In gioco per l’Europa il rapporto alla pari

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Il Messaggero, 2.11.04

IN GIOCO PER L'EUROPA IL RAPPORTO ALLA PARI

di GIANFRANCO PASQUINO

UNA volta si erano attestati sull'affermazione che vinca Kerry oppure Bush
la politica americana in Iraq e verso l'Europa non cambierebbe quasi in
nulla e per nulla. Adesso i sostenitori, più o meno espliciti, di Bush hanno
trovato una nuova, ma non per questo più convincente, parola d'ordine. Se
vincesse Kerry, sostengono, la sua politica non potrebbe essere molto
differente da quella di Bush, ma, ed è questo il nuovo punto “forte”,
sarebbe molto più esigente nei confronti dell'Europa. Insomma, Kerry non
vorrebbe fare il “lavoro sporco” in Iraq senza il sostegno attivo, in armi e
in soldati, degli europei. Allora, invece di fare il tifo per Kerry, gli
italiani e gli europei, soprattutto i progressisti, dovrebbero cominciare a
preoccuparsi e, tutto sommato, a pensare che Bush ci ha reso un buon
servizio evitando di richiedere una nostra presenza attiva.
Lasciando da parte il non marginale elemento che, in fondo, una parte di
europei: inglesi, polacchi, italiani, bulgari, è comunque da tempo, e con
sofferenze, impegnata in Iraq, un conto è accettare un ruolo militarmente
subordinato, come quello attuale, neppure ricompensato con le ricche
commesse per la ricostruzione di cui già godono le imprese americane amiche di Bush e Cheney, un conto ben diverso sarà, eventualmente, partecipare sia alla guerra contro il terrorismo sia alla costruzione di un ordine politico decente in Iraq. E' possibile, forse anche probabile, che il
multilateralismo di Kerry significherà la richiesta dello scudo politico
delle Nazioni Unite per qualsiasi attività militare futura in Iraq o
altrove, purché giustificata da un “pericolo reale e imminente”. Certamente,
significherà anche la consultazione con gli europei e, molto
presumibilmente, un coordinamento di attività con l'Unione Europea
finalmente dotatasi di un vero e proprio ministro degli Esteri. Bush non
cambierebbe un bel niente e né lui né il suo vice-presidente Dick Cheney,
l'unico sicuramente riconfermato dei collaboratori attuali insieme a
Condoleeza Rice, hanno dato qualche segnale di resipiscenza, di cambiamento di stile e di strada.
Con Bush, l'unilateralismo preventivo e arrogante continuerebbe a trovarsi
perfettamente a suo agio alla Casa Bianca. Invece, il presidente Kerry lo
sloggerebbe subito avendo capito da tempo che la guerra al terrorismo non si
vince con strumenti puramente bellici, che non sono mai abbastanza
“intelligenti”, ma si combatte e si vince con l'intelligence, cioè non con
la guerra preventiva, ma con la prevenzione. Con Bush, sarà più facile
continuare il rapporto privilegiato che Berlusconi ritiene di avere
costruito, ma è un rapporto di chiara sudditanza. Con Kerry, l'Italia e
l'Unione Europea avranno l'opportunità di farsi valere nelle scelte per la
ricostruzione di un nuovo e migliore ordine mondiale a condizione che siano
disposte a pagare il prezzo di un ruolo non da comparse, ma da protagonisti.
Con Bush, non abbiamo avuto nessuna possibilità di influenzare nessuna delle
sue politiche. Con Kerry, avremo più opportunità di collaborare a pacificare
una parte importante di mondo, ma non avremo più alibi se ci chiamassimo
fuori. Insomma, se si vuole essere trattati da alleati, consultati e
invitati a decidere insieme, bisogna avere le idee e le propensioni ad
agire. Kerry metterà alla prova entrambe. Meglio, molto meglio, così.
[addsig]



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