Il valore delle lingue nazionali e la loro capacità di superare i confini

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Il dibattito

«La morte della cultura francese» titolava la rivista americana Time il 3 dicembre scorso

Cultura francese? Non dite che è morta

L’ostililtà nasce dal panico: tutte le potenze intellettuali si eclissano. Anche l’America

di Bernard-Henri Levy

…Quarto assioma: l’arte è come la scienza. Le opere degli artisti sono come le teorie degli scienziati: semplici, facili, automatiche, universali – accessibili a tutti, traducibili in tutte le lingue e soprattutto in angloamericano. Un libro che non si presta? Non esiste. Un Céline, un Proust intraducibili? Un Kafka di cui non resta che una labile traccia, che si ribella alla traduzione più accurata e fedele? Un Joyce che, persino nella prosa impeccabile del suo traduttore francese Valéry Larbaud, non è più Joyce? Uno scrittore francese, o inglese, o un angloamericano contemporaneo, che potrebbe risultare (come si dice) «inadatto» a un’altra lingua appare inimmaginabile. O ne emerge come un «leggero divertissement». Perché la lettera corrisponde al numero. La sintassi è un’equazione. L’ideale letterario una semplice formula. Quinto assioma: forse il più assurdo e il più ingenuo. Questa traducibilità non è solo incessante, ma costante nel corso della storia.

L’effetto a formula non solo necessario, ma immediato. Le grandi opere sono quelle che si possono trasferire, quasi in tempo reale, in un linguaggio di «significato globale». La massima idiozia è racchiusa nei passaggi più comici di questo articolo: quelli in cui l’autore presume che i grandi scrittori francesi, i Camus, i Sartre, per non parlare dei Racine e dei Molière, sui cui capolavori si misurano le luci tremolanti delle opere minori e inferiori di oggi, siano stati catapultati immediatamente nella fama mondiale! Come se queste opere, che lottarono per farsi strada oltre i confini della corte, fossero già pronte a sfondare le porte della lista sacrosanta dei bestseller del New York Times del XXI secolo! Vorrei ricordare il passo in cui l’ autore scodella quel vecchio e banale pregiudizio, secondo il quale gli scrittori dell’avant-garde del XX secolo hanno sterilizzato la narrativa francese. Oppure quando afferma di Michel Houellebecq: «È conosciuto perché misogino, misantropo e ossessionato dal sesso», come a dire che uno scrittore è in qualche modo responsabile per il carattere attribuito ai suoi personaggi. Vorrei terminare con l’impressione dominante che mi ha lasciato questo testo bizzarro, che a rifletterci bene sembra meno una recensione della situazione francese e molto di più un commento devastante sullo stato attuale della stessa cultura Usa. Perché quello che più colpisce è il suo tono permeato di nervosismo. È il desiderio di provare con troppa foga quello che, inevitabilmente, come diceva Nietzsche, svuota la verità. È un soffio d’ansia e, forse, d’angoscia ciò che trapela da questo articolo. Come se contenesse un messaggio finale, ma segreto e per di più in codice. Ma torniamo alla vera questione. Ho l’impressione che questo articolo non prenderebbe di mira il declino della cultura francese se non volesse tratteggiare anche il fato di tutte le culture dominanti, che prima o poi dovranno assistere alla decadenza della loro egemonia. L’articolo parla con toni veritieri dell’America e di quello che l’ aspetta, quando la crescente influenza dello spagnolo, del cinese e forse di altre lingue asiatiche arriverà a spodestare l’ angloamericano come la lingua della formula infallibile e della traduzione universale. La Francia è la metafora dell’America. L’ostilità antifrancese è una forma rimossa di panico che non riesce ad ammettere la propria esistenza. Un classico. (Traduzione di Rita Baldassarre).

(Dal Corriere della Sera, 10/12/2007).

