Il Treno (fermo) dell’economia europea

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Il Treno (fermo) dell’economia europea
di Salvatore Bragantini

Gli stress test – volti a verificare se le banche europee possono superare un forte peggioramento dell`economia senza chiede – e soldi allo Stato – sono andati bene, troppo bene per molti, specie nell`euroscettico mondo di lingua inglese. Per loro l`asticella dell`esame era troppo bassa. Certo, c`è un interesse diffuso a non gridare «al fuoco» nel cinema affollato. Le critiche, tuttavia, non paiono condivisibili. Anche all`analogo esercizio svolto negli Usa a maggio 2009 furono rivolte critiche simili; per Roubini e Richardson, della New York University, lo scenario ipotizzato era troppo ottimistico; finora hanno avuto torto. Le obiezioni al test europeo si concentrano sulla valutazione dei crediti delle banche verso i governi, che potrebbero comportare perdite (per riscadenzamenti, o addirittura default). Ai critici non è piaciuto che i test ipotizzino perdite solo sugli investimenti di portafoglio (trading book) in titoli di Stati sovrani, e non invece sui crediti veri e propri, destinati ad andare a scadenza. Viviamo in un mondo globalizzato nel quale gli imperi economici non hanno confini, e lasciano con un palmo di naso gli Stati, che ai confini devono attenersi; al dunque però, almeno in finanza – proprio l`attività più globale che ci sia – la dimensione nazionale conta, eccome! Il prestatore di ultima istanza ad una banca dell`Eurozona in difficoltà è la Banca Centrale del Paese in cui ha sede, non la Bce. Ne deriva una conseguenza spesso negletta: la dimensione di ogni banca non può essere eccessiva in relazione a quella del suo Paese; pena il rischio Islanda, resa insolvente dal default delle sue banche. Le critiche ai test poggiano su una contraddizione di fondo. Se la banca ha un capitale insufficiente, toccherà allo Stato in cui ha sede supplire all`eventuale deficienza dei capitali privati, quello stesso Stato il cui debito è stato svalutato nel test. E un circolo vizioso già rimarcato in un commento breve di Stefano Agnoli sul Corriere del 27 luglio. Negli stress test Usa nessuno si è sognato di ipotizzare perdite sui crediti verso lo zio Sam, i cui conti pubblici pure fanno acqua. E vero che la Grecia, ad esempio, non controlla la propria moneta: alla luce delle clausole anti-salvataggio dei Trattati ciò rende più probabili perdite sui crediti sovrani. Parliamo allora di Stati che emettono una moneta propria; perché le banche britanniche devono svalutare nei test i loro crediti verso il Regno Unito, i cui conti non sono poi tanto peggio di quelli dello zio Sam? E come tener conto del fatto che è più probabile che questi Paesi ripaghino il debito nominale con l`inflazione? I test, insomma, non sono stati bugiardi. Piuttosto, ci dicono di nuovo che il treno europeo è fermo in aperta campagna, e i macchinisti dormono. I leader nostri odierni non sono all`altezza della sfida, fattasi difficilissima. Ciò esula dalla responsabilità dei regolatori. Spetta loro, invece, evitare due chiari pericoli. L`importanza sistemica delle banche, anzitutto, non deve giustificare la reticenza sui loro conti. Dall`inizio della crisi vige di fatto una legge marziale; la stabilità bancaria viene prima di tutto. Ne abbiamo avuto ora nuova prova con il diniego del le banche tedesche – «coperte» dal loro vigilante, la Bafin – a fornire i dettagli numerici degli stress test. Riccardo Sabbatini (Sole 24 Ore, 27 luglio) ci dice che i regolatori in futuro potranno sospendere gli obblighi di informazione per banche di importanza sistemica in difficoltà. Se limitato a casi davvero estremi, ciò avrebbe senso, ma il rischio che così si nascondano dati che dovrebbero invece essere noti è forte. Se la banca è davvero un`impresa, che oltre a raccogliere risparmio deve remunerare gli azionisti, l`opacità fa male ~la sistema. Il secondo rischio è che ora passi il messaggio che la finanza va bene così. Sarebbe un grave errore, che spetta ai regolatori evitare. Le idee del presidente della britannica Fsa, Turner – sull`inutilità sociale, e sui pericoli per i contribuenti, di tanta finanza non vanno abbandonate solo perché i test sono andati bene e il nuovo governo inglese vuoi dimidiare l`Fsa. Il tema della concorrenza in finanza, poi, è ignorato. Le grandi investment bank Usa abusano chiaramente del loro potere di mercato. Quanto a noi, i nostri fondi comuni (indagine Ufficio Studi Mediobanca) hanno prelevato sulle gestioni azionarie nel `09 commissioni del 2,7%; grosso modo pari ai dividendi, dai quali viene il solo vero aumento di valore dell`investimento. Viene così a mancare la ratio stessa della gestione. Negli Usa, dove le reti bancarie non assorbono, come in Italia, il grosso delle commissioni, esse sono state nel ’09 dell`1%. Se non pone rimedio a queste storture, nonostante i test positivi la finanza ci riserverà presto brutte sorprese.
Pagina 36
(1 agosto 2010) – Corriere della Sera




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