Il ritorno del verbo bastonare

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L’AMACA

di MICHELE SERRA

A Guido Ceronetti, che lamenta la scomparsa di molte parole della nostra tradizione linguistica, vorrei dare una buona anzi ottima notizia, che è la ricomparsa in grande stile,
e ai massimi livelli, del verbo "bastonare", che odora di teatro dei burattini e di commedia dell’arte, quando ancora l’inglese onomatopeico dei fumetti non aveva fatto trionfare il "bonk". Il ritorno
della bastonatura è dovuto a due grandi caratteristi della scena odierna: è l’avvocato Ghedini a raccontare che Valter Lavitola minacciò «di bastonarlo», in margine a una discussione sulle candidature.
Si avverte, nella disputa tra il Lavitola e il Ghedini, il profondo radicamento di due italiani moderni alle loro tradizioni culturali. È Brighella, è Arlecchino che bastona o viene bastonato
(e i bimbi ridono, gridano e battono le mani), in genere poco prima che cali il sipario. Il bastone non è arma di cavalieri o paladini, che usano il ferro. Non esiste, trai bastoni, un Excalibur. Il bastone
è l’arma ignobile che punisce il servo (gli cala, secondo il canone, "sul groppone"), o regola le contese trai poveracci. È bello, e a suo modo emozionante, che ancora ci si bastoni, a destra, come
pretende la natura popolare che i berlusconiani hanno inteso darsi. Anche quando ben pagati, direttori di giornale e deputati, l’antico Dna della maschera manesca e crapulona si fa valere.
(Da La Repubblica, 21/9/2011).




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