Il sessismo nella lingua italiana (Alma Sabatini)

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Crusca, Maraschio:”Le parole che discriminano le donne”

 

La presidentenssa dell’Accademia: “Perchè si dice infermiera e operaia ma non ministra e avvocatessa?”.

Resiste ancora, nella lingua italiana, una certa discriminazione verso le donne” ha detto a margine di un’iniziativa la presidentessa dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio. “Non si capisce perché il femminile di termini che indicano professioni, per così dire, meno ‘alte’, come infermiera, operaia si usa tranquillamente, mentre se si passa a mestieri più, diciamo, ‘elevati’ come ‘avvocato’, ‘ministro’, si tende invece a mantenere il maschile anche se a rivestire tali ruoli sono donne. Correttezza vorrebbe che si dicesse ‘avvocatessa’ e ‘ministra’. Il problema è che certe tradizioni sono dure a morire, e forse, benché ultimamente qualcosa si stia già muovendo, per agevolare il processo di ammodernamento, occorrerebbe una maggiore consapevolezza linguistica di genere da parte delle stesse donne”…
(Da firenze.repubblica.it,13/11/2013).

 

Paolo Sartori lunedì, 18 novembre 2013

La parità secondo la Crusca

 

Il breve articolo del moderatore,il cui titolo costituisce anche il titolo di questo messaggio,mi suggerisce alcune considerazioni che vorrei condividere con i lettori:
1-“l’uso ci suggerisce il maschile anche quando abbiamo a che fare con un referente femminile.” Non mi pare che le cose stiano esattamente così.In molti casi, ad esempio ministro, sindaco ed ingegnere, il termine che usiamo non è di genere maschile ma di genere comune (esiste anche questo) e si addice perciò sia all’uomo sia alla donna;
2- l’uso è certamente sovrano ma non dovrebbe contrastare con l’orecchio.Ministra a me suona ancora grossolano ed a volte persino ironico, sindachessa solo ironico, presidentessa mi pare adatto non al presidente (genere comune) della Camera ma a colei che presiede un circolo femminile;
professoressa e dottoressa funzionano a meraviglia ma avvocatessa un po’ meno,come pure soldatessa,
3- le cose cambieranno, ma lentamente ed accelerare il cambiamento con interventi normativi mi pare una forzatura. Altre lingue simili all’italiano,ad es. lo spagnolo,si comportano diversamente e “la ministra” mi pare che sia ormai l’unica soluzione accettata. Per l’italiano,a mio giudizio,siamo in una fase di transizione,probabilmente ancora lunga ed incerta;
4- ricapitolando, al momento direi che: la ministro è semplicemente assurdo e denota scarsa sensibilità linguistica, la ministra suona ancora male, il ministro Cancellieri applica un uso correttissimo del genere comune;
5- la benemerita Crusca,con questo suo convegno,rivela tutti i propri limiti e le proprie debolezze: si accoda al carrozzone del politicamente (linguisticamente) corretto, non alza un dito e non alza neppure la voce contro lo scempio della nostra lingua e soprattutto contro l’ inarrestabile invasione dell’inglese. Ormai tutti dicono “on demand” e non più “a richiesta”, “a random” e non più “a caso”,solo per citare due esempi particolarmente…stupidi. Ma c’è anche di peggio, lo sappiamo, come il multitasking che ho visto recentemente usato al posto di eclettico, poliedrico e simili. Qui però la Crusca tace. Indro Montanelli, se non ricordo male, la difese e contribuì a salvarla in un momento di grandi difficoltà economiche. Fece bene ma quell’aiuto non venne dato una volta per tutte e per sempre,bisogna guadagnarselo ogni giorno con un’azione di intervento linguistico che non tradisca origine e funzione primaria dell’Accademia.

Di Stefano lunedì, 18 novembre 2013

Mi scusi, Sartori, cos’è il genere comune? Ministro è grammaticalmente maschile. 
Né sindachessa né presidentessa, ma la sindaca e la presidente (e non il presidente, visto che l’articolo maschile esiste proprio per indicare persone e cose di genere femminile).
Quanto all’uso, lei ha ragione: l’uso del maschile per le professioni o per le cariche prestigiose denota una discriminazione che precede quella linguistica e che, evidentemente, è ancora nei fatti.

(Da forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/18-11-2013).

gianfranco mortoni martedì, 19 novembre 2013

maestro/maestra; ministro/ministra

 

Se l’utente fa la lingua, imbarazza l’incertezza che palesa quando, pur trattandosi di una donna, dice,ad es. ‘il ministro Bonino, il ministro Cancellieri, e simili. Che l’utente, almeno in questo caso, per togliersi dall’incertezza: 1.abbia bisogno di coraggio; o, 2. bisogno di un ordine perentorio della grammatica?
gfm

(Da forum.corriere.it/leggere_e_scrivere, 19/11/2013).

