Indonesia, schiava dello zucchero.

CONTRADDIZIONI

Indonesia, schiava dello zucchero.

Fino a metà degli anni trenta la più popolosa nazione musulmana era il primo produttore di canna da zucchero. Oggi sono poche le fabbriche, ma il gusto mielato piace moltissimo: le piantagioni si moltiplicano mettendo a rischio la vita delle piccole comunità indigene.

di Paolo Salom.

La dolce Indonesia. Non è solo un modo di dire. Il Paese disteso nei caldi mari equatoriali, la più popolosa nazione islamica (240 milioni di anime) dove però la tolleranza è la cifra della convivenza, è stato a lungo il maggior produttore di canna da zucchero del mondo. Almeno fino a metà degli anni Trenta dello scorso secolo, quando duecento fabbriche trasformavano il prodotto della terra in cristalli color oro pronti per la raffinazione. Certo, tanta opulenza e capacità produttiva era dovuta soprattutto alle politiche coloniali del mondo occidentale, in particolare dell’Olanda, sempre in cerca di nuove terre da mettere a frutto.
Nel 1945, con la fine dell’occupazione olandese e la riconquista dell’indipendenza, l’Indonesia disse addio a molte industrie: delle fabbriche a vapore che trasformavano lo zucchero soltanto venti sono rimaste attive. E oggi continuano la produzione ricavando energia proprio dall’acqua calda. Tuttavia, tanto sforzo non basta a coprire il fabbisogno nazionale, messo in crisi dall’apertura dei mercati mondiali e dalla concorrenza internazionale. Al momento Jakarta importa il bianco dolcificante (grezzo o raffinato) dall’estero in grandi quantità: due milioni di tonnellate l’anno (pari all’intera produzione nazionale) e solo la Russia la supera. Ma la passione per un lavoro antico, duro, faticoso, non si è spenta.
È l’isola più grande dell’arcipelago, Giava, a mantenere costruzioni che sembrano uscite da un libro di storia sulla rivoluzione industriale: capannoni nebbiosi, uomini in canottiera piegati dallo sforzo e lucidi di sudore, ma anche i tuffi nelle piscine del dopo lavoro, come i nostri bisnonni delle prime confraternite socialiste. Che mondo è mai quello che ancora fa girare ingranaggi degni del film Tempi moderni dell’indimenticabile Charlie Chaplin? Indonesia, terra di contraddizioni, di misteri religiosi e divisioni etniche che risalgono alla notte dei tempi, quando l’equatore era percorso da piroghe in cerca di un Paradiso sempre nuovo. In fondo, l’Indonesia di oggi non è diversa da altre nazioni che si sono formate negli ultimi secoli: crocevia di lingue e culture, ha saputo rinnovarsi, scommettendo su un futuro che non dimenticasse il passato. Può darsi che per questo ha mantenuto in vita queste industrie arrugginite che forse sarebbe più economico smantellare. Ma così si fermerebbe il ciclo della canna, con i contadini che la coltivano, fedeli alle tradizioni e ai festival che impongono le maschere rituali prima del raccolto – obbiettivo ottenuto più volte nell’arco dell’anno, grazie al clima dell’Equatore – e poi il rito del taglio, la schiena piegata per ore e ore, la legatura delle fascine, il trasporto alla fabbrica. Fatica, fatica, fatica. Tutto per rendere dolce il tè che accompagna qualunque pasto familiare. Ma come resistere? Non è solo l’Indonesia a essere schiava dell'”oro bianco” (o ambrato, a seconda della qualità). Che non è il sale, ovviamente. Quello non manca certo a una nazione sparsa su migliaia di isole (quante, in realtà non lo sanno nemmeno gli indonesiani: ma sono oltre 17 mila). La passione per il gusto dolce è nelle abitudini alimentari dell’uomo dalla notte dei tempi.” Gula merah”: così viene chiamato lo zucchero (di canna o di palma da cocco) in Indonesia. Nelle case tradizionali si presenta come un panetto ambrato, morbido al tatto e umido. Le donne lo affettano con il coltello e lo conservano nelle foglie di banano. All’occorrenza ne staccano un angolino, lo battono e lo mescolano con il tè o le varie pietanze che preferiscono il dolce al salato. Le analisi chimiche dicono che, rispetto al nostro zucchero bianco, questo dolcificante ha un indice glicemico molto più basso. Vero? Falso? Di certo ha un sapore più delicato e accattivante, più naturale, insomma. Ma la natura, qualche volta, viene violentata perché dia i suoi frutti. E l’Indonesia, con la sua passione antica per la canna da zucchero, non è un’eccezione. Come ha segnalato di recente “Salva le foreste”, l’Osservatorio indipendente sulle foreste primarie: «Una piantagione di canna da zucchero» scrivono sul sito della Ong «minaccia di dimezzare le foreste pluviali delle isole Aru: 480 mila ettari sui 730 mila di foresta naturale delle isole, situate a sud della Nuova Guinea. Nel 2010 il reggente delle Aru ha rilasciato licenze e permessi per 480 mila ettari di piantagioni a 28 imprese, tutte controllate dal Menara Group. Ma secondo Global Forest Watch Indonesia, le concessioni sarebbero state rilasciate in violazione alla legge, in quanto prive della prevista valutazione di impatto ambientale». Risultato: l’abbattimento di foreste su larga scala avrà conseguenze incalcolabili anche sulla vita delle comunità locali e delle popolazioni indigene che hanno abitato queste foreste per generazioni. «Le concessioni in questione violano i diritti delle comunità indigene sui loro territori ancestrali. Le condizioni di vita delle comunità locali dipendono strettamente dalle risorse naturali e dal riconoscimento del diritto alla terra: entrambi sono ora minacciati» ha avvertito Abdon Nababan, dell’Alleanza Popoli Indigeni dell’Arcipelago (Aman). Zucchero, meraviglioso zucchero, riflette la famigliola felice di fronte a un cumulo di dolci nel reparto pasticceria di una baracca-supermercato a Giava. Sapessero quanta storia c’è dietro ogni preparato: ma il loro sguardo goloso muterebbe?
(Da iodonna.it, 30/1/2015).

 

 




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