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3 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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«La morte della cultura francese» titolava la rivista americana Time il 3 dicembre scorso<br /><br />
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L'ostililtà nasce dal panico: tutte le potenze intellettuali si eclissano. Anche l'America<br /><br />
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di Bernard-Henri Levy<br /><br />
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…Quarto assioma: l'arte è come la scienza. Le opere degli artisti sono come le teorie degli scienziati: semplici, facili, automatiche, universali - accessibili a tutti, traducibili in tutte le lingue e soprattutto in angloamericano. Un libro che non si presta? Non esiste. Un Céline, un Proust intraducibili? Un Kafka di cui non resta che una labile traccia, che si ribella alla traduzione più accurata e fedele? Un Joyce che, persino nella prosa impeccabile del suo traduttore francese Valéry Larbaud, non è più Joyce? Uno scrittore francese, o inglese, o un angloamericano contemporaneo, che potrebbe risultare (come si dice) «inadatto» a un'altra lingua appare inimmaginabile. O ne emerge come un «leggero divertissement». Perché la lettera corrisponde al numero. La sintassi è un'equazione. L'ideale letterario una semplice formula. Quinto assioma: forse il più assurdo e il più ingenuo. Questa traducibilità non è solo incessante, ma costante nel corso della storia. <br /><br />
L'effetto a formula non solo necessario, ma immediato. Le grandi opere sono quelle che si possono trasferire, quasi in tempo reale, in un linguaggio di «significato globale». La massima idiozia è racchiusa nei passaggi più comici di questo articolo: quelli in cui l'autore presume che i grandi scrittori francesi, i Camus, i Sartre, per non parlare dei Racine e dei Molière, sui cui capolavori si misurano le luci tremolanti delle opere minori e inferiori di oggi, siano stati catapultati immediatamente nella fama mondiale! Come se queste opere, che lottarono per farsi strada oltre i confini della corte, fossero già pronte a sfondare le porte della lista sacrosanta dei bestseller del New York Times del XXI secolo! Vorrei ricordare il passo in cui l' autore scodella quel vecchio e banale pregiudizio, secondo il quale gli scrittori dell'avant-garde del XX secolo hanno sterilizzato la narrativa francese. Oppure quando afferma di Michel Houellebecq: «È conosciuto perché misogino, misantropo e ossessionato dal sesso», come a dire che uno scrittore è in qualche modo responsabile per il carattere attribuito ai suoi personaggi. Vorrei terminare con l'impressione dominante che mi ha lasciato questo testo bizzarro, che a rifletterci bene sembra meno una recensione della situazione francese e molto di più un commento devastante sullo stato attuale della stessa cultura Usa. Perché quello che più colpisce è il suo tono permeato di nervosismo. È il desiderio di provare con troppa foga quello che, inevitabilmente, come diceva Nietzsche, svuota la verità. È un soffio d'ansia e, forse, d'angoscia ciò che trapela da questo articolo. Come se contenesse un messaggio finale, ma segreto e per di più in codice. Ma torniamo alla vera questione. Ho l'impressione che questo articolo non prenderebbe di mira il declino della cultura francese se non volesse tratteggiare anche il fato di tutte le culture dominanti, che prima o poi dovranno assistere alla decadenza della loro egemonia. L'articolo parla con toni veritieri dell'America e di quello che l' aspetta, quando la crescente influenza dello spagnolo, del cinese e forse di altre lingue asiatiche arriverà a spodestare l' angloamericano come la lingua della formula infallibile e della traduzione universale. La Francia è la metafora dell'America. L'ostilità antifrancese è una forma rimossa di panico che non riesce ad ammettere la propria esistenza. Un classico. (Traduzione di Rita Baldassarre). <br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 10/12/2007). <br /><br />
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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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«La morte della cultura francese» titolava la rivista americana Time il 3 dicembre scorso<br /><br />
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Cultura francese? Non dite che è morta<br /><br />
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L'ostililtà nasce dal panico: tutte le potenze intellettuali si eclissano. Anche l'America<br /><br />
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…Quarto assioma: l'arte è come la scienza. Le opere degli artisti sono come le teorie degli scienziati: semplici, facili, automatiche, universali - accessibili a tutti, traducibili in tutte le lingue e soprattutto in angloamericano. Un libro che non si presta? Non esiste. Un Céline, un Proust intraducibili? Un Kafka di cui non resta che una labile traccia, che si ribella alla traduzione più accurata e fedele? Un Joyce che, persino nella prosa impeccabile del suo traduttore francese Valéry Larbaud, non è più Joyce? Uno scrittore francese, o inglese, o un angloamericano contemporaneo, che potrebbe risultare (come si dice) «inadatto» a un'altra lingua appare inimmaginabile. O ne emerge come un «leggero divertissement». Perché la lettera corrisponde al numero. La sintassi è un'equazione. L'ideale letterario una semplice formula. Quinto assioma: forse il più assurdo e il più ingenuo. Questa traducibilità non è solo incessante, ma costante nel corso della storia. <br /><br />
