In scena la disgregazione di lingue, culture, popoli

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Anteprima Romaeuropa Festival presenta lo spettacolo turco di Mustafa e Övül Avkiran sulla disgregazione di un mondo

ASHURA

Infelice Anatolia, il destino di uomini costretti a odiarsi

di Paolo Cervone

Lasciamo alle spalle la statua di Atatürk, il padre della Turchia moderna, e la piazza Taksim animata ogni giorno da tre dei 12 milioni di persone che vivono in questa città sospesa fra due continenti, l’Europa e l’Asia, punto d’incontro fra Oriente e Occidente… A piedi, attraverso via Istiklal – nell’enorme folla che un antico tram fende con disinvoltura – ci addentriamo verso il cuore di Beyoglu, il quartiere dove si concentrano la cultura, l’arte, l’intrattenimento di Istanbul. Ci si smarrisce nelle stradine, e alla fine come per incanto si arriva in un luogo che sembra alla fine del mondo, un garage che ospita – lo dice il nome stesso – Garajstanbul, il centro di arti contemporanee che è anche il quartier generale del 5.Sokak Tiyatrosu (Teatro della Quinta strada), la più prestigiosa compagnia turca sulla scena internazionale fondata nel 1995 dal regista e attore Mustafa Avkiran e della coreografa, danzatrice e attrice Övül Avkiran. Qui si rappresenta «Ashura», lo spettacolo che arriverà il 20 e 21 novembre al Palladium per il Romaeuropa Festival…

«Ashura» mette in scena il dramma dell’esilio, la dominanza delle culture, il rapporto con l’Altro. Racconta storie di popolazioni che non possono appartenere a nessuna terra, sempre in fuga, costrette a migrare, un viaggio doloroso lontano non solo dalla propria casa ma da se stessi («è il nostro destino»). È la storia dell’Anatolia, l’odierna Turchia asiatica, culla di numerose popolazioni e civiltà e ceppi linguistici, dove molte tradizioni antiche ancora sopravvivono. Una ricca eredità culturale e storica, dove musulmani, ebrei e cristiani – le tre religioni monoteiste – si sono incontrati e scontrati… Accompagnati dalla musica (violoncello, contrabbasso, clarinetto, percussioni) gli attori-cantanti-musicisti interpretano canti popolari, lamentazioni e inni; voci sacre e voci profane, mentre su un muro in fondo scorrono le parole. Canti in turco, armeno, zazaki, ebraico, arabo, copto, greco, curdo, siriano, sefardita, la babele delle minoranze etniche dell’Anatolia una volta poliglotta. Una litania di lingue, religioni e culture. Raccontano la storia della creazione del mondo, la cacciata di Adamo ed Eva, parlano di Abramo e del figlio Isacco, di Mosè, Gesù e Giovanni, di Giacobbe e Noè… Questi racconti poetici e dolorosi sono interrotti, continuamente, in maniera distaccata e ossessiva, da numeri, statistiche, l’enumerazione delle lingue un tempo parlate in Turchia. Nel 1927, su una popolazione di oltre 13 milioni, l’86 per cento parlava turco, 9 per cento arabo, 8 per cento curdo e greco, e via via circasso, ebraico, armeno, albanese, bulgaro, dialetto tatar, persiano. E poi arrivano i censimenti del 1935, ’45, ’50… Nel 1965, su 31 milioni, il turco era parlato dal 90 per cento della popolazione; nel 1990, la Repubblica turca ha deciso di rimuovere la questione della lingua materna e una realtà multiculturale è stata ridotta all’omologazione socio-culturale. «Oggi – ricorda Mustafa Avkiran – nel mondo esistono circa seimila lingue, la metà delle quali sono destinate a scomparire in un secolo». Attraverso danza tradizionale, teatro contemporaneo, movimenti rituali, «Ashura» acquista così una dimensione universale, racconta questa disgregazione di culture e di popoli che vivono su una stessa terra – qualunque essa sia -, l’alienazione dell’uomo da se stesso, la trasformazione degli esseri umani in ombre: «Nel corso della Storia l’uomo ha esiliato, eliminato l’Altro, per creare una società omogenea. L’uomo non riesce più a vivere insieme all’Altro, non vuole riconciliarsi con l’Altro, che è visto come uno da distruggere. E per questo l’uomo è condannato a essere sempre più solo». Alla fine dello spettacolo i protagonisti abbandonano gli strumenti, smettono di parlare e di cantare; s’imbavagliano la bocca e siedono in silenzio. «E tuttavia – avverte Avkiran – l’uomo ha sempre avvertito la mancanza di un mondo dove ogni religione, lingua, cultura possano unirsi e comprendersi reciprocamente». Resta nonostante tutto una speranza. «Ashura» racchiude un appello commovente alla tolleranza e alla riconciliazione, accolto fra le lacrime dagli spettatori, molti dei quali arrivavano proprio da quelle terre lontane. E la storia dell’Anatolia, della Turchia, diventa quella di tutti noi.

(Dal Corriere della Sera, 8/8/2007).

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