Il trionfo dell’inglese. Un impero mondiale con altri mezzi. of English: a world empire by other means

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economist 2001

Il trionfo dell’inglese.
Un impero mondiale con altri mezzi.

La nuova lingua mondiale sembra buona per tutti – tranne i locutori di lingue minoritarie e quelli di madre lingua inglese – forse un pò troppi.
E’ ormai ovunque.Circa 380 milioni la parlano come prima lingua e forse altri 250 milioni come seconda lingua. Un miliardo di persone la sta imparando, quasi un terzo della popolazione mondiale vi è in qualche modo esposto e si prevede che per il 2050 metà della terra sarà più o meno competente in materia. E’ la lingua della globalizzazione – del commercio internazionale, della politica, della diplomazia. E’ la lingua dei computer e di internet. La si può trovare sui poster in Costa di Avorio, la si può ascoltare nelle canzoni pop a Tokio, la si legge sui documenti ufficiali a Phnom Penh. Deutche Welle la usa nelle sue trasmissioni. Bjork, un’islandese la usa per cantare. Le scuole di business francesi la usano nei loro corsi. E’ lo strumento di espressione nelle riunioni di gabinetto in Bolivia Davvero la lingua parlata nel 1300 solo dai popoli “della bassa Inghilterra”, come la chiamò all’epoca Robert di Gloucester, ha fatto una lunga strada. Oggi è la lingua globale.
Come è successo? Di sicuro non perché l’inglese sia facile.

Certo i generi sono semplici, giacché l’inglese si affida al pronome “it” per tutti i nomi di oggetti inanimati, e riserva il maschile per i maschi bona fide ed il femminile per le femmine (e per i paesi e le navi). Ma i verbi tendono ad essere irregolari, la grammatica stravagante e la concordanza tra pronuncia e ortografia un incubo. L’inglese è ormai così diffusamente parlato in cosi tanti luoghi che parecchie versioni si sono sviluppate, talune così particolari che persino dei “madre lingua” di queste possono avere difficoltà a comprendersi tra loro. Ma anche se esistesse un’unica versione, le difficoltà non mancherebbero. Persino l’inglese di ogni giorno è una lingua fatta di sottigliezze, sfumature e complessità. John Simmons, un consulente linguistico di Interbrand, ama citare la parola “set” [che è contemporaneamente un verbo e un sostantivo, ndt], una parola apparentemente semplice che assume significati diversi in contesti sportivi [una manche di tennis o pallavolo, ndt], culinari [set lunch, ad esempio significa pranzo a prezzo fisso, ndt], sociali [set phrases – frasi fatte, a set smile – un sorriso di circostanza, the smart set – il bel mondo, ndt ] o matematici [insieme, ndt] – e questo ancor prima di associarli dei modificatori. Poi, come verbo, può diventare “set aside” [mettere da parte, tralasciare, ndt], “set up” [costituire, preparare, fornire, causare, ecc…, ndt], “set down” [mettere per iscritto, ndt], “set in” [iniziare, ndt], “set on” [scagliare/scagliarsi contro, ndt], “set about” [accingersi, affrontare, ndt], “set against” [contrapporre, ndt] e cosi via, termini che “lasciano persino i madre lingua sconcertati circa il vero significato della parola”.
Come lingua dalle molte origini – Romancia, Germanica, Nordica, Celtica e così via – l’inglese è stato assemblato in modo caotico. Ma la sua elasticità la rende più confusa ma anche più forte. Quando si tratta di introdurre nuove parole, l’inglese pone poche barriere. Ogni anno le case editrici pubblicano nuovi dizionari che includono neologismi a profusione. L’ultima decade, per esempio, ha prodotto non solo un mucchio di informatichese internettiano e telefonese ma anche una quantità di gergo adolescenziale. Tutti questi sono già comunemente accettati nella lingua inglese, anche se molti un pò tradizionalisti potrebbero opporvi resistenza. Quelli che sono posti a guardia del francese, all’opposto, si tormentano da anni per decidere se far passare CD-Rom (no, deve essere cédérom), frotte manche (convalidata), parola belga per leccapiedi, o euroland (no il termine deve essere la zone euro). Stranamente, shampooing [sostantivo usato in francese per shampo, e che in inglese è il gerundio del verbo to shampoo, cioè fare lo shampo, ndt] (che non esiste come sostantivo in inglese), parrebbe essere stato accettato dall’Accadémie Française senza problemi, forse perché gli inglesi avevano in origine preso la parola “shampoo” dall’hindi.
La lingua di Albione incontaminata.
Gli anglofoni non sono sempre stati così sereni circa questo atteggiamento aperto verso la loro lingua, così pronti a presentare una facciata di nonchalance all’accetazione de facto di parole straniere tra i loro mot d’ésprit, cliché e altre massime. Nel 18 – simo secolo tre scrittori – Joseph addison (fondatore dello Spectator), Daniel Defoe (scrittore del Robinson Crusoe) e Jonathan Swift (I viaggi di Gulliver) – volevano che si costituisse un comitato per regolare la lingua. Da buon protezionista, Addison scrisse:
“Ho sempre auspicato che alcuni Signori fossero destinati, come Sovrintendenti della nostra Lingua, per far scudo al passaggio di qualunque Parola di Conio straniero tra di noi; ed in particolare per impedire a qualunque espressione francese di diffondersi in questo Regno, quando quelle di nostro stampo sono complessivamente altrettanto valide.”
Per fortuna, i principi del libero mercato ha trionfato, cosi come dovette ammettere non senza riluttanza Samuel Johnson, l’autore del primo grande dizionario della lingua inglese. “Che siano derisi i lessicografi”, proclamò, “che debbano credere che questo dizionario possa imbalsamare la propria lingua …Con tale auspicio,

