IL traguardo dell’Europa politica

Posted on in Europa e oltre 29 vedi

Gli incontri della Merkel

IL TRAGUARDO DELL’ EUROPA POLITICA

di ANTONELLA RAMPINO

Angela Merkel ha portato un regalo a Giorgio Napolitano e Mario Monti: l’Europa politica. A cinque anni dalla riunione che a Berlino celebrò inutilmente il Trattato di Roma, è da Berlino che si riparte. «Noi cittadini dell’Unione siamo, per la nostra felicità, uniti», si disse allora.
Non è stato così, e solo la violenza di questa crisi, il rischio di default e di contagio da
default, poteva spingere l’Europa a ritrovare se stessa.
Ed è la Germania a riconoscere che, per arrivare a unificare la politica economica dopo il varo del fiscal compact, per superare quella che Carlo Azeglio Ciampi chiama «la zoppìa», occorre partire dalla politica. E’ il rovesciamento di tutto ciò che da Maastricht ci ha condotto sin qui, attraverso l’Odissea della crisi.
«Adesso c’è un clima molto più favorevole all’Europa politica», ha commentato ieri Giorgio Napolitano. Perché al Quirinale, come a Palazzo Chigi, era stato appena recapitato un documento detto «degli otto», che in sole tre paginette ridisegna il sogno europeo. In vista della riunione dei ministri degli Esteri il 20 marzo a Berlino, Germania, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Austria, Belgio (cui si sono poi aggiunti Danimarca e Polonia) propugnano «maggior integrazione politica», «maggiore
capacità di azione attraverso un più efficiente processo decisionale e maggior coordinamento tra le istituzioni». Si punta non un’Europa nuova ma un’Europa vera, ridisegnandone anche la governance. Il percorso non sarà breve, e di certo nemmeno lineare, ma è il primo forte segnale che si è preso atto della gracilità degli Stati-nazione del Vecchio Continente, della follia di aver buttato alle ortiche il progetto di Costituzione.
A Berlino, a rilanciarlo sarà Guido Westerwelle. Si guarda, come primo traguardo di lavoro, al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Angela Merkel, a chi ha assistito ai colloqui dell’altro giorno al Quirinale e a Palazzo Chigi, è sembrata orgogliosa di poter mostrare di avere una visione ampia, lungimirante dell’Europa, e anche di rendere ragione alle accuse lanciatele dal suo antico maestro, e padre della riunificazione oltre che dell’euro, Helmut Khol. La necessità di mostrare che la Germania non è un cerbero anestetizzato dai propri trionfi ma un primus inter pares, il bisogno di rispondere politicamente a quell’allarme lanciato settimane fa da Helmut Schmidt sul rischio di «venti antitedeschi» alimentati dalla merkeliana ideologia rigorista, non sono apparsi tutti d’un colpo. Alcuni segnali c’erano stati. Da ultimo, il documento «Per una forte Unione politica» di Amato, Bonino e Prodi firmato anche dai tedeschi Beck, Brok, Jansen, Lamers, Poettering, Schoenfelder. Prima ancora, una
conversazione della Cancelliera con degli studenti all’inizio di febbraio, «l’Unione deve cambiar pelle», certo «è molto difficile cedere sovranità, ma è necessario». E «servirebbe he la Commissione diventasse un autentico governo, e che rispondesse a un forte Parlamento». Un progetto che è musica, per le orecchie di Monti e soprattutto di Napolitano. Adesso, si può cominciare a pensare a un’Europa sovrannazionale.
Come diceva Jean Monnet, l’Europa cresce nelle crisi.
(Da La Stampa, 15/3/2012).




