Il ruolo dei federalisti e la coscienza rivoluzionaria

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Appunti su due scritti di Francesco Rossolillo come spunto di riflessione sull’importanza del ruolo svolto, e da svolgersi, da parte del MFE, e come occasione di approfondimento, in primo luogo personale, in merito alla cultura fondante dell’azione federalista.

Al di là del contributo essenziale dato da Mario Albertini a tutti gli aspetti della teoria del federalismo e, in particolare, alla definizione del ruolo del MFE nel processo di unificazione europeo, e a fronte della grandezza di tale processo, che è stato e continua ad essere un evento di portata storica incalcolabile, è lecito, come militanti, chiedersi se un movimento quale il nostro, che conta poche migliaia di iscritti in Italia e in Europa e poche centinaia di militanti, possa aver giocato e possa ancora giocare un ruolo tale da giustificare l’impegno di coloro che ne sono parte.

Ci si scontra quindi con il problema della libertà nella storia, e in particolare, con la libertà nella storia della politica e delle istituzioni, all’interno della quale i singoli o, comunque, piccoli gruppi di persone sembrano non poter incidere sul corso degli avvenimenti. In realtà, l’esperienza mostra che, in particolare i piccoli gruppi, possono assumere un ruolo rilevante nei periodi di cambiamento, di crisi. In questi periodi storici, infatti, entra in crisi la formula politica, ovvero la struttura che regola la lotta per il potere, in quanto la società crea, nel corso della sua evoluzione, delle forme di vita sociale incompatibili con l’organizzazione della lotta per il potere. Questo fa sì che la crisi si manifesti come debolezza crescente delle istituzioni e conseguente scarto crescente tra governanti e governati. I governanti, essendo arrivati al potere attraverso lo schema di una determinata formula politica, non riescono a riflettere sul cambiamento della formula politica stessa.

Tuttavia, la crisi non basta perché le istituzioni, benché incapaci di rinnovare se stesse, danno comunque risposte, anche se precarie e provvisorie, alle contraddizioni del processo, e tali risposte, pur non essendo soddisfacenti, sono sufficienti a rinviare nel tempo il collasso definitivo del processo.

Il ruolo che assume la minoranza rivoluzionaria coincide con il fattore di svolta della crisi. L’avanguardia, infatti, si occupa esclusivamente del problema che ha generato la crisi (nel nostro caso specifico del problema dell’unificazione politica dell’Europa) e non della gestione del potere esistente (quello nazionale). Il compito che le compete è quello di saper suggerire la soluzione giusta al momento giusto.

Fatte queste considerazioni, dalla libertà nella storia si arriva a definire il come si collochi l’avanguardia federalista all’interno della storia dello Stato. La storia dello Stato può essere interpretata come permanente tensione dialettica tra due figure della ragione. La prima, è la figura della ragione nello Sato che si manifesta nelle istituzioni e nell’ordinamento giuridico assunto nella varie fasi storiche; la seconda, è quella della ragione fuori dallo Stato che si compone di quelle forze che, agendo sulle contraddizioni degli ordinamenti statali esistenti, ne promuovono la progressiva trasformazione in assetti sempre più avanzati. Il ruolo del rivoluzionario, dell’avanguardia, è quello di farsi carico del processo di emancipazione del genere umano e di identificare questo obiettivo con il risultato della sua lotta. Quella in cui ci troviamo oggi è una fase storica che può essere definita come fase rivoluzionaria, alla quale seguirà la fase federalista, contraddistinta dalla scomparsa della violenza nelle istituzioni e dalla realizzazione della politica come libero confronto di opinioni tra uomini ragionevoli.

I gruppi rivoluzionari, portatori della ragione fuori dallo Stato, non si collocano però al di fuori della storia, ma sono in grado di farsi condizionare dalle istituzioni esistenti per i soli aspetti di esse che costituiscono già parte della propria realizzazione compiuta. Più precisamente, l’obiettivo del gruppo rivoluzionario non si configura come una negazione semplice dell’ordine precedente. L’avanguardia non si limita a negare, ma comprende la realtà che vuole modificare, dà un senso all’attualità per poterla modificare e per realizzare il cambiamento. La dialettica rivoluzionaria nega solo le limitazioni della formula politica che entra in crisi e le contrappone una formula più avanzata. La prospettiva dell’avanguardia è quella dell’avvenire, del futuro, che si contrappone alla visione strettamente legata al presente e all’immediato, tipica dell’uomo politico che rappresenta la ragione nello stato.

