In dialetto si parla con Dio, ma non di Dio

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Il dialetto? “Usiamolo in famiglia”

di Claudia Marin

I dialetti? Una realtà culturale importante, seppure “in regresso nell’uso, visto che oggi soltanto una esigua minoranza di italiani li utilizza per parlarne con estranei”. Tira le somme, con altri linguisti, storici ed esponenti delle istituzioni, Luca Serianni, moderatore della tavola rotonda su “Lingua e dialetti. L’italiano tra federalismo e unità d’Italia”. Organizzato dalla Società Danta Alighieri. Un dibattito che spazia da neologismi come “localismo” – secondo alcuni, la fusione tra locale e globale – alle radici storiche e culturali dell’identità italiana, alle battaglie su tricolore e inno nazionale, fino al senso delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e alla discussa proposta d’inserire il dialetto tra gli insegnamenti scolastici. Ed è questo il fulcro dell’incontro. Dialetti sì o dialetti no? Lasciare cha cadano nel dimenticatoio, in favore della lingua e del suo valore di aggregazione o, viceversa, impegnarsi per salvarli come segno distintivo di istanze culturali legate ai territori? “La forza di un idioma si misura attraverso il suo uso in ambienti estranei alla famiglia, spiega Serianni. Ed è qui, spiega lo studioso, docente alla Sapienza e accademico dei Lincei, che il dialetto mostra la sua progressiva debolezza. “Soprattutto nell’Italia del Nord Ovest, dove solo il 10% dei cittadini usa il dialetto per parlare con estranei”. Ma anche in regioni con forte connotazione dialettale, come “Veneto, Campania, Sicilia e Calabria, la quota non supera il 40% e conferma il regresso del dialetto”. Quali sono i limiti espressivi del dialetto? Serianni spiega, citando il poeta romagnolo Raffaello Baldini, che “in dialetto si parla con Dio, ma non di Dio”. Comunica affettività insomma, ma non trasmette contenuti astratti né di un certo livello intellettuale. Per lui, di insegnarli a scuola proprio non se ne parla. Anche perché oggi risultano moltiplicati: “Il dialetto di Venezia non è lo stesso che a Verona. E imporre l’insegnamento del dialetto del capoluogo a un’intera regione mi parrebbe un atto di forza paradossale”. Dialetti sì, invece, da favorire e rafforzare, ed eventualmente anche da insegnare nelle scuole, per Stefano Bruno Galli dell’Università di Milano. “Ma il discorso non va ricondotto semplicemente all’aspetto linguistico, che anzi può essere fine a se stesso – precisa – bensì va considerato come un’occasione in favore della cultura e della tradizione legata alle realtà locali”.