5 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Manca una patria europea <br />
<br />
di FILIPPO DI ROBILANT <br />
<br />
L’Europa è attraversata da un diffuso malessere. Siamo sempre meno e sempre più vecchi. Abbiamo <br />
perso la fiducia nelle nostre capacità di mantenere la prosperità raggiunta, da ultimo di fronte all’emergere di nuove potenze le cui economie appaiono, o sono, più dinamiche e competitive <br />
delle nostre. <br />
Allo stesso tempo, temiamo gli arrivi di migranti il cui spirito d’iniziativa e capacità di lavorare sodo potrebbero attenuare il nostro malessere. Perché allora dimostriamo un’incresciosa, e purtroppo maggioritaria, tendenza a temere l’immigrazione, invece di rallegrarcene? Semplicemente perché <br />
in molti persiste il timore che i nuovi arrivati non faranno altro che aggravare le sacche di disoccupazione, di precariato e di povertà già presenti all’interno delle nostre prospere società, ma anche perché in troppi siamo restii a condividere la nostra vita con persone che percepiamo come diverse da noi. <br />
Ma le società europee sono sempre state caratterizzate dalla diversità. È grazie a tale diversità che l’Europa ha conseguito molti dei suoi maggiori successi, per quanto la diversità demonizzata sia stata causa di alcune delle sue tragedie più immani. È quindi essenziale per noi europei affrontare la sfida della diversità a viso aperto, in maniera determinata. Purtroppo, alcuni segnali fanno pensare che il rischio di un ritorno all’antico c’è, con l’idea di "nazione etnica" che si sta prepotentemente riproponendo: si veda la svolta nazionalista ed oscurantista impressa in Ungheria, come pure il fiorire di partiti populisti e razzisti - e rigorosamente anti-europeisti - in paesi di forte tradizione liberale e con società storicamente aperte e tolleranti. <br />
In fondo la globalizzazione avrebbe dovuto rendere ognuno di noi più "cittadino del mondo" di prima. In realtà i suoi effetti collaterali hanno portato ad un confronto involontario, imprevisto, e spesso drammatico, con "l’altro", lo straniero o il diverso che fosse. Certo, le frontiere non sono scomparse ma sono diventate permeabili: alla circolazione delle informazioni, ai movimenti di capitali e servizi, ai disastri ecologici, ai flussi migratori. Tutti fenomeni transnazionali, mentre questo mutamento discontinuo, come ammonisce Ulrich Beck, viene troppo spesso colto - o, meglio, frainteso - nel quadro di riferimento della vecchia visione di un’uguaglianza o disuguaglianza racchiusa nel recinto dello <br />
stato nazionale. Con il risultato che molte società, ancora oggi, sembrano più impegnate a coltivare <br />
la disuguaglianza che aspirare all’uguaglianza. <br />
Di fronte a questo scenario, Iiirgen Habermas, che sul tema del cosmopolitismo ha molto riflettuto, indica il progetto europeo o, meglio, «la prosecuzione della legalizzazione democratica dell’Unione europea», come via, forse impervia, ma obbligata. Per chiunque abbia una visione federalista dell’Europa è impossibile non essere d’accordo. Non l’Europa senza visione e ripiegata su se stessa che abbiamo sotto gli occhi, non l’Europa delle patrie come invocava De Gaulle, che ha finito per distruggere le patrie e anche le loro democrazie, ma piuttosto la patria europea, come dice Marco Pannella. Non il superstato europeo che soffoca gli stati nazionali, quindi, ma gli Stati Uniti d’Europa basati su di una visione federalista delle sue istituzioni. Come non vedere nella separazione tra stato e nazione, così come lo stato fu separato dalla Chiesa nella pace di Vestfalia quasi quattrocento anni fa, la chiave della convivenza tra diverse nazionalità? <br />
Per questo, sostenere, agli albori del terzo millennio, che lo stato nazionale sia l’unico contenitore <br />
possibile entro il quale esercitare la democrazia è un abbaglio di dimensioni colossali. Spinelli, <br />
Rossi e Colorni lo avevano già capito settanta anni fa: non a caso il Manifesto di Ventotene è <br />
stato scritto nel 1941, cioè alla vigilia del tragico epilogo del delirio nazionalista. Già in quelle pagine <br />
c’era l’indicazione di un demos europeo che superasse ideologie e nazionalismi per andare ad identificarsi con strutture democratiche a livello sovranazionale. <br />
