Incredibile: il premier e Draghi tengono i loro interventi senza una sola parola in italiano.

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Il perfido Mario parla soltanto inglese. Sfregio alla celebrazione di Padoa-Schioppa
Incredibile: il premier e Draghi tengono i loro interventi senza una sola parola in italiano.

Povera patria. L’umiliazione dell’Italia va in onda di prima mattina, in diretta su SkyTg24. A Palazzo Koch c’è una conferenza in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa. A intervenire sono il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il presidente del Consiglio Mario Monti e il presidente della Bce Mario Draghi, in platea tanti pezzi grossi dell’economia e della finanza, oltre a qualche ospite straniero, tra cui il governatore della Banca d’Inghilterra Marvin King. E la lingua usata, incredibile auditu, è l’inglese.

Nell’Urbe, mica nella City; nella capitale d’Italia, mica del Burundi; nella sede centrale della Banca d’Italia, mica nella sede di Washington del Fondo monetario internazionale; in via Nazionale, mica in Trafalgar Square; per ricordare la figura di un economista italiano (di Belluno), mica indiano; su un canale italiano, mica australiano; in un luogo istituzionale, mica in un’aula di Harvard o Berkeley. Ebbene, il nostro premier, professore e gran spregiatore dei parlamentari (li tratta con sufficienza, come allievi non troppo svegli alle prese con un dettato) e quindi di quei populisti degli elettori, proprio mentre la Camera stava votando la fiducia sul suo provvedimento cosiddetto “salva-Italia”, una bazzecola in fondo, un atto dovuto dinanzi alla genialità dei balzelli, si è messo a parlare a braccio. Uao che bravo, in fluent english, of course. Dimostrazione pratica e simbolica del fatto che, come è tornato a ripetere, «non c’è differenza tra lavorare per l’Italia o per la Ue».

Ma ve l’immaginate un Sarkozy che usa anche una sola espressione della lingua della non più perfida Albione all’Eliseo o in un incontro ufficiale a Parigi? In un Paese come la Francia, dove una legge vieta l’uso di anglismi ormai diffusi ovunque e accettati in tutti gli idiomi, l’avrebbero et voilà ghigliottinato. O una Merkel che omaggia gli antenati Angli alla Bundesbank? Kaputt. O ancora, a proposito di antenati (i nostri stavolta) con le palle, un pur filo-ellenico Scipione che sfoggia la koinè (equivalente antico dell’inglese) in Senato? Condemnatus in un amen.

E invece l’ineffabile Mario Mountains in pochi minuti ha disintegrato anni di battaglie a Strasburgo e Bruxelles per dare pari dignità all’italiano, maltrattato da inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli, e reso ridicolo l’operato della Società Dante Alighieri, che dal 1889 si affanna per tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. Come possiamo pensare di ottenere rispetto all’estero se il primo a non far suonare il sì nel Belpaese è lo stesso capo del governo?

Persino Giovanni Paolo II, papa «chiamato di un Paese lontano», nel primo discorso dopo l’elezione, ovviamente in italiano, aveva chiesto indulgenza alla folla di Piazza San Pietro con un «Se mi sbaglio mi corrigerete», per poi arrivare nel febbraio 2004 a esortare il popolo della città caput mundi con uno storico «Damòse da fa’, semo romani!». E adesso questo tecnico bocconiano, pur presentato come il nuovo uomo della Provvidenza, per far capire a tutti di aver studiato a Yale (evidentemente c’è chi la notte legge Kant e chi l’Oxford Dictionary) e omaggiare i propri referenti, dai grandi giornali dell’establishment ai poteri forti internazionali, con il suo I don’t speak Italian costringe i poveri telespettatori ad attingere a lontani e improbabili ricordi scolastici o a credere di essere capitati su “Scherzi a parte”. E allora, a questo punto, perché non prevedere anche una traduzione simultanea dall’inglese in francese e in tedesco? La captatio benevolentiae, modo di dire colto per indicare le braghe calate, andrebbe estesa ai padroni di Parigi e Berlino. Orsù, un minimo di galanteria verso gli svizzeri che hanno ospitato, a Sankt Moritz, l’ultimo incontro del club Bilderberg…

Però c’è davvero poco da ridere. Qui la situazione è grave. Il vassallaggio non è più solo politico ed economico – con il governo di fatto della Bce e delle istituzioni internazionali a dettarci l’agenda e la sovranità nazionale finita a puttane (prima ci andava solo il Cav ed erano fatti privati) – ma è diventato anche culturale. Abbiamo abdicato al nostro ruolo, la nostra identità si è volatilizzata. E ricostruirla sarà più difficile che far scendere lo spread.

di Miska Ruggeri

Libero del 17/12/201




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