(Da La Nazione, 11/11/2009).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il dialetto? “Usiamolo in famiglia”<br /><br />
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I dialetti? Una realtà culturale importante, seppure “in regresso nell’uso, visto che oggi soltanto una esigua minoranza di italiani li utilizza per parlarne con estranei”. Tira le somme, con altri linguisti, storici ed esponenti delle istituzioni, Luca Serianni, moderatore della tavola rotonda su “Lingua e dialetti. L’italiano tra federalismo e unità d’Italia”. Organizzato dalla Società Danta Alighieri. Un dibattito che spazia da neologismi come “localismo” – secondo alcuni, la fusione tra locale e globale – alle radici storiche e culturali dell’identità italiana, alle battaglie su tricolore e inno nazionale, fino al senso delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e alla discussa proposta d’inserire il dialetto tra gli insegnamenti scolastici. Ed è questo il fulcro dell’incontro. Dialetti sì o dialetti no? Lasciare cha cadano nel dimenticatoio, in favore della lingua e del suo valore di aggregazione o, viceversa, impegnarsi per salvarli come segno distintivo di istanze culturali legate ai territori? “La forza di un idioma si misura attraverso il suo uso in ambienti estranei alla famiglia, spiega Serianni. Ed è qui, spiega lo studioso, docente alla Sapienza e accademico dei Lincei, che il dialetto mostra la sua progressiva debolezza. “Soprattutto nell’Italia del Nord Ovest, dove solo il 10% dei cittadini usa il dialetto per parlare con estranei”. Ma anche in regioni con forte connotazione dialettale, come “Veneto, Campania, Sicilia e Calabria, la quota non supera il 40% e conferma il regresso del dialetto”. Quali sono i limiti espressivi del dialetto? Serianni spiega, citando il poeta romagnolo Raffaello Baldini, che “in dialetto si parla con Dio, ma non di Dio”. Comunica affettività insomma, ma non trasmette contenuti astratti né di un certo livello intellettuale. Per lui, di insegnarli a scuola proprio non se ne parla. Anche perché oggi risultano moltiplicati: “Il dialetto di Venezia non è lo stesso che a Verona. E imporre l’insegnamento del dialetto del capoluogo a un’intera regione mi parrebbe un atto di forza paradossale”. Dialetti sì, invece, da favorire e rafforzare, ed eventualmente anche da insegnare nelle scuole, per Stefano Bruno Galli dell’Università di Milano. “Ma il discorso non va ricondotto semplicemente all’aspetto linguistico, che anzi può essere fine a se stesso – precisa – bensì va considerato come un’occasione in favore della cultura e della tradizione legata alle realtà locali”.<br /><br />
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I dialetti? Una realtà culturale importante, seppure “in regresso nell’uso, visto che oggi soltanto una esigua minoranza di italiani li utilizza per parlarne con estranei”. Tira le somme, con altri linguisti, storici ed esponenti delle istituzioni, Luca Serianni, moderatore della tavola rotonda su “Lingua e dialetti. L’italiano tra federalismo e unità d’Italia”. Organizzato dalla Società Danta Alighieri. Un dibattito che spazia da neologismi come “localismo” – secondo alcuni, la fusione tra locale e globale – alle radici storiche e culturali dell’identità italiana, alle battaglie su tricolore e inno nazionale, fino al senso delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e alla discussa proposta d’inserire il dialetto tra gli insegnamenti scolastici. Ed è questo il fulcro dell’incontro. Dialetti sì o dialetti no? Lasciare cha cadano nel dimenticatoio, in favore della lingua e del suo valore di aggregazione o, viceversa, impegnarsi per salvarli come segno distintivo di istanze culturali legate ai territori? “La forza di un idioma si misura attraverso il suo uso in ambienti estranei alla famiglia, spiega Serianni. Ed è qui, spiega lo studioso, docente alla Sapienza e accademico dei Lincei, che il dialetto mostra la sua progressiva debolezza. “Soprattutto nell’Italia del Nord Ovest, dove solo il 10% dei cittadini usa il dialetto per parlare con estranei”. Ma anche in regioni con forte connotazione dialettale, come “Veneto, Campania, Sicilia e Calabria, la quota non supera il 40% e conferma il regresso del dialetto”. Quali sono i limiti espressivi del dialetto? Serianni spiega, citando il poeta romagnolo Raffaello Baldini, che “in dialetto si parla con Dio, ma non di Dio”. Comunica affettività insomma, ma non trasmette contenuti astratti né di un certo livello intellettuale. Per lui, di insegnarli a scuola proprio non se ne parla. Anche perché oggi risultano moltiplicati: “Il dialetto di Venezia non è lo stesso che a Verona. E imporre l’insegnamento del dialetto del capoluogo a un’intera regione mi parrebbe un atto di forza paradossale”. Dialetti sì, invece, da favorire e rafforzare, ed eventualmente anche da insegnare nelle scuole, per Stefano Bruno Galli dell’Università di Milano. “Ma il discorso non va ricondotto semplicemente all’aspetto linguistico, che anzi può essere fine a se stesso – precisa – bensì va considerato come un’occasione in favore della cultura e della tradizione legata alle realtà locali”.<br /><br />
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