Il sondaggio della Dante Alighieri

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Il sondaggio

Inglese? No, grazie Parliamo italiano

Week-end e ok le parole meno amate

“Week-End troppo breve? No, semplicemente poco italiano. Gli italiani dicono basta alle parole prese in prestito dall’estero come “ok”, “privacy”, “shopping”, “question time”, “meeting”, “premier”, election day”, “authority”, “leadership” e “bipartisan”. Lo sostiene un sondaggio proposto dal sito Internet della società “Dante Alighieri”, che ha chiesto ai propri visitatori quale fosse a loro parere la parola straniera più inopportuna nell’uso quotidiano della lingua italiana, scritta o parlata. Evidentemente non si riesce proprio ad accettare la sostituzione di un’espressione così lineare come fine settimana con un sinonimo in lingua inglese di ceto elegante ma senza dubbio superfluo. A seguire, tra le meno amate, troviamo OK con il 10%. Dal terzo posto in poi vocaboli più impegnativi: “welfare” (8%), “briefing” (5%), “mission” (4%), “location”, “bookshop” e “devolution” (3%). Viaggiando verso le posizioni più basse si incontrano “computer”, “know how”, “privacy”, “shopping”, “authority”, “leadership” e “bipartisan”. “Insomma – commenta la Dante Alighieri – è chiaro che gli italiani chiedono più rispetto e più tutela per la propria lingua, soprattutto quando debba essere rimpiazzata da vocaboli stranieri solo per presunta eleganza e non per concreta efficienza.

di Letizia Cini

Fra un “briefing” e un “business lunch”, passando da una “location” per farsi il “book”, prima di una “mission”, in attesa del “week-end. Un paradosso? Una frase surreale? Forse. Nella forma, però, non nel contenuto. Se è vero che la lingua italiana gode ottima salute, salta inevitabilmente ‘all’orecchio’ la crescente quantità di parole straniere precipitate nel nostro vocabolario. Che fare? “Intanto informarsi e rendersi consapevoli”, sdrammatizza Nicoletta Maraschio, presidente della ‘Crusca’, la mitica Accademia in difesa della Lingua nata a Firenze nel 1583, nonché ordinario di storia della lingua all’università di Firenze.

Alla luce dei risultati del sondaggio fatto dalla Società Dante Alighieri, anche lei si dichiara infastidita da simili abusi?

“L’italiano è ricchissimo di termini importati da altre lingue, prima di tutto dal francese. Oggi è l’inglese che ci fornisce più parole, anche se le percentuali assolute sono basse (sotto il 2%), tranne per alcuni settori (economia e informatica): in questi campi le cose vanno diversamente, com’è normale che sia”.

Un atteggiamento morbido, il suo…

“Diciamo che l’invito è a un utilizzo consapevole, non esibizionistico, dei tanti anglicismi in entrata, senza fare drammi per situazioni che non esistono”.

Occorre tirare un freno?

“Questo sì, il fatto che un ministero italiano si chiami del “Welfare” mi pare sbagliato, trattandosi di un uso linguistico istituzionale. Ma è proprio in questo campo che il numero delle parole straniere lievita. La nostra burocrazia si è appiattita su termini importanti e traducibilissimi come “devolution”, “premier”, “election day”, “authority”. Esistono alternative, utilizziamole. Proprio per quanto riguarda il termine “premier”, dai risultati di uso sul lessico dell’italiano fatti nel 1995, emerge che questa parola veniva usata con una frequenza molto bassa, e riferita a capi di stato stranieri. Dieci anni più tardi la frequenza è diventata molto alta, applicata a politici italiani”.

La conclusione?

“Che il cambiamento (reale) risponde a un cambiamento complessivo della politica, sulla base di modelli diciamo… importati”.

Il consiglio?

“Due. Uno ai genitori: stimolare i propri figli alla conoscenza di più lingue e fargli capire l’importanza di una buona padronanza dell’italiano. Il secondo ai politici: l’uso di termini stranieri in campo istituzionale andrebbe contrastato. Esistono poi parole entrate da lungo tempo nell’uso comune, che non possono essere cambiate”.

A quale si riferisce, professoressa?

“Proprio la seconda in termine di ‘non gradimento’ della ricerca: “ok”. C’è un sondaggio interessante nel “Lip” (Lessico di frequenza dell’italiano parlato) di Tullio De Mauro, che attesta come ‘ok’ sia da tempo la parola più usata nel nostro Paese. Che dite? Evidentemente quelle due lettere racchiudono caratteristiche che non possono essere tradotte”.

Un altro esempio?

“‘Single’: non si tratta di un termine, ma dell’evoluzione della nostra società. Tradurlo equivarrebbe a fargli perdere di significato. Tornando a termini ‘storici’, che dire di “shampoo”? Meglio forse dire: quel liquido profumato per lavarsi i capelli?”

Via libera ai termini stranieri?

“Bisogna distinguere tra parole adottate e entrate da tempo a far parte della lingua parlata e parole di nuova immissione: in alcuni settori, come quello informatico, è inevitabile utilizzarle, anzi in certi casi (come “chat” e “surf”) il termine straniero è diventato produttivo in italiano, trasformandosi in un nuovo verbo di uso comune”.

