Immigrazione utile all’Europa ora smettiamo di avere paura

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LA REPUBBLICA
21.10.2004 pg.1
Parla il ministro dell'Interno dopo l'accordo di Firenze tra i maggiori Paesi europei su stranieri e sicurezza
“Immigrazione utile all'Europa ora smettiamo di avere paura”
Pisanu: l'Islam rispetti le leggi il velo si può ammettere

ROMA- «L'Europa apra gli occhi e smetta di guardare con paura lo straniero che arriva in cerca di lavoro per mantenere la sua famiglia. L'immigrazione è un fenomeno così vasto e complesso che sta modificando profondamente i processi economici, politici e sociali dell'intero pianeta. Non lo si può ridurre alla questione dei clandestini, che pure deve essere risolta. Chi ha responsabilità di governo deve adoperarsi per convincere le opinioni pubbliche che l'immigrazione è una necessità per chi parte ed è una risorsa, un’opportunità per chi l'accoglie». Giuseppe Pisanu lancia questo messaggio pochi giorni dopo il vertice di Firenze, durante il quale i ministri dell'Interno dei principali paesi europei hanno fatto il punto della situazione sui due argomenti che maggiormente preoccupano i cittadini del Vecchio continente: terrorismo e immigrazione. Per la prima volta si è sancito che il fenomeno delle migrazioni deve essere affrontato a livello continentale, con uno sforzo comune che deve abbinare misure di sicurezza e iniziative di sostegno economico ai paesi poveri. Ciò richiede, secondo Pisanu, un approccio intellettuale diverso, un cambio di mentalità indispensabile per definire una nuova strategia che sia efficace nel tempo.
Lei ha espresso più volte insoddisfazione per come l'Europa ha affrontato l'emergenza immigrati. Ha sempre giudicato inadeguata e miope una politica quasi esclusivamente difensiva. Dopo il vertice di Firenze si sente più ottimista? Ritiene che cambierà qualcosa?
“Mi sembra che i grandi paesi europei vogliano finalmente farsi carico del problema in tutta la sua ampiezza. Un primo passo è stato compiuto proprio a Firenze, ma i nostri sforzi non si devono fermare. L'Europa deve superare l'egoismo di chi si preoccupa di comprare l'ultimo modello di telefono cellulare al proprio figlio e finge di non accorgersi della tragedia alle nostre porte. Per ogni migrante che riesce ad attraversare il deserto del Sahara ce ne sono quattro che non ce la fanno. E dietro ciascuno di quei quattro ce ne sono cinquanta che aspettano di partire. Già oggi nel mondo c'è un immigrato ogni trentacinque abitanti. Nei prossimi trent'anni il fenomeno raddoppierà. Non possiamo più
girarci dall'altra parte».
Questa è una esortazione. Ma cosa dovremmo e cosa possiamo fare in concreto?
«In primo luogo dare un seguito ai lavori di Firenze. La mia speranza e la mia richiesta è che si arrivi ad inserire rapidamente nell'agenda europea tutte le questioni sul tappeto, abbandonando pregiudizi e timori. La paura, come il sonno della ragione, genera mostri: in questo caso razzismo e xenofobia. Cominciamo a spiegare ai nostri cittadini che senza l'importazione di manodopera l'Europa negli ultimi dieci anni avrebbe perso due punti di Pil ogni dodici mesi. E per quanto riguarda l'Italia se nel prossimo decennio non avessimo immigrazione perderemmo tre milioni e mezzo di lavoratori attivi. Accogliere queste persone non è solo un atto di umanità ma anche una necessità. Ed è per questo che anche i flussi regolari devono essere aumentati… ».
Ma alle frontiere premono milioni di disperati, destinati a moltiplicarsi se nelle loro terre non troveranno lavoro e un minimo di benessere.
«È certamente la questione centrale. Il fondo europeo Eneas, di cui abbiamo parlato a Firenze, ha una dotazione molto modesta e può consentire solo piccoli interventi. I paesi sviluppati devono accrescere il loro impegno finanziario partendo da un dato emblematico: a fronte di circa 70 miliardi di dollari che diamo annualmente ai paesi poveri le rimesse degli immigrati verso i loro luoghi d'origine superano i 300 miliardi. Queste cifre ci spiegano due cose: innanzitutto che lo sviluppo economico del terzo mondo è alimentato dagli individui più poveri dei paesi ricchi, che sono appunto gli immigrati; e poi che per i paesi del terzo mondo lasciar partire un migrante vuol dire esportare povertà e importare ricchezza».
In Europa ci sono molti dubbi su come vengono accolte queste persone da noi. Sui centri di accoglienza Francia e Spagna esprimono forti perplessità…
«Nessuno può darci lezioni in questo campo. A Lampedusa si è vista gente portare la colazione da casa agli immigrati appena sbarcati. A parte questo, ricordo che lo Stato spende sessanta euro al giorno per il mantenimento di ciascun immigrato nei centri di accoglienza. Gli italiani, i governi italiani, hanno sempre avuto a cuore la dignità umana di queste persone. Quanto alla proposta tedesca, italiana e inglese osservo che essa parte dalla constatazione che esistono già due delibere del Consiglio europeo dei ministri dell'Interno che prevedono la possibilità di contribuire, su richiesta dei paesi interessati alla costruzione di centri di accoglienza in vista della risistemazione o del rimpatrio dei clandestini. In certi casi i centri esistono già: sitratta solo di migliorarne la gestione sotto il profilo umanitario e funzionale. Riuscire a trattenere i clandestini prima che prendono il mare può significare salvare loro la vita».