L'effetto a formula non solo necessario, ma immediato. Le grandi opere sono quelle che si possono trasferire, quasi in tempo reale, in un linguaggio di «significato globale». La massima idiozia è racchiusa nei passaggi più comici di questo articolo: quelli in cui l'autore presume che i grandi scrittori francesi, i Camus, i Sartre, per non parlare dei Racine e dei Molière, sui cui capolavori si misurano le luci tremolanti delle opere minori e inferiori di oggi, siano stati catapultati immediatamente nella fama mondiale! Come se queste opere, che lottarono per farsi strada oltre i confini della corte, fossero già pronte a sfondare le porte della lista sacrosanta dei bestseller del New York Times del XXI secolo! Vorrei ricordare il passo in cui l' autore scodella quel vecchio e banale pregiudizio, secondo il quale gli scrittori dell'avant-garde del XX secolo hanno sterilizzato la narrativa francese. Oppure quando afferma di Michel Houellebecq: «È conosciuto perché misogino, misantropo e ossessionato dal sesso», come a dire che uno scrittore è in qualche modo responsabile per il carattere attribuito ai suoi personaggi. Vorrei terminare con l'impressione dominante che mi ha lasciato questo testo bizzarro, che a rifletterci bene sembra meno una recensione della situazione francese e molto di più un commento devastante sullo stato attuale della stessa cultura Usa. Perché quello che più colpisce è il suo tono permeato di nervosismo. È il desiderio di provare con troppa foga quello che, inevitabilmente, come diceva Nietzsche, svuota la verità. È un soffio d'ansia e, forse, d'angoscia ciò che trapela da questo articolo. Come se contenesse un messaggio finale, ma segreto e per di più in codice. Ma torniamo alla vera questione. Ho l'impressione che questo articolo non prenderebbe di mira il declino della cultura francese se non volesse tratteggiare anche il fato di tutte le culture dominanti, che prima o poi dovranno assistere alla decadenza della loro egemonia. L'articolo parla con toni veritieri dell'America e di quello che l' aspetta, quando la crescente influenza dello spagnolo, del cinese e forse di altre lingue asiatiche arriverà a spodestare l' angloamericano come la lingua della formula infallibile e della traduzione universale. La Francia è la metafora dell'America. L'ostilità antifrancese è una forma rimossa di panico che non riesce ad ammettere la propria esistenza. Un classico. (Traduzione di Rita Baldassarre). <br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 10/12/2007). <br /><br />
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Daniela Giglioli
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«La morte della cultura francese» titolava la rivista americana Time il 3 dicembre scorso<br /><br />
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Cultura francese? Non dite che è morta<br /><br />
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L'ostililtà nasce dal panico: tutte le potenze intellettuali si eclissano. Anche l'America<br /><br />
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…Quarto assioma: l'arte è come la scienza. Le opere degli artisti sono come le teorie degli scienziati: semplici, facili, automatiche, universali - accessibili a tutti, traducibili in tutte le lingue e soprattutto in angloamericano. Un libro che non si presta? Non esiste. Un Céline, un Proust intraducibili? Un Kafka di cui non resta che una labile traccia, che si ribella alla traduzione più accurata e fedele? Un Joyce che, persino nella prosa impeccabile del suo traduttore francese Valéry Larbaud, non è più Joyce? Uno scrittore francese, o inglese, o un angloamericano contemporaneo, che potrebbe risultare (come si dice) «inadatto» a un'altra lingua appare inimmaginabile. O ne emerge come un «leggero divertissement». Perché la lettera corrisponde al numero. La sintassi è un'equazione. L'ideale letterario una semplice formula. Quinto assioma: forse il più assurdo e il più ingenuo. Questa traducibilità non è solo incessante, ma costante nel corso della storia. <br /><br />
L'effetto a formula non solo necessario, ma immediato. Le grandi opere sono quelle che si possono trasferire, quasi in tempo reale, in un linguaggio di «significato globale». La massima idiozia è racchiusa nei passaggi più comici di questo articolo: quelli in cui l'autore presume che i grandi scrittori francesi, i Camus, i Sartre, per non parlare dei Racine e dei Molière, sui cui capolavori si misurano le luci tremolanti delle opere minori e inferiori di oggi, siano stati catapultati immediatamente nella fama mondiale! Come se queste opere, che lottarono per farsi strada oltre i confini della corte, fossero già pronte a sfondare le porte della lista sacrosanta dei bestseller del New York Times del XXI secolo! Vorrei ricordare il passo in cui l' autore scodella quel vecchio e banale pregiudizio, secondo il quale gli scrittori dell'avant-garde del XX secolo hanno sterilizzato la narrativa francese. Oppure quando afferma di Michel Houellebecq: «È conosciuto perché misogino, misantropo e ossessionato dal sesso», come a dire che uno scrittore è in qualche modo responsabile per il carattere attribuito ai suoi personaggi. Vorrei terminare con l'impressione dominante che mi ha lasciato questo testo bizzarro, che a rifletterci bene sembra meno una recensione della situazione francese e molto di più un commento devastante sullo stato attuale della stessa cultura Usa. Perché quello che più colpisce è il suo tono permeato di nervosismo. È il desiderio di provare con troppa foga quello che, inevitabilmente, come diceva Nietzsche, svuota la verità. È un soffio d'ansia e, forse, d'angoscia ciò che trapela da questo articolo. Come se contenesse un messaggio finale, ma segreto e per di più in codice. Ma torniamo alla vera questione. Ho l'impressione che questo articolo non prenderebbe di mira il declino della cultura francese se non volesse tratteggiare anche il fato di tutte le culture dominanti, che prima o poi dovranno assistere alla decadenza della loro egemonia. L'articolo parla con toni veritieri dell'America e di quello che l' aspetta, quando la crescente influenza dello spagnolo, del cinese e forse di altre lingue asiatiche arriverà a spodestare l' angloamericano come la lingua della formula infallibile e della traduzione universale. La Francia è la metafora dell'America. L'ostilità antifrancese è una forma rimossa di panico che non riesce ad ammettere la propria esistenza. Un classico. (Traduzione di Rita Baldassarre). <br /><br />
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