Impoverimento del lessico sentimentale e sessuale nell’italiano d’oggi

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Costumi. Un’analisi dei libretti d’opera di ‘600 e ‘700 mostra la perdita di termini sentimentali e sessuali nell’italiano d’oggi

Parliamo d’amore, ma non abbiamo più le parole per dirlo

di Pierluigi Panza

Parliamo tanto di sesso, ma non abbiamo più le parole. In una società dove nell’arte, nella letteratura, in tv e su Internet il sesso impera, il lessico sessual-amoroso si è impoverito. Quando di «quella cosa lì» non se ne poteva parlare c’erano mille parole per dirlo; ora che è stato sdoganato se ne usano una manciatina. Lo si scopre leggendo in filigrana un’analisi su alcuni libretti d’opera condotta da un gruppo di studiosi dell’Università degli Studi di Milano, che fa riferimento a Ilaria Bonomi. I quali hanno pubblicato uno studio sulla lingua di alcuni libretti dal Sei all’Ottocento (Ilaria Bonomi e Edoardo Buroni, Il magnifico parassita. Librettisti, libretti e lingua poetica nella storia dell’opera italiana, con i contributi di V. M. Gaffuri e S. Saino, Franco Angeli editore, pp. 272, 24). In generale emerge che una notevolissima quantità di termini del Sei e Settecento si sono smarriti. Ma ciò che può colpire un lettore è che sono soprattutto i termini sessual-amorosi ad essere spariti. Dell’amplissima sfera semantica relativa all’amore utilizzata dai vari Casti e Da Ponte è rimasto poco. Ancora meno di quella del poeta secentesco Giovan Francesco Busenello, che scrisse libretti musicati da Monteverdi e Cavalli come Gli amori d’Apollo e Dafne, La Didone, L’incoronazione di Poppea. I «disarmati e impotenti amori» di Busenello sono diventati un semplice «non ci sta»; il «velenoso amor» è «stai attento»; l’«amor impudico» è scontato; i «lascivetti amori» sono un anglismo, un flirt; i «canuti amanti» è il sesso nella terza età; l’«amator malveduto» è uno che si fa prendere in giro; il «vivace amator» uno che «ci sa fare» mentre di contro, l’uomo poco prestante dà vita a «sciapiti amplessi» (il termine c’ è in Dante e Alfieri); i «manigoldi amplessi», infine, sono una «storia trasgressiva». E ancora: la «lascivia folle» è ora un semplice «perdere la testa»; l’«otio lascivo» è «fare un c…»; il «lascivir pudico» è quando lei «è rigida»; il «lascivo sospir» è quando lui è un ragazzino; le «beatitudini amorose» sono un «mi fa star bene»; il «pazzerello amoroso» è diventato «trottolino amoroso» in una canzone di Sanremo; le «adultere brame» sono un «tradimento» e, infine, le «calde innamorate voglie» di Busenello sono un quando «lei ci sta». Difficile ritrovare la fantasia, la poesia e il colore di Busenello negli sms e nelle email degli amanti di oggi! E anche quando si passa alle descrizioni corporee, la semantica di allora è più vasta di quella d’oggi: l’«alabastro incarnato» di una donna non si sa più cosa sia; le «fredde lacrime» è «sono incaz…»; le «membra vacillanti» è un «ci stai o no?»; le «incarnate nevi del seno» sono scomparse; non parliamo dell’«innamorata bocca» perché qui avremmo molte varianti poco riferibili. Le «membra ignude» è: si è spogliata; le «palpebre illanguidite» diventano: si capiva che ci stava. Per non parlare del linguaggio femminile quando la donna fingeva di ritrarsi di fronte al cavaliere. Vediamo come parla in un passo degli Amori la resistente Dafne: «Ma ostinato più che mai / Deflorar vuoi mia bellezza, / vuoi col lampo dei tuoi rai / Abbagliar mia debolezza. / Se nel labro ho dolce il mel, / non vuò darlo a te crudel». La perdita della semantica amorosa appare piuttosto vasta; quasi spariti «bacchettone», «baggiano», «fellone», «gaglioffo» e «vivace amator» per gli uomini, per le donne abbiamo sostituto «civettella» con «oca» e «insipida ninfa» o «insipida ninfetta» con «velina». Sono sparite anche le azioni come «gabbare», «ghermire», «paradiseggiare», «sgualdrineggiare», diventato poi «sgonnellare». Sparite locuzioni come «in coppa di bugia» o comportamenti come «mattana», «sensi bizzarri» e «spasimi». Che resta di tante delicate sfumature nell’età di Youporn? Poco slang inglese non citabile, quasi un solo verbo per designare l’atto, e la descrizione del corpo femminile concentrata su duo o tre parti. In Busenello, Casti e Da Ponte, oltreché nei Sonetti lussuriosi dell’Aretino se ne trovavano molti di più. Si direbbe che le immagini hanno sottratto forza all’immaginazione spogliando, più che le donne, la lingua. Rendendoci, per dirla con i librettisti, dei «poetastri di quarta» della seduzione.
(Dal Corriere della Sera,15/6/2010)




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