli Stati Uniti almeno 800 università offrono corsi di mandarino e, in 80 atenei, sono state istituite lauree ad hoc. L'Europa segue a ruota con dipartimenti di cinese nei maggiori atenei italiani, francesi. britannici e tedeschi. Un paese a due velocità “Diventiamo ricchi insieme”. Sembra essere questo il biglietto da visita con cui la Cina si presenta ai propri partner. Ma sarà, poi, così facile? Sicuramente non è così per una parte della popolazione cinese. In uno degli ultimi paesi comunisti rimasti il miracolo economico riguarda solo i residenti di poche regioni. Oggi il divario tra ricchi e poveri è tra i maggiori al mondo e, più l'economia cresce, più si acuisce. Se Shanghai ha un reddito pro-capite pari a quello di Lisbona o di Seul, a Ghizhou, la provincia più povera del paese, siamo ai livelli del Bangladesh e dell'Uganda. E chi nasce nelle zone rurali è segnato a vita. come racconta Seth Kaplan sull'International Herald Tribune, perché deve studiare e lavorare nella regione in cui è nato. Trasferirsi in una città con buone prospettive come Pechino o Shanghai può essere un'impresa impossibile. La Cina, insomma, è un paese a due velocità, da una parte il progesso più sfrenato, dall'altra il terzo mondo. Da 25 anni l'economia cinese cresce come nessun'altra, ovunque sorgono nuove fabbriche, si costruiscono ponti, strade, centri commerciali. Ma, ultimamente, si avverte qualche scricchiolio: i prezzi dei materiali grezzi crescono troppo rapidamente, c'è carenza di energia elettrica, il sistema dei trasporti è sovraccaricato. La Banca centrale teme un'inflazione galoppante e un surriscaldamento dell'economia. Il gigante cinese dovrà rallentare la sua corsa? Monica Ricci Sargentini

IL FOGLIO, p.3
20.04.2004

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