tuttavia, furono costituite Accademie a guardia lungo i viali delle proprie lingue…ma la loro vigilanza e le loro attività sono state finora vane … poiché incatenare le sillabe e frustare il vento sono ambedue peccati di orgoglio.”
L’orgoglio però è raramente assente quando si parla di lingua, e non c’è da sorprendersi, giacché il successo o il fallimento di una lingua ha poco a che fare con le sue qualità intrinseche e “tutto a che vedere con il potere dei popoli che la parlano”. Il che, come sottolinea il professore Jean Aitchinson dell’Università di Oxford, è particolarmente vero dell’inglese.
Non sempre le cose andavano in questo modo. Il greco rimase la lingua del commercio e dei cristiani come S. Paolo e degli ebrei della diaspora anche assai dopo la fine della supremazia politica della Grecia. Il latino continuò ad essere la lingua della Chiesa e perciò di ogni sistema di insegnamento dell’Europa occidentale assai dopo il declino e la caduta di Roma. Ma il greco ed il latino (per quanto adattati nel Medio Evo per descrivere molti concetti e oggetti non romani) erano lingue rigide con regole fisse che non riuscivano ad adattarsi in modo naturale. Come scrisse Edmund Waller nel 17 simo secolo:
Scrivendo sulla sabbia la nostra lingua cresce,
E come la marea la nostra opera straripa
I poeti che agognano i marmi eterni,
In Greco o Latino devono scolpire.
In altri termini, l’inglese è cambiato coi tempi, e verso il 19 secolo i tempi erano tali che si era diffuso attraverso un impero sul quale
non tramontava mai il sole. Da allora cominciò ad assurgere a lingua globale.
Ciò poteva notarsi non solo nell’uso dell’inglese nelle colonie britanniche ma anche tramite la sua utilità in realtà assai più distanti.
Per esempio, quando la Germania ed il Giappone stavano negoziando la loro alleanza contro l’America e l’Inghilterra nel 1940, i loro ministri degli esteri, Joachim von Ribbentrop e Yosuke Matsuoka, condussero le loro discussioni in inglese. Ciononostante, al di là della flessibilità e della sua precedente diffusione, la vera ragione per il recente trionfo dell’inglese è il trionfo degli anglofoni Stati Uniti d’America come potenza mondiale. Da ciò deriva un’enorme causa di frizione.
Maledetti Yankees, Francesi in difesa.
Il merito dell’inglese come lingua globale è di consentire a popoli di paesi diversi di conversare e fare affari gli uni con gli altri. Ma le lingue non sono solo dei mezzi di comunicazione, che consento a una nazione di dialogare con un’altra nazione. Sono anche dei depositi di culture e di identità. Ed in molti paesi l’avanzata onnivora dell’inglese minaccia di danneggiare o distruggere una buona parte della cultura locale. Di ciò ci si lamenta spesso persino nella stessa Inghilterra: per quanto la lingua che oggi fa piazza pulita nel mondo si chiami inglese la cultura che da essa viene trasportata è quella americana.
Nel complesso i britannici non si lamentano. Taluni rimpiangono l’abbandono di termini come “bullet-proof waistcoast” (a favore di “bullet-proof vest”) [in entrambi i casi giubbotto antiproiettile, ndt], l’arrivo di “hopfully” [auspicabilmente, ndt] all’inizio di ogni frase, la svendita all’ingrosso di alcuni tempi dei verbi, e la mutazione del significato di “presently” da “presto” a “ora”. Ma pochi si accorgono o si rammaricano che le loro vecchie stazioni ferroviarie [railway stations] sono divenute delle stazioni dei treni [train stations], che il parcheggio delle macchine [car park] sta diventando un lotto per il parcheggio [parking lot], e che le persone ora vivono su [on] una strada e non in [in] una strada.
Tuttavia altri popoli non sono cosi tranquilli.
Forse per i francesi è più difficile. Sin dalla rivoluzione del 1789, hanno aspirato a veder assurgere la loro lingua ad uno status in qualche modo universale, e verso la fine del 19 secolo, con la Francia affermatasi come seconda potenza coloniale dietro all’Inghilterra e con la sua lingua accettata come lingua franca della diplomazia, sembrarono di essere sulla strada del raggiungimento del loro obbiettivo. Con l’avanzare del 20 secolo e l’invadenza dell’inglese i francesi si sono barricati in difesa.