L’idea dei padri fondatori era che l’Europa non dovesse essere un progetto geografico, né tanto meno un progetto religioso, ma un progetto eminentemente politico e, per questo, in perenne costruzione, senza limiti posti alla sua espansione. Agli appassionati dello stato nazionale vale la pena ricordare che, per quanto riguarda l’Italia, poi, dal dopoguerra in avanti l’interesse nazionale ha sempre coinciso con il processo d’integrazione europeo; sicché, più che all’interesse nazionale, avremmo molto da guadagnare se tenessimo "l’interesse europeo" in maggiore considerazione. <br />
(Da Europa, 16/3/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

"SUBITO UNA FEDERAZIONE OGGI L'EUROPA NON CONTA NULLA" <br />
<br />
Il rischio di una chiusura negli Stati nazionalisti. <br />
Prosegue il dibattito aperto da Piero Sansonetti su Unione e democrazia <br />
<br />
di Nicola Mirenzi <br />
<br />
<br />
Penso che ritenere lo stato nazionale come l’unico contenitore possibile entro il quale esercitare la democrazia sia un grande abbaglio, oltre che un’affermazione antistorica». La presidente Emma Bonino interviene così nel dibattito avviato dal nostro giornale da un articolo di Piero Sansonetti sul deficit di democrazia dell’Unione Europea che - a parere del direttore degli Altri - è congenito al modo in cui l’Europa è stata pensata. Anche nella versione nobile del pensiero federalista spinelliano. <br />
«Ma la visione di Altiero Spinelli - spiega Bonino - era di un’Europa che superasse ideologie e nazionalismi per prendere una forma federale, con un parlamento europeo pienamente legittimato dal punto di vista democratico, quindi non solo eletto a suffragio universale ma con ampie competenze che ancora oggi non esercita proprio a causa delle resistenze provenienti dagli stati nazionali». <br />
Insomma, era tutto giusto. Ma è una visione che ha perso? <br />
Al contrario di Sansonetti, direi che la malattia dell’Europa è proprio il fatto che non sia diventata gli Stati Uniti d`Europa. Invece di costruire la patria europea si è preferito tornare all’Europa delle patrie, come invocava De Gaulle. Così facendo, peraltro, si stanno distruggendo anche le patrie e con loro le democrazie. Basta vedere l’ondata di populismo e intolleranza che sta attraversando questa Europa delle patrie, con partiti nazionalisti e xenofobi che spuntano come funghi non solo in Ungheria, ma <br />
nella liberale Finlandia o nella tollerantissima Olanda. E trovo leggermente sprezzante relegare il pensiero di Spinelli a "nobile utopia" quando è proprio la mancanza di visione e di coraggio a essere uno dei difetti principali dell’attuale leadership europea. Con il risultato, di tutta evidenza, di farci tornare indietro e ripiegarci su noi stessi anziché farci andare avanti in un mondo, tra l’altro, che va al galoppo e non sta certo lì ad aspettarci. <br />
C’è un nodo ineludibile, però. Questa Europa è stata costruita seguendo il principio funzionalista. È realistico pensare che possa effettivamente essere convertita in un’Europa pienamente politica? <br />
In realtà è una via obbligata. Solo che la classe politica stenta a capirlo, perfino di fronte a questa crisi che ci ha colpito e che ci offre la grande opportunità di imboccare finalmente questo cammino. Ammoniva Giorgio Napolitano in un discorso nel 1999 - sul tema Altiero Spinelli e l’Europa guarda caso - che «l’approccio funzionalista, la scelta di una integrazione essenzialmente economica e in origine per singoli settori, attraverso successivi allargamenti e parziali trasferimenti di poteri, ha dato tutto quello che poteva dare». <br />
Concordo. E i Trattati post 1999 - Nizza e Lisbona - non hanno fatto neppure loro quel salto di qualità che Napolitano invocava • con queste parole. A questo aggiungo che la moneta unica è stata introdotta senza quei necessari meccanismi - di governance, come si dice oggi - che ne garantissero la stabilità nel tempo, pensando che la politica avrebbe seguito. Così non è stato. Per questo già da tempo propongo di avviarci sul cammino di una maggiore unione politica creando, come primo passo, una federazione leggera che non assorba oltre il 5% del Pil europeo - ora è del 1% e serve spesso a distribuire a destra e a manca Controproducenti sussidi - per assolvere precise funzioni di governo come la difesa, la politica estera, i grandi programmi di ricerca scientifica, le reti infrastrutturali transeuropee, la sicurezza dei traffici commerciali e delle persone... Non si tratta quindi