Paolo Sartori martedì, 19 novembre 2013

Il genere comune

Con l’espressione “nomi di genere comune” ho cercato di rendere,forse forzandolo,il concetto di “nome epicèno”,che francamente mi pareva alquanto ostico ma che in fondo ha lo stesso significato.Appartengono a questa categoria i nomi,spesso di professione o di funzione, che hanno una forma unica per i due generi e che ,per distinguerli, si servono,ad esempio,dell’articolo (preside,secondo i casi: il,la) oppure quelli che hanno una forma unica ma che non fanno neppure ricorso al potere distintivo dell’articolo, ad esempio proprio il ministro, che possiamo usare sia per l’uomo sia per la donna. La situazione è confusa poichè, con un’imprevedibilità che deriva dalla libertà dell’ uso e che credo imbarazzi non poco lo straniero italofono, di volta in volta preferiamo usare per la donna una forma schiettamente femminile,professoressa,dottoressa e via dicendo,oppure una forma epicèna,come nel caso di primario e ministro. Poi entra in gioco l’evoluzione naturale della lingua: la primaria è ancora inaccettabile,direi,la ministra comincia a farsi starda ma non piace a tutti. Porte sbarrate,invece,ancora e per sempre,credo,dinanzi alla ministro,ibrido davvero sconcertante.Ai curiosi ricordo che problemi analoghi interessano anche il greco moderno: o syngrafeas è lo scrittore,il cui genitivo diviene tu singrafea;la scrittice,in forma un po’ ibrida,è i (articolo femminile) singrafeas,che sarebbe un po’ come dire la ministro.Ma nel genitivo,per evitare una forma sentita come soltanto maschile,si rispolvera il genitivo della lingua antica e di quella più conservatrice e quindi della scrittice diviene tis singrafeos.Neppure qui è facile orientarsi.

Di Stefano martedì, 19 novembre 2013

Mi pare logico che “preside” sia maschile e anche femminile, come “presidente”. Ma come “maestro” è maschile, così lo sono “ministro” e “sindaco”. Viceversa come è femminile “maestra” dovrebbero esserlo anche “ministra” e “sindaca”.

(Da Forum.corriere.it/leggere_e_scrivere, 19/11/2013).


“Le ‘giudichesse’ invece dei giudici…”

LE ‘GIUDICHESSE’ INVECE DEI GIUDICI (OVVERO: LE DONNE RESTINO AI FORNELLI)

“Giudichesse”, “donne”, “femministe e comuniste”. Questi i termini utilizzati da Silvio Berlusconi, nell’ordine che ho indicato, durante una trasmissione in tv per definire il tribunale di Milano che ha deciso sulla causa di dovorzio tra lui e la moglie.
Basta questa sequenza per comunicare il disprezzo, verso un organo giudiziario, fondandolo sul genere cui appartengono i suoi componenti.Il linguaggio non è neutro: dà voce a un mondo di pensieri, ma anche di stereotipi. Cosa c’è di più sacralmente laico per un magistrato, in termini istituzionali, se non di essere terzo e imparziale come stabilisce la Costituzione? “Le giudichesse” non sono giudici. Il suffisso le fa naufragare in un mare di incapacità. “Le donne”, detto due volte di seguito per rafforzare l’invettiva, non sono giudici. Sono niente. Solo alla fine, e non è un caso, viene indicata come lesiva anche la presunta adesione culturale e politica (“femministe e comuniste”) delle giudici milanesi.Ma questo viene dopo perché è l’identità di genere che deve svilire il ruolo: l’essere donne è un marchio che compromette la capacità decisionale.E’ un pregiudizio che ha radici millenarie e che ha impedito a lungo alle donne di diventare giudici sulla base di argomentazioni come questa: “La donna deve rimanere la regina della casa…Ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte del giudicare.Questa richiede grande equilibrio e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche” (Antonio Romano nell’Assemblea costituente). Fino al ’63 le donne restano fuori dai tribunali. Quella sequenza urlata in tv è una questione culturale. Rappresenta un mondo, una visione dell’identità di genere che avrà effetti deflagranti a partire già da domani. Infatti, con quelle parole è stata resituita voce a quegli intollerabili pregiudizi contro i quali donne e uomini hanno faticosamente combattuto perché tutte le istituzioni fossero declinate al maschile e al femminile.
Non basta dire che le donne in magistratura sono quasi il 50 per cento. Essere ritenute non affidabili come magistrati perché donne è una ferita culturale non rimarginata. Non è un problema della singola giudice che ogni giorno deve dimostrare capacità e carattere anche per combattere stereotipi coriacei.E’ un problema istituzionale il modo in cui l’identità di genere viene utilizzata come strumento di denigrazione. Ancora una volta, per le sole donne.
di 
Paolo Fai

(Da forum.corriere.it/leggere_e_scrivere, 20/11/2013).

 




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