Una risposta fu di raggruppare i francofoni fuori dalla Francia. Habib Bourguiba, il primo Presidente della Tunisia indipendente, dichiarò servizievolmente nel 1966 che “la comunità francofona” non era “una nuova forma di colonialismo” e che entrare a farne parte era, per le neo ex colonie Francesi, un modo di trarre beneficio del loro passato coloniale. Il suo omologo senegalese, Léopold Senghor, che scriveva in modo elegante nella lingua di Molière, Racine e Baudelaire, era lieto di aderire alla Francofonia, un raggruppamento di paesi ispirato al Commonwealth (ex britannico) e costituita per promuovere la lingua e la cultura francese. Ma nonostante che paesi improbabili quali la Bulgaria e la Moldavia l’hanno raggiunta – la Francia spende circa un milione di dollari l’anno in vari aiuti e altri programmi progettati per promuovere la propria civiltà all’estero – il francese si classifica attualmente solo nono tra le lingue del mondo.
Il suo declino è visibile ovunque. Prima che la Gran Bretagna raggiungesse l’allora mercato unico (ora Unione Europea) nel 1973, il francese era la sola lingua ufficiale del club. Oggi che trai paesi membri ci sono anche Danimarca, Finlandia e Svezia. i cui popoli parlano spesso inglese meglio dei britannici, l’inglese è la lingua dominante dell’Unione, a dire il vero oltre l’85% delle organizzazioni internazionali usano l’inglese tra le loro lingue ufficiali.
Nella stessa Francia l’avanzata dell’inglese è implacabile. Alcatel, l’ex gigante statale delle telecomunicazioni, usa l’inglese come lingua interna. Gli stessi scienziati sanno che devono “pubblicare in inglese o perire in francese”. E benché un Ministro “della cultura e della lingua francese”, Jacques Toubon, fece, nella metà degli anni novanta, tutto il possibile per bandire espressioni straniere dalla lingua francese un successivo Ministro dell’istruzione, Claude Allègre, dichiarò nel 1998 che “l’inglese non dovrà più essere considerato una lingua straniera… In futuro sarà altrettanto fondamentale [in Francia] dello scrivere leggere e far di conto”.
Ciò non significa che la Francia abbia abbandonato i suoi sforzi per arrestare la corruzione della sua bella lingua. Battaglie di retroguardia sono state condotte dai piloti di Air France per protestare contro le istruzioni di volo date in inglese. Le leggi cercano di fare diga contro la crescente insidia della perfida Albione sulle onde radio. I membri dell’Accademie di Francia, i guardiani del bon usage, si riuniscono tutt’ora nelle loro uniformi ricamate d’oro e d’argento per sancire le leggi che regolano la loro lingua. Tuttavia, chi dovesse sentire compassione per i francesi dovrebbe sentirsi assai più addolorato per gli abitanti del Québec, una minoranza di circa 6 milioni di francofoni trai 300 milioni di anglofoni del Nord America. E’ certo facile prendersi gioco dei loro sforzi di difendere la loro versione assediata della lingua francese: tutta quella loro assurda polizia linguistica che combatte contro il franglais assicurando che tutti i contratti siano scritti in francese e pattugliando negozi ed uffici per assicurarsi che ogni cartello in inglese sia di taglia regolamentare. Però è altrettanto facile capire le loro preoccupazioni. Dopo tutto, il violento assalto editoriale dagli Stati Uniti è tale da far tentare ai canadesi anglofoni di innalzare barriere protezionistiche in difesa dei loro giornali in un atto di apparente sfida al WTO: le industrie culturali canadesi sarebbero a rischio. Non c’è da stupirsi se i francofoni del Québec si sentano ancora più minacciati dall’onnipresenza dell’inglese.
Tedeschi, polacchi e cinesi uniti.
