Il termine Shoah

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L’INTERVENTO

Ecco perché il termine «Shoah» richiama l’unicità di quell’evento

di MORDECHAY LEWY

Durante un incontro tra diplomatici israeliani un mio anziano collega disse che il ricordo della Shoah si sarebbe dovuto mantenere come intima memoria piuttosto che come esposizione in pubblico delle sofferenze e dei traumi. Solo così il ricordo sarebbe rimasto autentico e immune da banalità e strumentalizzazioni. Nonostante ciò, coltivare la memoria collettiva di un evento così traumatico, unico nel suo genere, è una necessità. Con il trascorrere del tempo, i sopravvissuti scompaiono e il ricordo dei fatti potrebbe sbiadire. I primi anni ’50 furono caratterizzati dal silenzio delle vittime e degli aguzzini, un silenzio che si ruppe con il processo Eichmann che portò a una nuova riflessione sulla Shoah fra i membri della seconda generazione – sia delle vittime sia degli aguzzini. Si iniziò a promuovere la cultura della memoria. La Shoah doveva essere spiegata alle generazioni più giovani e si ritenne che si potesse mantenere viva grazie alla ripetizione. Ma si aprì anche la strada alla banalizzazione. Poiché per correttezza politica si usava il termine «olocausto» per descrivere il male estremo, la tentazione di etichettare altri eventi come olocausti divenne politicamente conveniente. Olocausti in Biafra, in Cambogia, in Burundi o nel Darfur hanno riempito i titoli dei media, contribuendo a richiamare l’attenzione su eventi che lo meritavano. Tuttavia lo scotto da pagare è stato il venir meno dell’unicità della Shoah e della sua memoria. Il termine greco «olocausto», letteralmente «offerta interamente bruciata», nella Bibbia (Ger 19,4-5) indica i sacrifici umani alle divinità infernali. La stessa definizione viene data dall’Encyclopedie di Diderot. D’altra parte, a New York, nel 1932, la pubblicità di una svendita annunciava che tappeti orientali erano oggetto di un «grande olocausto del prezzo». Il termine «olocausto» per indicare lo sterminio nazista degli ebrei fu utilizzato per la prima volta nel novembre 1942 in un editoriale del Jewish Frontier. Tuttavia, anche dopo il 1945, non è mai divenuto un sinonimo preciso di sterminio degli ebrei, infatti, fino ai primi anni Sessanta, era usato principalmente nel contesto della catastrofe nucleare. Il termine «olocausto» per indicare lo sterminio degli ebrei era dunque usato raramente e sempre insieme all’aggettivo «ebraico». Nel 1978 la serie televisiva statunitense «Holocaust» fu trasmessa in tutto il mondo occidentale legando così il termine allo sterminio ebraico. Sono numerosi i motivi per cui è divenuto preferibile il termine Shoah per indicare l’evento, unico nel suo genere, dell’uccisione sistematica e meccanizzata che portò allo sterminio di un terzo del popolo ebraico. In primo luogo, esso offre un’alternativa ai significati imprecisi del termine «olocausto». L’unicità è meglio mantenuta con il termine Shoah. In secondo luogo, utilizzando il termine Shoah si può mostrare rispetto e solidarietà alle vittime e al modo in cui esse stesse esprimono la propria memoria nella loro lingua ebraica. Probabilmente dobbiamo questa sostituzione di termini al regista Claude Lanzmann che, nel 1985, ha intitolato il suo documentario di nove ore proprio «Shoah». Ciò ha reso internazionalmente nota questa parola ebraica. Gli ebrei hanno sviluppato una sensibilità all’uso di questo termine, ritualizzato nella cultura della memoria per evitare la dimenticanza. A tutt’oggi accomunare la loro unica esperienza di vittime con le atrocità commesse contro altre nazioni sembra equivalere al tradimento di un lascito trasmesso alle generazioni di ebrei sopravvissuti a quell’evento. Infatti, se la possibile conseguenza della memoria è la banalizzazione, il prezzo della dimenticanza è molto più alto. Per questo all’entrata dello Yad Vashem si possono leggere le parole di Baal Shemtov: «La memoria è la fonte della redenzione». Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede
(Dal Corriere della Sera, 2/9/2011).




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