del superstato europeo così spesso evocato dagli affossatori del progetto europeo ma di rifarsi al federalismo di Spinelli, Monnet, Adenauer adattandolo alle realtà del XXI secolo, vale a dire riconoscendo che 27 costosissimi eserciti nazionali non hanno più senso, che la ricerca ha bisogno di una dimensione di scala che nessuno stato nazionale da solo può più assicurare; che le reti infrastrutturali esistono già a supporto del mercato interno ma le finanziamo a macchia di leopardo, ognuno per conto proprio; che l’unione doganale è già una competenza esclusiva dell’Unione dì oggi ed è ridicolo quindi che sopravvivano 27 diversi organismi distinti e separati... <br />
L’Europa ha assunto una faccia punitiva, non esercita più fascino. Come Si può rilanciare? <br />
Certo, è difficile che questa Europa così in crisi possa rimanere un modello per altre realtà regionali che aspirino ad integrarsi. Per questo credo che nei prossimi mesi dovremmo lavorare perché l’Unione del rigore possa diventare anche l’Unione della crescita e dell’occupazione, dell’innovazione e della conoscenza, e penso che questo possa solo avvenire tornando allo spirito comunitario, coinvolgendo le istituzioni europee. Ma, anche per tornare al commento iniziale di Sansonetti, se vogliamo creare <br />
un demos europeo occorre identificarsi nelle sue strutture democratiche. Per questo <br />
sono convinta, per esempio, che l’elezione diretta del presidente della Commissione di <br />
Bruxelles aiuterebbe a rilanciare l’idea europea. E, a proposito del non rassegnarsi, proprio in questi giorni assieme al Consiglio italiano del Movimento europeo abbiamo preso un`iniziativa italo-tedesca per incoraggiare scelte di natura costituzionale allo scopo di garantire il rilancio di un processo di decisione politica che vada oltre quello fiscale e per la crescita e che possa rafforzare la democrazia europea e l’efficacia del sistema istituzionale dell’Unione. <br />
Marco Cappato, nell’intervista che ci ha rilasciato la scorsa settimana, rilanciava l’ipotesi a voi cara di un allargamento dell’Europa verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Quanto è sostenibile in questo momento? <br />
La mia idea - che poi era anche quella dei padri fondatori - è che l’Europa non è un progetto geografico, né un progetto religioso. E un progetto politico, che ammette di essere perennemente in costruzione e per questo capace di autocorreggersi. Il mio timore è che la tendenza alla rinazionalizzazione delle politiche europee, che sta avvenendo in reazione alla crisi, porti al protezionismo che a sua volta porta all’autarchia. Il rischio è che l’Europa rimanga un mero mercato interno, chiuso in se " stesso; stiamo andando talmente indietro da mettere in discussione persino <br />
le politiche comuni acquisite, come la concorrenza e la libera circolazione dei capitali. <br />
Temo in definitiva che vengano meno la visione e lo spirito europeo. Basta guardare alla scarsa lungimiranza con cui abbiamo trattato il dossier Turchia, per esempio. Invece l’Europa è una necessità: se non la si vuole fare per convinzione, la si faccia per necessità. <br />
Cioè? <br />
Chi pensiamo possa autorevolmente sedersi al tavolo del G20, del Wto o del Fondo monetario ristrutturato? Sicuramente Cina, India, Stati Uniti, Brasile... Ma poi? Anche se a quei tavoli si siede il più potente paese europeo, la Germania, rischia di non avere un adeguato rapporto di forza con le altre potenze. Figuriamoci l’Italia, per non parlare della Padania... Quindi, se vogliamo avere qualcosa <br />
da dire e se vogliamo contare nella gestione complessiva degli affari del mondo a <br />
cominciare da quelli che sono sotto i nostri occhi - come una migliore gestione dell’immigrazione e della bomba demografica, fenomeni tra l’altro interconnessi - cerchiamo di fare gli Stati Uniti d’Europa. Altrimenti, presi singolarmente, non conteremo, saremo condannati all’irrilevanza. <br />
(Da Gli Altri, 16/3/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Risponde <br />
Sergio Romano <br />
<br />
GLI INTELLETTUALI TEDESCHI E LA CRISI DELL’EUROPA <br />
<br />
Mi chiedo di frequente dove sono gli intellettuali tedeschi e che posizione prendono rispetto alla situazione europea. Temo che siano stati schiacciati da una opinione pubblica sorda ed eticamente <br />
indifferente alla ricerca di posizioni di forza per ora solo economica. <br />