I francofoni sono tutt’altro che isolati. L’anno scorso in Polonia è entrata in vigore una legge per obbligare tutte le società che vendono o pubblicizzano prodotti stranieri ad usare la lingua polacca nelle loro pubblicità, istruzioni ed etichettature. La Lettonia ha provato a tenere a bada il russo (ed i russi, per essere più precisi) insistendo nell’uso della lingua lettone negli affari. Persino la Germania, la principale potenza economica e politica in Europa, ha sentito il bisogno di resistere alla diffusione del Denglish. Tre anni fa l’Istituto per la lingua tedesca scrisse a Deutche Telecom per protestare contro la sua adozione di termini “grotteschi” come City-Call, HolidayPlusTarif e GermanCall. Un anno prima, un articolo comparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung dove un grafico veniva citato con espressioni quali “giving story”, “co-ordinate concepts” e “effortless magic” fece infuriare cosi tanto il Professor Wolfgang Kramer che fondò la Società per la difesa della lingua tedesca, che ora ha vinto il premio per il Sprachpanscher (lo svalutatore linguistico) dell’anno.
Per alcuni paesi il problema non è che l’inglese non sia parlato, ma che non è parlato abbastanza bene. La diffusione del “cinglese”, una versione locale della lingua di Shakespeare, è una fonte eterna di preoccupazione per le autorità di Singapore che temono che i loro concittadini perdano la padronanza di quello “autentico” e quindi un grosso vantaggio commerciale sui loro rivali.
Ad Hong Kong, al contrario, i nuovi padroni cinesi stanno promuovendo il cantonese, il che preoccupa il mondo degli affari locale.
In India alcuni vedono l’inglese come un’eredità oppressiva del colonialismo che dovrebbe essere estirpata. Nel lontano 1908 il Mahatma Ghandi asseriva che “dare a milioni di persone la conoscenza dell’inglese è un modo per renderli schiavi”. Novanta anni dopo la battaglia era ancora in atto con l’allora Ministro della difesa indiano, Mulayam Singh Yadav , che giurava che non avrebbe avuto pace “fin quando l’inglese non sarà cacciato dal paese”. Tuttavia altri ritengono che l’inglese unisca una nazione con 800 lingue e dialetti e la colleghi al mondo esterno.
Alcuni paesi, come la Francia, cercano di fissare la loro lingua per decreto. In Germania un insieme di riforme sono state prodotte qualche anno fa da un gruppo di filologi e funzionari allo scopo di semplificare l’ortografia di alcune parole – Spagetti al posto di Spaghetti, Saxifon al posto di Saxophon – ridurre il numero di regole che governano la punteggiatura (da 52 a nove) e cosi via. I ministri della cultura dei vari land hanno diligentemente approvato questa riforma che ha cominciato ad entrare in vigore nelle scuole e sui giornali del paese. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire oppure fanno largo all’inglese: nello Schleswig-Holstein gli elettori si sono ribellati, e a tempo debito persino giornali come la Frankfurter Allgemeine Zeitung hanno abbandonato le nuove pratiche.
Anche la Spagna si batte per la conformità tramite una Accademia Reale Spagnola, simile all’Accademia Francese. Il compito dei 46 accademici spagnoli è di “ripulire, riordinare e dare lustro” ad una lingua che è decisamente molto viva, anche se nove decimi dei suoi locutori vivono fuori dalla Spagna. L’Accademia professa una disponibilità ad assorbire nuove parole ed espressioni, ma il suo direttore riconosce che “i cambiamenti sono ormai diventati molto rari”. Non c’è da stupirsi se i paesi ispanofoni dell’America Latina – ed anche le Filippine e gli Stati Uniti – hanno costituito le loro Accademie.
Tenere in vita le lingue minori.
Le norme da sole possono risultare inefficaci a reggere l’impatto dell’inglese ma questo non significa che sia impossibile mantenere in vita le lingue a rischio. Il mohawk, ad esempio, parlato da alcuni indigeni nel Québec, era in via di estinzione fino agli anni 70 quando furono profusi sforzi prima per codificarlo, poi per insegnarlo a scuola ai bambini. Il gallese ed il maori sono entrambi tornati in gioco grazie alla televisione ed alle interferenze governative, mentre il navajo, l’hawaiano ed alcune lingue parlate in Botswana sono state artificialmente invigorite.

