Indios d’America, la catastrofe non era un destino

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Il Messaggero, Martedì 5 Luglio 2005
Civiltà/ La tesi dello storico e demografo Livi Bacci sulla “leggenda nera” della Conquista
Indios d’America, la catastrofe non era un destino

di ANTONIO GOLINI

LA catastrofe non era un destino. Questa è la tesi sostenuta da Massimo Livi Bacci – un eminente studioso di problemi della popolazione, anche dal punto di vista storico – per spiegare il crollo della popolazione degli indios d'America dai 30-40 milioni, quanti si presume fossero all'arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492, a meno di 10, quanti si stima ne rimanessero all'inizio del '600, un secolo dopo. Nell'allocuzione rigorosa, argomentata e lucida di Livi Bacci, che ha chiuso scientificamente qualche giorno fa l'anno accademico dei Lincei, si può anche rintracciare la sua intensa partecipazione emotiva alle vicende di un popolo, quello americano delle origini, praticamente scomparso al contatto con quello europeo. Ne sono testimonianza, fra l'altro, i quattro versi “struggenti” tratti da un testo dei sacerdoti Maya con il quale ha voluto chiudere il suo discorso: «Essi (gli stranieri) insegnarono la paura,/ vennero a far sfiorire i fiori./ Perché il loro fiore vivesse/ sciuparono e succhiarono il nostro fiore». In questa quartina sta anche la tesi dell'autore, quando sostiene che la catastrofe demografica – che per l'umanità ha di fatto comportato la perdita di un popolo con la sua cultura, la sua organizzazione sociale ed economica – non fu un destino obbligato, ma l'esito dell'interazione fra fattori naturali, comportamenti umani e azioni sociali il cui risultato non era determinato in partenza. La prima ipotesi che si rintraccia nella storiografia riguardo alle cause della catastrofe demografica indiana, si basa sui disastri e le violenze della prima ondata della Conquista spagnola, che già nel 1552 Bartolomé de las Casas, un combattivo domenicano andato pure lui nelle Americhe, aveva descritto. In particolare vide nella violenza e nel servaggio le due cause fondamentali: la violenza delle uccisioni e della guerra per soggiogare le popolazioni e sconfiggere rivolte e opposizioni; il servaggio per la ricerca e la produzione dell'oro, le ruberie delle donne e delle terre, lo sradicamento delle comunità. Una tesi che fornì le basi a quella che venne poi chiamata la “leggenda nera” della Conquista. Durante l'Ottocento e il Novecento verrà gradualmente sostituita in Spagna, ma non solo, da un'interpretazione più benevola della dominazione iberica che sarebbe stata molto attenta a ricercare un equilibrio fra i diritti degli indiani e le prerogative degli spagnoli. E così da nera la leggenda divenne rosa o addirittura bianca considerando quindi la catastrofe come inevitabile frutto dell'incontro-scontro fra civiltà. E poi, recentemente, è arrivata la spiegazione epidemiologica che si fonda sulla vulnerabilità degli indios, un “terreno vergine”, a patologie provenienti dall'Europa e per loro nuove, come vaiolo, morbillo, scarlattina e altro ancora. Ma questa interpretazione – sostiene Livi Bacci – che spiega solo in parte l'accaduto, ha distolto la ricerca dall'analisi della complessità degli eventi e della causa del disastro, spostando su un evento naturale responsabilità che furono spesso umane e politiche. Le modalità della Conquista, le politiche della Corona spagnola e dei feudatari, la struttura e l'antropologia delle società indigene, la geografia del continente furono elementi molto rilevanti nel determinare il corso degli eventi e l'entità del disastro che – proprio per la diversa combinazione di tali fattori – provocò effetti diseguali: la scomparsa dei Taìno, abitatori delle grandi Antille, lo spopolamento delle coste del Messico e del Perù e la forte riduzione delle popolazioni degli altopiani mesoamericano e andino. Né impedì l'espansione dei Guaranì nelle regioni del Paraguay. E gli effetti diseguali supportano ulteriormente la tesi che la catastrofe non era un destino. Certo, l'epidemiologia contribuì, ma fu il trauma della Conquista a colpire l'intero sistema demografico indigeno pregiudicando quasi dappertutto la sopravvivenza degli individui, le loro unioni, la loro fecondità, le migrazioni.

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