Fiorenzo Contin <!-- e --><a href="mailto:continn@tin.it">continn@tin.it</a><!-- e --> <br />
<br />
Caro Contin, <br />
Anch’io ho l’impressione che il dibattito sulla crisi e sul futuro dell’Europa sia meno vario e vivace in <br />
Germania che negli altri maggiori Paesi occidentali. Non è un fenomeno recente. Qualcuno, negli scorsi anni, aveva già notato l’esistenza nella Repubblica federale di un «pensiero unico», soprattutto in <br />
materia di economia, rotto soltanto da improvvise polemiche sul problema delle comunità straniere. Ci fu il temporale della leitkultur (la cultura dominante a cui gli stranieri avrebbero dovuto adeguarsi). <br />
E ci fu quello provocato dalla pubblicazione di Deutschland schafft sich ab (la Germania cancella se stessa), il libro con cui il banchiere Thilo Sarrazin denunciava i pericoli dell’immigrazione. <br />
Ma dopo questi fuochi di paglia la maggioranza degli intellettuali tedeschi sembrava avere, soprattutto <br />
sul futuro dell’Europa, le stesse idee. Le ragioni sono probabilmente due. <br />
In primo luogo le riforme di Gerhard Schrtider (cancelliere socialdemocratico dal 1998 al 2005) e le scelte economiche fatte dal Paese nell’ultimo decennio del secolo hanno dato ottimi risultati. Senza rinunciare all’economia sociale di mercato, la Germania ha persuaso i sindacati ad accettare riforme importanti, ha arginato il fenomeno della delocalizzazione, ha conquistato nuovi mercati internazionali, è stata protagonista di un secondo miracolo economico. <br />
Quando le cose vanno bene, lo spazio per le dispute intellettuali si restringe. Guardandosi allo specchio la Germania vede il meglio di se stessa: laboriosità, disciplina, rigore finanziario. E guardandosi attorno vede soprattutto Paesi che versano in cattive o mediocri condizioni. Perché dovrebbe mettere in discussione le proprie scelte? In secondo luogo gli intellettuali tedeschi hanno reagito con un certo patriottico fastidio al clima antitedesco che si è respirato in molti Paesi europei nel corso di questi ultimi mesi. Posso comprenderli. <br />
Certi confronti storici con l’arroganza della Germania hitleriana sono stati, oltre che inopportuni, fondamentalmente sbagliati. E vero che in parecchi momenti Angela Merkel è stata troppo lenta e prudente. Ma quale altro uomo di Stato europeo avrebbe reagito diversamente se il suo Paese <br />
fosse stato destinato a sopportare il maggior peso di qualsiasi salvataggio? <br />
Le segnalo comunque, caro Contin, che due fra i maggiori «vecchi» del mondo intellettuale <br />
tedesco sono intervenuti nella crisi europea con vigore giovanile. Il primo, Hans Magnus Enzensberger, ha pubblicato a 82 anni un libro intitolato Sanftes Monster Briissel (Bruxelles, un mostro soft) in cui denuncia l’esistenza di una macchina burocratica europea che vorrebbe uniformare l’intera Unione senza tenere alcun conto della straordinaria varietà della sua storia. <br />
Il secondo, Jiirgen Habermas, ha pubblicato alla stessa età un lungo saggio intitolato Zur Verfassung Europas (per la costituzione dell’Europa) in cui sostiene che il governo dell’Ue sta sfuggendo alle mani <br />
dei popoli e che l’Unione ha bisogno di essere «ridemocratizzata». <br />
Nessuno dei due è localista, nazionalista, euroscettico. Credono nell’Europa e cercano <br />
di risvegliarne gli spiriti unitari. <br />
(Dal Corriere della Sera, 22/3/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

A tu per tu <br />
<br />
di MATTIAS MAINIERO <br />
<br />
L’Europa? Un gigantesco equivoco <br />
<br />
<br />
C’è una cosa che mi assilla. Quando siamo entrati in Europa erano chiare le clausole sugli adempimenti necessari? Se la risposta è sì, deduco che prima Prodi, e poi tutti i governi successivi, sono stati irresponsabili. Se invece la risposta è no, perché siamo stati ridotti a subire tutte le angherie (poco meno della Grecia) provenienti dall’Unione? O sbaglio tutto? Mario Savastano Monfalcone (Go) <br />
<br />
Prima siamo stati irresponsabili, poi abbiamo rischiato di fare la fine della Grecia, infine (incrociamo <br />
le dita) pare che ci siamo salvati, ma rimettendoci pure le mutande. Conosciamo la storia: <br />
prelievo dai conti correnti, manovra lacrime e sangue, eurotassa. Non eravamo all’altezza <br />
dell’Europa, era evidente. Ma ci intestardimmo e volemmo entrare per forza. Una volta dentro, <br />