Perché l’avanguardia possa intervenire efficacemente in tempi di crisi, deve esistere fin da prima, nei tempi di normalità. A tale scopo, Albertini, ha inteso dar vita ad un gruppo di uomini liberi che, “sfidando la naturale tendenza ad accettare l’esistente e ad adeguarvisi per ottenere il successo e promuovere la propria carriera, sapesse battersi per l’unificazione federale dell’Europa”.

La necessità prima per assicurare la libertà è l’autonomia. Autonomia politica che si concretizza nella completa indipendenza dai partiti; autonomia organizzativa, impersonata nella figura del militante a tempo parziale, che vive per la politica, ma non di politica; autonomia finanziaria, realizzata fondando la struttura e l’attività tutta del MFE sull’autofinanziamento.

L’autonomia politica, organizzativa e finanziaria del Movimento si fonda, in definitiva, sull’autonomia culturale. L’unica motivazione che spinge un militante a continuare nel suo impegno è la consapevolezza dell’insostituibile ruolo storico che si sta svolgendo. Il ruolo di coloro che hanno un punto di vista che permette loro di cogliere per primi le aspirazione della società civile. Per questo motivo sono i federalisti che devono fare la loro stessa cultura. Non a caso, l’influenza che il MFE esercita in Italia si fonda sull’importanza che attribuisce alla selezione e alla formazione dei militanti.

Vi sono infine tre importanti corollari relativi alla strategia del MFE.

Il primo riguarda l’unificazione politica dell’ Europa che, in quanto conseguenza di una crisi acuta, non potrà che essere un evento traumatico. Citando Albertini, “l’idea che l’unificazione politica dell’Europa si realizzi attraverso un processo regressivo, è inconciliabile con le premesse fatte e costituisce solo l’alibi per non fare l’Europa, per illudere i cittadini che si avanzi senza mettere in gioco l’esistenza degli Stati nazionali”.

Il secondo riguarda la visibilità del Movimento. L’azione del Movimento antecedente alla crisi è un’azione di preparazione che corrode le basi senza incidere immediatamente sulla situazione di potere e sull’assetto istituzionale. È un’azione condannata ad una relativa invisibilità fino al momento della crisi. Se e quando le masse si mobiliteranno per l’unificazione federale dell’Europa, il movimento avrà esaurito la sua funzione politica, anche se non la sua missione ideale.

Il terzo e ultimo corollario riguarda la natura dell’azione politica federalista. La scelta di vita del militante di impegnarsi in politica, non con l’esclusiva intenzione di illustrare se stesso o acquisire potere, ma per un mondo migliore, si identifica con la scelta di vita di quello che Kant definisce il politico morale. Il politico morale fonda la sua scelta di vita su un’opzione filosofica. Infatti la filosofia, indagando sui fondamenti stessi dell’esistenza, si configura come una scienza circolare, in quanto tutto è mediato e soggetto ad indagine. L’opzione filosofica del politico è la scelta di assumere una posizione attiva rispetto al proprio tempo, posizione attiva che si pone come punto di partenza e come soluzione al vizio di fondo della scienza circolare: l’arbitrarietà. Pertanto la fondatezza, che si oppone all’ arbitrarietà, si pone come base per la coincidenza tra ricerca della verità e impegno morale. La verità è destinata ad essere la nostra risorsa di potere e pertanto, la ricerca della verità diventa parte essenziale dell’azione. Verità e potere coincidono soltanto alla fine e le contraddizioni tra i due non sono del tutto sopprimibili per mezzo dell’impegno rivoluzionario, ma nel momento in cui si assume la verità come principale strumento del movimento, la vittoria della rivoluzione è la vittoria, pur se imperfetta e parziale, della verità come comprensione del proprio tempo e delle sue contraddizioni.




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