Polemiche ci sono state anche da noi. Qualcuno ha assimilato questi centri a campi di prigionia.
«Vi è stata spesso malafede da parte di chi ha montato certe polemiche intrise di retorica umanitaria. Se intercetto un clandestino in Italia che devo fare? Dove lo metto? Se non lo accolgo in un luogo adatto devo lasciarlo libera di circolare? Io credo che dovremo aprire un centro in ogni regione, anche più di uno se necessario. Saranno luoghi dove si potranno espletare le pratiche di legge, dove potranno sedere le commissioni territoriali per le domande d'asilo, e i giudici di pace chiamati a convalidare le espulsioni… ».
Una proposta che creerà malumore, soprattutto nella sua maggioranza.
«Ci sono comuni e regioni che non vogliono i centri?Allora dicano ai propri cittadini che il clandestino trovato per strada sarà lasciato libero di circolare. E magari ricordino che oggi, in Italia, i1 90 per cento della popolazione carceraria extracomunitaria è composta di immigrati clandestini».
Clandestini in carcere, clandestini reclutati dal terrorismo fondamentalista in Europa. Regge l’equazione?
E’ forzata, ma c'è un qualche nesso. Dopo la guerra in Afghanistan frange consistenti di Al Qaeda si sono trasferite nel Corno d'Africa, mentre nella regione sub-sahariana si registra una crescita rapida dell'integralismo islamico: questo ci obbliga ad essere molto scrupolosi nel controllo dei flussi in arrivo da quelle aree.Abbiamo anche elementi per dire che l'organizzazione del traffico dei clandestini può essere un mezzo di autofinanziamento delle organizzazioni terroristiche. Non vi è dubbio peraltro che l'emarginazione sociale e l'isolamento culturale in cui spesso finiscono i clandestini costituiscono il terreno dove più facilmente attecchisce la mala pianta dell'estremismo».
Sul fronte del terrorismo islamico in Italia ci sono allarmi specifici?
,Non ci sono oggi minacce specifiche e ragionevolmente documentate di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Naturalmente il quadro generale ci suggerisce di tenere elevate tutte le misure di prevenzione che abbiamo posto in essere».
Lei ha più volte sostenuto che per togliere ossigeno al fondamentalismo è necessario integrare la comunità islamica. Anche il presidente Ciampi si prodiga in questa direzione. Ritiene che siano stati fatti progressi significativi?
«Stiamo cominciando ad affrontare i problemi di una società multiculturale e multireligiosa. Dobbiamo imparare a dialogare con l'Islam, seconda religione nel nostro paese. Dobbiamo guardare a queste comunità non nell'ottica dell'assimilazione ma della integrazione o almeno della pacifica convivenza. Io penso che possa esistere non “un Islam in Italia”, una specie di corpo estraneo che si ricava un suo spazio all'interno del paese mettendosi in un atteggiamento difensivo e potenzialmente offensivo, ma un “Islam italiano”, cioè una comunità religiosa che coltiva la sua fede e la sua identità rispettando però i nostri ordinamenti e le nostre leggi».
E le sembra che gli islamici in Italia siano consapevoli di questi obblighi?
«Ne sono consapevoli quelli che forse impropriamente chiamiamo islamici moderati, coloro cioè che vogliono semplicemente salvaguardare la loro identità rispettando però i nostri valori e le nostre leggi».
Come la mettiamo con la bambina di Carpi esonerata dall'educazione fisica per motivi religiosi?
«Non conosco esattamente le motivazioni dell'esonero. Credo comunque che certi atteggiamenti come l'uso ostentato del burqa siano scelte individuali talvolta provocatorie, ma non sono certo scelte collettive. La maggior parte delle musulmane italiane circolano a volto scoperto. Se vogliono tenere il foulard come segno di identità perché mai si dovrebbe impedirlo? Mia madre, che vestiva il costume sardo, ha tenuto il foulard tutta la vita e d'inverno si copriva fino agli occhi con uno scialle pesante».
Alcune amministrazioni locali hanno concesso diritto di voto agli immigrati per le elezioni amministrative. Lo avrebbe fatto anche lei? E ritiene che un giorno si possa arrivare a concedere anche il voto politico?
«No. Io sono contrario anche al voto amministrativo. Si tratta di un diritto costituzionalmente garantito e strettamente legato alla cittadinanza. Il giorno che il Parlamento lo riterrà opportuno si dovranno semmai rivedere i criteri di conferimento della cittadinanza».
Il ministro Martino proprio ieri si è detto contrario all'unificazione dei servizi segreti che lei invece ha recentemente auspicato inParlamento. Intanto la riforma resta seppellita in Parlamento.
«Il governo deve ancora adottare una decisione collegiale. Ci sono posizioni differenziate che sicuramente si comporranno. Il presidente Berlusconi ha già preannunziato una riunione sull'argomento».
Di Luigi Contu e Claudia Fusani

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