Il rettore Azzone spiega perché il Politecnico è 276esimo

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Parla il rettore del Politecnico: « Vi spiego perché siamo 200esimi»
di Alberto Magnani

«È vero: le classifiche non dicono tutto, un’università si valuta nel suo complesso. Ma sono un buon metro di paragone per individuare debolezze. E punti di forza». Il professor Giovanni Azzone commenta così i risultati del World University Ranking 2013. Il “suo” Politecnico di Milano, l’università che lo ha laureato, messo in cattedra nel 1997 ed eletto rettore tre anni fa, non supera la 276° posizione. Ma è anche vero che il gradino su scale di 700 o 800 “top uni” mondiali può capovolgersi in positivo o in negativo. A seconda della pubblicazione. E dei criteri che filtrano pareri accademici, qualità delle ricerca e voci di bilancio.

Il saliscendi di risultati 
«Ad esempio, in quella pubblicata solo un mese fa da Qs – spiega Azzone – abbiamo raggiunto la 28° posizione nel segmento di Ingegneria. Quello che ci interessa di più». Non solo: il “Poli” è la 57° università al mondo per rapporti con l’industria e la 9° nelle reputazione tra gli employers, i datori di lavoro. Uno sbalzo di 200 posizioni da una graduatoria all’altra. Non le virgole in più, o in meno, che si aggiustano in top 10 dominata dalle superstar di sempre: Harvard, Oxford, Mit…
Liste arbitrarie? Criteri sbilanciati su Stati Uniti e Inghilterra? Azzone ridimensiona le polemiche. Ma dà la sua chiave di lettura sulle tre classifiche che pesano di più, nei corridoi degli atenei mondiali: l’Academic Ranking of World Universities, curato dalla Shangai Jiao Tong University, e i due World University Ranking di QS e Times Higher Education.

Occhio al criterio. Come si leggono (davvero) i ranking
«Quella dell’Università di Shangai cerca le punte di eccellenza, come premi Nobel o riconoscimenti – sottolinea Azzone – Qs fa sondaggi, reiterati e verificati, sulla reputazione tra università ed employers». E il Times (Higher Education, rivista di settore da non confondere con il più noto quotidiano, ndr)? «Dà la priorità alle risorse. Finanziarie, e di organico». Criteri che spiegano da soli, o quasi, il monopolio angloamericano delle classifiche. E soprattutto i risultati non brillanti di università che sfornano laureati contesi in tutto il mondo, come il Politecnico.

I finanziamenti all’estero
«Solo qualche numero», continua Azzone . «Come ho detto, siamo 28° nel ranking Qs. Le università che si classificano attorno alla 20° posizione godono del doppio dei nostri finanziamenti. Quelle tra il 10° e il 20° posto, il quadruplo. Se poi scaliamo fino alle posizioni di testa, la proporzione è di uno a dieci». Per farsi un’idea, basta moltiplicare per due, quattro o dieci le risorse a disposizione dell’università di piazza San Leonardo. Il Politecnico viaggia su un bilancio annuale di circa 400 milioni: 200 milioni di finanziamenti statali, 60 milioni di contributi studenteschi e una capacità di fund raising che raggiunge i 150 milioni tra ateneo vero e proprio e strutture periferiche come le fondazioni.

Cosa funziona (e cosa no)
«Resta il fatto che le graduatorie sono osservate dagli stakeholders di tutto il mondo. È nel nostro interesse monitorarle per capire cosa funziona e cosa no» ribadisce il rettore. «Noi funzioniamo per la formazione, l’inserimento nel lavoro e il rapporto produttivo con l’industria. I nostri cardini». E cosa va meno bene? Azzone non fa mistero: «Prima di tutto, non riusciamo ad attrarre docenti internazionali come vorremmo. Ma ci stiamo lavorando. In secondo luogo, il rapporto docenti-studenti: troppi allievi per troppo pochi docenti. Senonché, per risolverlo abbiamo due soluzioni… non disponibili: o triplichiamo i docenti, ma i fondi non ce lo permettono. O diminuiamo gli studenti. Che è quello che non faremo. Il Politecnico è un’università pubblica. E forma chiunque se lo meriti».

(Da ilsole24ore.com, 3/10/2013).

 

 

 




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