In difesa del "Lei"

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Lingua e tendenze

Il Difensore del Popolo spagnolo: più rispetto nei confronti dei docenti

Il tramonto del «lei» a capi e prof Per salvarlo appelli e ordinanze

di Paolo Di Stefano

L’esempio viene dall’alto, si diceva un tempo. Ma oggi si può dire, a ragion veduta, l’esatto contrario: l’esempio viene dal basso. Per esempio dalle comunità virtuali diffuse in rete, dove i contatti sono programmaticamente informali e ci si può rivolgere con il «tu» a ogni interlocutore, senza farsi troppi problemi. E non è detto, pertanto, che la diffusione della seconda persona singolare al posto del più rispettoso «Lei» non derivi proprio da lì. Intanto, si segnalano due notizie al riguardo che fanno riflettere anche perché arrivano in contemporanea da luoghi e da contesti molto diversi. La prima viene dall’Aquila, dove Vittorio Sconci, presidente dell’Azienda farmaceutica municipalizzata, ha sentito l’esigenza di inviare un richiamo ai dipendenti per ricordare loro che «all’amministratore delegato si dà solo del lei». La seconda arriva dal Difensore del Popolo spagnolo, Enrique Múgica. Il quale quest’anno, nell’abituale bilancio della sua attività, uscendo forse dal suo consueto seminato, ha avvertito a futura (ma neanche troppo) memoria i suoi giovani concittadini che «dare del tu ai professori è una mancanza di rispetto». Insomma, se si muovono le autorità amministrative e quelle politiche per porre un argine al «tu» indiscriminato, deve essere proprio vero che le forme di scortesia stanno prendendo il sopravvento a ogni latitudine. Poco importa se l’alternativa è da una parte il moderno (e italianissimo) «Lei» (che per iscritto perde abitualmente la maiuscola) e dall’altra il tradizionale «Usted», contrazione della locuzione astratta «Vuesta Merced» sul tipo delle nostre vecchie formule meridionali «Vossia» o «Vossignoria». Dunque, siamo diventati tutti potenziali seconde persone singolari per chiunque. Il prof per l’allievo, il capufficio per il suo dipendente, il politico per il giornalista, il cliente attempato per la commessa, l’avventore per il barista. E viceversa. «L’abitudine di collezionare amici ovunque, in internet attraverso facebook o via chat, oppure in tv nelle rubriche della De Filippi, ha invaso la vita sociale». È una prima riflessione del filosofo Remo Bodei, che aggiunge: «Si sta diffondendo un’idea di cameratismo spontaneo che non è democrazia ma solo sciatteria e banalizzazione dei rapporti umani». L’altro fattore rilevante specie per le giovani generazioni è, secondo Bodei, l’effetto-emulazione nei riguardi dell’inglese, dove «you» è onnicomprensivo da secoli. La prospettiva di uno storico della lingua come Francesco Sabatini, ex presidente dell’Accademia della Crusca, non è molto dissimile. Anche quando segnala che in Abruzzo, come in altre regioni meridionali, «l’uso del “tu” senza intenzioni di confidenza discende da una tradizione contadina locale». Ma qui si parla d’altro: «In un sistema più ampio di relazioni, nell’amministrazione di Bergamo o di Bari, la regola del rispetto e della distanza richiede il “Lei”». Senza arrivare alla deferenza fantozziana, è però difficile vedere dei vantaggi in una deregulation linguistica diffusa, secondo Sabatini: «Farsi dare del tu da un superiore è un errore, perché toglie ogni margine di difesa. Il “Lei” reciproco garantisce una distanza nelle due direzioni. Va però instaurato un sistema uniforme: il “tu” con il “tu”, il “Lei” con il “Lei”». Dunque, il richiamo di un’amministrazione ai dipendenti per l’osservanza delle forme linguistiche è un segnale preoccupante? «La circolare sfiora il ridicolo, è il sintomo di un’insufficienza grave, perché l’insegnamento non dovrebbe essere impartito da una lettera interna ma dall’educazione prima familiare, poi scolastica e sociale». Sociale in senso lato. Ma anche con allusioni specifiche: «I mass media hanno diffuso modelli di rapporti appiattiti e non decifrabili, per cui in televisione spesso trionfa il “tu” indipendentemente dal tipo di relazione che c’ è tra gli interlocutori». In un tempo non troppo remoto si pensava che la seconda persona reciproca fosse un ingrediente necessario al sogno della parità universale: «Che un professore si faccia dare del tu dai suoi allievi mi pare solo populismo. Io lo eviterei sempre e a volte lo spiego ai miei allievi dicendo che è anche una forma di rispetto nei loro confronti». Fatto sta che in italiano abbiamo una ridondanza di formule di saluto e di cortesia (un tempo avevamo persino il «Voi»), mentre a un francese basta un «s’il vous plaît» e a un inglese un «please» per dire quel che noi possiamo esprimere con mille sfumature: «È vero che un “salve” come saluto può essere positivo e risolvere qualche problema, ma la semplificazione della lingua è spesso il segno di un’umanità appiattita».

(Dal Corriere della Sera, 12/9/2009).

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