(Da La Nazione, 9/9/2008).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il sondaggio<br /><br />
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Inglese? No, grazie Parliamo italiano<br /><br />
Week-end e ok le parole meno amate<br /><br />
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“Week-End troppo breve? No, semplicemente poco italiano. Gli italiani dicono basta alle parole prese in prestito dall’estero come “ok”, “privacy”, “shopping”, “question time”, “meeting”, “premier”, election day”, “authority”, “leadership” e “bipartisan”. Lo sostiene un sondaggio proposto dal sito Internet della società “Dante Alighieri”, che ha chiesto ai propri visitatori quale fosse a loro parere la parola straniera più inopportuna nell’uso quotidiano della lingua italiana, scritta o parlata. Evidentemente non si riesce proprio ad accettare la sostituzione di un’espressione così lineare come fine settimana con un sinonimo in lingua inglese di ceto elegante ma senza dubbio superfluo. A seguire, tra le meno amate, troviamo OK con il 10%. Dal terzo posto in poi vocaboli più impegnativi: “welfare” (8%), “briefing” (5%), “mission” (4%), “location”, “bookshop” e “devolution” (3%). Viaggiando verso le posizioni più basse si incontrano “computer”, “know how”, “privacy”, “shopping”, “authority”, “leadership” e “bipartisan”. “Insomma – commenta la Dante Alighieri – è chiaro che gli italiani chiedono più rispetto e più tutela per la propria lingua, soprattutto quando debba essere rimpiazzata da vocaboli stranieri solo per presunta eleganza e non per concreta efficienza.<br /><br />
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di Letizia Cini<br /><br />
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Fra un “briefing” e un “business lunch”, passando da una “location” per farsi il “book”, prima di una “mission”, in attesa del “week-end. Un paradosso? Una frase surreale? Forse. Nella forma, però, non nel contenuto. Se è vero che la lingua italiana gode ottima salute, salta inevitabilmente ‘all’orecchio’ la crescente quantità di parole straniere precipitate nel nostro vocabolario. Che fare? “Intanto informarsi e rendersi consapevoli”, sdrammatizza Nicoletta Maraschio, presidente della ‘Crusca’, la mitica Accademia in difesa della Lingua nata a Firenze nel 1583, nonché ordinario di storia della lingua all’università di Firenze.<br /><br />
Alla luce dei risultati del sondaggio fatto dalla Società Dante Alighieri, anche lei si dichiara infastidita da simili abusi?<br /><br />
“L’italiano è ricchissimo di termini importati da altre lingue, prima di tutto dal francese. Oggi è l’inglese che ci fornisce più parole, anche se le percentuali assolute sono basse (sotto il 2%), tranne per alcuni settori (economia e informatica): in questi campi le cose vanno diversamente, com’è normale che sia”.<br /><br />
Un atteggiamento morbido, il suo…<br /><br />
“Diciamo che l’invito è a un utilizzo consapevole, non esibizionistico, dei tanti anglicismi in entrata, senza fare drammi per situazioni che non esistono”.<br /><br />
Occorre tirare un freno?<br /><br />
“Questo sì, il fatto che un ministero italiano si chiami del “Welfare” mi pare sbagliato, trattandosi di un uso linguistico istituzionale. Ma è proprio in questo campo che il numero delle parole straniere lievita. La nostra burocrazia si è appiattita su termini importanti e traducibilissimi come “devolution”, “premier”, “election day”, “authority”. Esistono alternative, utilizziamole. Proprio per quanto riguarda il termine “premier”, dai risultati di uso sul lessico dell’italiano fatti nel 1995, emerge che questa parola veniva usata con una frequenza molto bassa, e riferita a capi di stato stranieri. Dieci anni più tardi la frequenza è diventata molto alta, applicata a politici italiani”.<br /><br />
La conclusione?<br /><br />
“Che il cambiamento (reale) risponde a un cambiamento complessivo della politica, sulla base di modelli diciamo… importati”.<br /><br />
Il consiglio?<br /><br />
“Due. Uno ai genitori: stimolare i propri figli alla conoscenza di più lingue e fargli capire l’importanza di una buona padronanza dell’italiano. Il secondo ai politici: l’uso di termini stranieri in campo istituzionale andrebbe contrastato. Esistono poi parole entrate da lungo tempo nell’uso comune, che non possono essere cambiate”.<br /><br />
A quale si riferisce, professoressa?<br /><br />
“Proprio la seconda in termine di ‘non gradimento’ della ricerca: “ok”. C’è un sondaggio interessante nel “Lip” (Lessico di frequenza dell’italiano parlato) di Tullio De Mauro, che attesta come ‘ok’ sia da tempo la parola più usata nel nostro Paese. Che dite? Evidentemente quelle due lettere racchiudono caratteristiche che non possono essere tradotte”.<br /><br />
Un altro esempio?<br /><br />
“‘Single’: non si tratta di un termine, ma dell’evoluzione della nostra società. Tradurlo equivarrebbe a fargli perdere di significato. Tornando a termini ‘storici’, che dire di “shampoo”? Meglio forse dire: quel liquido profumato per lavarsi i capelli?”<br /><br />
Via libera ai termini stranieri?<br /><br />
“Bisogna distinguere tra parole adottate e entrate da tempo a far parte della lingua parlata e parole di nuova immissione: in alcuni settori, come quello informatico, è inevitabile utilizzarle, anzi in certi casi (come “chat” e “surf”) il termine straniero è diventato produttivo in italiano, trasformandosi in un nuovo verbo di uso comune”.<br /><br />
(Da La Nazione, 9/9/2008). <br /><br />
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