non potemmo più uscire. Prigionieri. Avremmo fatto meglio a desistere. <br />
Ma eravamo tra i fondatori, i padri nobili, l’Europa era il futuro e noi dovevamo abbracciare <br />
il futuro. Addio liretta. Entrammo. E ben presto ci montammo la testa. Conosciamo anche <br />
il seguito della storia: lo spread cominciò ad appiattirsi, il debito pubblico non faceva più <br />
tanta paura. Arrivò l’euro -euforia. E perdemmo tempo prezioso. <br />
Avremmo dovuto approfittare di quel momento, di quegli anni per mettere i conti in regola, per <br />
ridurre le spese, per ammodernare il Paese. Per essere europei. E se non proprio europei almeno un po’ meno spendaccioni e farfalloni, litigiosi, approssimativi. Ma ce ne infischiammo. O non ne fummo capaci. Tirammo a campare. E commettemmo anche altri errori: spalancammo le porte europee ad altri Paesi, che non erano affidabili, che erano ancora più inguaiati di noi. E quei Paesi, per mettersi all’altezza, truccarono i conti, rovinando se stessi e pure noi, facendo impennare lo spread, dando ai tedeschi la possibilità di alzare la voce, mettendo a rischio i nostri risparmi e costringendoci a fare, in pochi mesi, quei sacrifici che in anni non abbiamo voluto fare. Questa è la nostra storia europea: un calvario in 1635 battute (spazi inclusi). Con un’aggiunta. Caro mio, se uno è italiano non può far finta di essere tedesco. E se uno è tedesco dovrebbe smetterla di considerarsi padrone dell’Unione. <br />
Metta i due equivoci insieme. E avrà un gigantesco equivoco di nome Europa. Lei non sbaglia proprio in nulla. <!-- e --><a href="mailto:mattias.mainiero@liberoquotidiano.it">mattias.mainiero@liberoquotidiano.it</a><!-- e --> <br />
(Da Libero, 30/3/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Interventi & Repliche <br />
<br />
Elezione del «presidente dell’Europa»<br />
<br />
Alberto Martinelli, sul Corriere del 2 aprile, ha giustamente rilanciato il tema dell’elezione del presidente della Commissione. In Europa, in effetti, manca un governo europeo scelto da un elettorato europeo. Eppure già oggi potremmo legare più direttamente le elezioni europee alla scelta del capo dell’esecutivo europeo: potremmo infatti avere un «presidente dell’Europa» ed elezioni veramente europee con partiti transnazionali. <br />
Alcuni di noi democratici ci provarono nel 2009 proponendo Guy Verhofstadt o Mario Monti. Allora ci scontrammo con lo scetticismo generalizzato. Oggi è la battaglia che dovremmo fare in vista delle prossime elezioni del 2014. <br />
Il trattato di Lisbona ci consente di eleggere un «presidente dell’Europa» senza necessità di ulteriori modifiche istituzionali. In base al trattato di Lisbona infatti è possibile attribuire alla stessa personalità le funzioni di presidente della Commissione e del Consiglio Europeo. Se le due cariche coincidessero, si assicurerebbe più coerenza, più controllo democratico e meno frammentazione nell’azione esecutiva condotta da un vero e proprio presidente dell’Unione Europea. <br />
Parallelamente, dovremmo scegliere la personalità che dovrebbe ricoprire l’incarico di presidente dell’Unione Europea attraverso le elezioni europee, chiedendo a tutti gli aspiranti a tale incarico di candidarsi alle elezioni europee. Tale scelta dovrebbe venire accompagnata dalla modifica del <br />
sistema elettorale per il Parlamento europeo. Una modifica che dovrebbe portare a un sistema elettorale uniforme in tutti gli Stati e a una quota crescente di eletti non in liste di partiti nazionali ma in liste europee transnazionali, svincolate dalla nazionalità e dal territorio e basate unicamente sulla condivisione di una visione e proposta politica per l’Europa e un candidato alla sua presidenza. <br />
Una doppia riforma di questo genere, presidente dell’Unione Europea eletto in liste transnazionali, permetterebbe di rompere i 27 muri politici, mediatici, culturali, nazionali che fanno delle elezioni europee delle elezioni di serie B, una sorta di test sulla (im)popolarità dei vari governi in carica. Passeremmo dall’Europa deí 27 premier a un presidente Ue con un volto noto a tutti gli europei, un’idea scelta dagli europei, un’azione di cui rendere conto ai Parlamenti e ai cittadini, in un’Europa più democratica. <br />
on. Sandro Gozi Responsabile Pd per le politiche dell’Unione Europea <br />
(Dal Corriere della Sera, 5/4/2012).

You need or account to post comment.