Il vero yankee ha una lingua sola

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HOTEL AMERICA

Il vero yankee ha una lingua sola

Conoscere troppo bene un idioma straniero, se non si lavora per il Dipartimento di Stato o per la Cia, è guardato con sospetto

di VITTORIO ZUCCONI

Come si chiama una persona che parla tre lingue? Trilingue. Chi ne parla due? Bilingue. E chi parla una sola lingua? Americano. È una vecchia battuta, ma vera. Il rifiuto di imparare altre lingue, oltre all’inglese, è paragonabile solo a quella di noi italiani, perennemente fra gli ultimi nelle nazioni dell’Unione Europea in fatto di lingue. Neppure gli immigrati del mondo ispanico a sud della frontiera del Rio Grande hanno migliorato radicalmente il testardo "monolinguismo" degli americani.
È stato calcolato che in città come Miami, San Antonio, Los Angeles, dove si concentrano le massime comunità di "latinos", un immigrato dal Messico, da Cuba, dall’Honduras, da qualsiasi nazione dove si parli lo spagnolo, può nascere, vivere, sposarsi, lavorare, pagare le tasse, fare fortuna, mettersi nei guai, curarsi, professare la propria fede, giocare, morire ed essere sepolto senza conoscere una parola di inglese. Studiare e imparare davvero una lingua straniera è qualcosa che gli "anglo" considerano, più che una perdita di tempo, quasi un tradimento.
Con le solite eccezioni di licei e di università particolari, le scuole, soprattutto quelle pubbliche, insegnano le lingue anche peggio delle nostre. Gli insegnanti ci sarebbero, visto che ogni linguaggio del mondo è rappresentato negli Usa e soltanto a New York si parlano 85 fra lingue e dialetti diversi. Ma più forte è l’indifferenza di famiglie e studenti che considerano quelle ore come perdite di tempo. Pensano di non avere bisogno di faticare con ideogrammi cinesi, caratteri cirillici, arabo, con gli accenti del francese o con la pronuncia dell’italiano, apparentemente facile per chi lo ha imparato con il latte della mamma.
Riuscire a far pronunciare a un americano la parolina "tutti", in modo che non suoni come "ciucci" è duro come convincere un italiano a non dire "buuling" parlando di bocce e birilli. Conoscere troppo bene una lingua straniera, se non si lavora per il Dipartimento di Stato o per la Cia, è guardato con sospetto, come un segnale di arroganza e forse di scarso patriottismo. Teresa Heinz, la moglie del candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004, John Kerry, colta signora Ketchup di origine portoghese, fu scorticata viva per avere cominciato il proprio discorso al Congresso del partito con un saluto multilingue in italiano, portoghese, spagnolo, tedesco, francese. Un’insopportabile snob.
La Società Nazionale per l’Insegnamento delle Lingue ha notato che nei licei americani anche privati si spendono più ore a insegnare lingue morte come il latino e il greco antico (quello che i Greci non parlano più) che per insegnare lingue vive. E se qualche governo straniero finanzia la diffusione della propria cultura anche alle elementari, pagando il modesto stipendio di maestre di lingua, altri, come quello italiano, tagliano i pochi fondi anche per insegnamenti part time.
Le lingue straniere sono usate al massimo come "gimmick", espedienti di marketing per lanciare prodotti. La VW usava un impossibile e impronunciabile parola composta tedesca "Fahrvergnu? gen" (il piacere di guidare) per sedurre clienti con espressioni esotiche. I venditori di alimentari amano i suoni italianeggianti, producendo ridicole, alle nostre orecchie, focacce chiamate "Freschette", beveroni come il "Frapuccino", pesci ad alto contenuto artistico detti "Bronzini" (che sarebbero i branzini) e l’ultima versione del caffelatte freddo batezzato "Coolata", che si pronuncia come "culata".
Gli americani, scrisse il grande umorista Art Buchwald, non vogliono imparare lingue straniere perché sono persuasi che ogni essere umano, dalle Ande alla Kamchatka, conosca l’inglese. Che dentro la testa di ciascuno di noi viva un omino o una donnina che attenda soltanto di sentirsi rivolgere la parola in inglese per capire e rispondere. Lo spettacolo del turista americano che tenta, con voce sempre più alta, di chiedere direzioni in inglese a un pizzardone romano senza ottenere soddisfazione è una delle poche scenette esilaranti offerte dalla triste Roma di oggi. C’è soltanto da sperare che quel turista americano, frustrato e assetato, non chieda al vigile dove può prendere una "culata".
(Da repubblica.it, 13/10/2012).




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