Il Regno Unito sostiene l’euro ma per salvare la sterlina‏

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di Leonardo Maisano

«Il successo dell'euro è nell'interesse di Londra». Soffocata da quella di Tim Geithner, la voce del Cancelliere britannico George Osborne è un sussurro che scuote la storia. C'è dell'ovvio e del rivoluzionario in un'affermazione buttata là nelle scorse settimane, ma ribadita al vertice dei ministri dell'Eurozona in Polonia. C'è, soprattutto, molto pragmatismo nell'improvvisa "passione" inglese per la moneta unica.
L'illusione ottica di una svolta epocale è l'ultima scheggia della crisi dell'euro che rotola ai piedi della City, oltre le cancellate di Downing Street. Per salvare la sterlina (intesa come economia del Regno) Londra plaude all'euro e incoraggia gli amici dell'inner circle Ue ad andare avanti, a farsi partner in strutture più strettamente coordinate, armonizzando politiche disunite. «I mie colleghi europei – ha incalzato Osborne – devono accettare senza rimorsi la logica dell'unione monetaria che porta dalla moneta unica a più profonde forme di integrazione fiscale». Un incoraggiamento per gli altri, ovviamente. La Gran Bretagna non ha dubbi, resta fuori, ma per restarvi felicemente deve essere certa che l'euro continui a garantire la stabilità di scambi commerciali, proteggendola da nuovi, fatali schock su un'economia debole.

Pronunciando, ripetutamente, queste parole, il Cancelliere ha tracciato in sintonia con il premier David Cameron, un percorso preciso. Ha scelto per il proprio Paese un ruolo sempre più marginale nella costruzione europea. Se la crisi della divisa comune si risolverà con un'Eurozona stretta da vincoli politico-economici nuovi, il peso inglese nell'Unione sarà, inevitabilmente, ridimensionato. Londra si trova, così, costretta ad accettare una condizione che non ha mai voluto, avendo sempre cercato, di mantenersi al centro del processo comunitario. Per deragliarlo, obietteranno gli anglofobi. Certamente per pilotarlo verso il proprio interesse. Se accadrà quanto George Osborne si auspica, non potrà più essere così: Londra avrà accettato l'emarginazione in seno alla Ue.
Per questo la scelta inglese è di quelle che promettono di pesare e molto. Avviene – non poteva essere diversamente – in un momento in cui le voci degli euroscettici tornano ad alzarsi tanto più vanno assopendosi quelle dei pochi eurofans britannici. Il passo successivo a una "de facto" diluita presenza inglese in Europa rischia di essere la rinazionalizzazione di politiche oggi appaltate a Bruxelles. Mark Pritchard esponente del "1922 Committee" del Tory Party al Governo, non è una punta di diamante del partito, ma la sua idea di spingere il Paese al referendum per riportare oltre il Canale le politiche sociali e non solo quelle, può davvero farsi largo nella congiuntura attuale.
La posizione assunta da George Osborne nelle scorse settimane e riaffermata con chiarezza senza precedenti qualche giorno fa è la risposta realistica a una crisi grave, eppure le conseguenze ultime sono difficili da controllare. Una volta rafforzato, se mai lo sarà, il meccanismo di un'Europa a due velocità consolidando il côté politico dell'Eurozona, il ruolo della Gran Bretagna nella Ue non solo sarà ridotto, ma entrerà in una fase di imprevedibile incertezza, strattonato come sarà dalle due anime britanniche, Giano che da sempre lacera il rapporto fra Londra e Bruxelles.
L'ultimo mattone di possibili convulsioni prossime venture rischia di finire sullo stesso esecutivo, frutto di una coalizione fra euroscettici (gran parte dei Tory) e eurosupporter (Liberaldemocratici) abilissimi nel convivere da più di un anno sulla scorta di una tacito patto di non belligeranza sui destini europei. Un patto che i destini futuri dell'euro sottoporrano alla prova più difficile.

Il Sole 24 Ore




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