L’Islanda è stata straordinariamente capace di mantenere viva la propria lingua delle saghe, anche se è la lingua di appena 275.000 persone. E per di più vi è riuscita ricorrendo più all’invenzione che all’assorbimento. Mentre i tedeschi non hanno più mantenuto il termine Fernsprechapparat, una volta che Telefon era disponibile, e i francesi hanno preferito di gran lunga le shopping e le weekend agli equivalenti autoctoni, gli islandesi hanno prontamente adottato alnaemi per AIDS, skjar per monitor e toelva per computer. Perché?
In parte perché le nuove parole sono di fatto per la maggior parte antiche: alnaemi significa “vulnerabile”, skjar è la membrana traslucida della sacca amniotica che si stendeva per “lucidare” le finestre e toelva è composta dalle parole usate per “dito” e “profetessa”. La loro familiarità fa sì che queste parole siano immediatamente intellegibili. Ma è senz’altro d’aiuto il fatto che gli islandesi siano intensamente orgogliosi sia della loro lingua che della loro letteratura, così l’impulso a tenerle in vita è forte.
Forse il modo più efficace di mantenere la propria lingua viva, tuttavia, è di darli uno scopo politico. L’associazione dell’irlandese col nazionalismo irlandese ha contribuito a riportare in uso questa lingua dall’oblio del 19 secolo, proprio come la costruzione dello Stato di Israele ha convertito l’ebraico da lingua solo scritta a lingua nazionale.
Per alcune nazioni, come l’India, il fastidio risentito per l’invasione dell’inglese può essere attutito dalla soddisfazione di vedere le proprie parole arricchire il vocabolario dell’invasore: il dizionario “Hobson-Jobson” di Sir Henry Yule nel 1886 conteneva migliaia di parole ed espressioni anglo-indiane. Ma per molti popoli il trionfo dell’inglese rappresenta la sconfitta se non la vera e propria distruzione della propria lingua.
Delle 6.000 o 7.000 lingue parlate al mondo, un paio vanno fuori di scena ogni settimana.
Alcune vittime recenti del mondo sviluppato comprendono il catawba (Massachussets), l’eyak (Alaska), ed il livoniano (Lettonia). Ma la maggior parte si trovano nelle giungle della Papua Nuova Guinea, che possiede ancora più di lingue di qualunque altro paese, o in Indonesia, o in Nigeria (poi vengono l’India, il Messico, il Camerun, l’Australia ed il Brasile).
Gli esperti dissentono sulla velocità con cui le lingue stanno scomparendo: alcuni sostengono che per la fine del secolo se ne saranno andate la metà, altri dicono il 90%. Ma ogni volta che una lingua muore, un pezzo della cultura, della storia e della diversità del mondo muoiono con essa.
Lentamente, ciò viene progressivamente riconosciuto. L’Unione Europea ha proclamato il 2001 “Anno Europeo delle lingue”, ed è impressionante che persino in Francia – la cui ostilità alla competizione fra lingue è rivelata dall’esplicito asserto della Costituzione che “la lingua della Repubblica è il Francese” – si guardi ora con occhi più benigni alle sette lingue regionali (Alsaziano, Basco, Bretone, Catalano, Corso, Fiammingo, e Provenzale).
Nondimeno l’estinzione della maggior parte delle lingue è probabilmente inarrestabile. La televisione e la radio, entrambe biasimate per l’omologazione, possono paradossalmente prolungare la vita di alcune di esse trasmettendo a livello locale in lingue minoritarie. E malgrado molte lingue potrebbero morire, molte persone potrebbero apprendere a parlare più lingue: il multilinguismo, un’ovvietà per le popolazioni meno istruite dell’Africa, è ora la norma tra gli olandesi, gli scandinavi e sempre più tra tutti i popoli.
Tuttavia, gli anglofoni di lingua madre stanno diventando sempre meno competenti in altre lingue: solo nove studenti si sono laureati in lingua araba nelle Università degli Stati Uniti l’anno scorso, ed i britannici sono i più monoglotti trai popoli dell’Unione Europea. Per cui il trionfo dell’inglese non solo distrugge le lingue degli altri ma isola anche gli anglofoni di madre lingua dalla letteratura, dalla storia e dalle idee degli altri popoli. Si tratta, in poche parole, di una vittoria di Pirro. Ma allora chi è a favore dell’esperanto? Non di certo lo staff dell’Economist .

The Economist, Dec 20th 2001

 




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