Il referendum sull’indipendenza scozzese e noi europei

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Il referendum sull’indipendenza scozzese e noi europei
di Francesca Lacaita
linkiesta.it

Il 18 settembre 2014 gli scozzesi andranno a votare sull’indipendenza della Scozia, in un referendum voluto dal first minister Alex Salmond, leader dello Scottish National Party (SNP), a seguito della vittoria alle elezioni del 2011, in cui il suo partito ha conquistato al Parlamento scozzese 69 seggi su 129. La questione ora attraversa il panorama politico nazionale, con la formazione di due coalizioni contrapposte: da una parte Yes Scotland, che comprende oltre all’SNP (ideologicamente paragonabile al PD italiano) i Verdi scozzesi e lo Scottish Socialist Party (sinistra anticapitalista), dall’altra Better Together, con laburisti, liberaldemocratici e conservatori (non mancano però dissidenti, ad esempio nel Partito Laburista, riuniti nel gruppo Labour for Independence, e tra i liberaldemocratici). Vari gruppi della società civile (tra cui donne, imprenditori, artisti e scrittori) si sono pronunciati a favore dell’indipendenza, mentre i sindacati hanno scelto di non prendere posizione.
Ci si sbaglierebbe però a pensare che la questione nazionale sia un tema particolarmente divisivo nella società scozzese. Il fatto che non lo sia dà a tutta la campagna referendaria una valenza nuova, peculiare, si direbbe “postnazionale”. Innanzitutto il voto all’SNP non significa necessariamente volontà di separazione dal resto del Regno Unito. L’SNP ha la maggioranza assoluta al Parlamento scozzese, tuttavia i sondaggi danno all’ipotesi indipendentista mediamente poco più del 30% (ma con un’alta percentuale di incerti, attorno al 20%). Inoltre nel discorso nazionale oggi prevalente l’idea di “indipendenza” rifugge da contrapposizioni antagonistiche, non esclude la permanenza di legami culturali o istituzionali con il Regno Unito, evita la retorica dell’“identità”, accoglie la pluralità culturale e non è ostile all’immigrazione (che infatti è assente come tema dal dibattito sul referendum). Le ragioni indipendentiste si basano invece perlopiù sul rifiuto di continuare a subire decisioni prese da governi eletti “altrove (attualmente la Scozia manda a Westminster un solo deputato conservatore su 59, anche i liberaldemocratici sono in calo e la competizione principale avviene tra l’SNP e il Partito Laburista, quindi all’interno del centrosinistra) che hanno inciso pesantemente e negativamente sul tessuto sociale scozzese. Nelle parole della Dichiarazione di Yes Scotland, “è fondamentalmente meglio per noi tutti se le decisioni sul futuro della Scozia sono prese da coloro a cui sta più a cuore la Scozia, ossia la gente di Scozia”. Avere a cuore la Scozia significa inoltre in questa prospettiva difendere un’idea di comunità, inclusione ed equità sociale dall’assalto neoliberista che è stato particolarmente devastante in un’area economicamente più fragile rispetto ad altre zone del Regno Unito. Queste due tematiche – la democrazia e lo stato sociale (a cui possono aggiungersi altre, come l’auspicato sfratto dei missili nucleari Trident in caso della vittoria degli indipendentisti) – danno slancio alla campagna di Yes Scotland ben al di là del consenso effettivo all’indipendenza. Alla fine tuttavia si giungerà molto probabilmente a una rinegoziazione degli assetti esistenti, che sarà tanto più ampia quanto maggiore sarà il successo dei sì. In ogni caso, e su questo concordano anche molti “unionisti”, ci si lascerà indietro l’attuale forma di devolution e si profilerà qualcosa di nuovo.

Naturalmente il problema di avere il governo per cui si è votato, di autodeterminarsi a fronte di processi di svuotamento della democrazia, di ripensare il concetto di comunità riconoscendo da un lato le pluralità interne e resistendo dall’altro alla riduzione dei cittadini in meri soggetti economici, di potenziare un modello sociale improntato a equità e giustizia, di interrogarsi sul senso della difesa militare oggi, nonché eventualmente di rinegoziare gli attuali assetti istituzionali non riguarda solo gli scozzesi. In maggiore o minore misura tocca tutte le società europee, e in particolare costituisce proprio il nodo delle questioni che urge affrontare a livello europeo se si vuole rilanciare l’“Europa” e il progetto eurofederalista su nuove, più solide basi. Sorprende piuttosto la pressoché totale assenza in Scozia di ogni richiamo alle implicazioni della dimensione europea nel dibattito sull’indipendenza, in un senso o nell’altro. Non che l’“Europa” in quanto tale non abbia alcuna rilevanza. Proprio l’euroscetticismo dei conservatori o dell’UKIP, incluso il referendum prospettato dal premier Cameron, diventa un argomento degli indipendentisti che sottolineano la lontananza dall’Europa che subirebbero ad opera del governo britannico o il rischio di trovarsi fuori dalla UE “contro la nostra volontà”. Tuttavia l’indeterminatezza con cui vengono generalmente dibattuti i vari aspetti dell’indipendenza (i negoziati avranno luogo dopo il referendum, ora si sollevano le problematiche e si pongono i desiderata) non può non riflettersi anche sulle questioni europee (mai comunque molto presenti nel discorso pubblico britannico), tanto più che i recenti sviluppi all’interno dell’UE non invitano a una discussione ragionata chi è invece impegnato a rinegoziare e riaffermare la propria sovranità. Ma far finta di niente e rimandare tutto a “dopo” non aiuta in primo luogo la Scozia, che rischia di trovarsi poi in contesti e situazioni a cui la sua opinione pubblica non è affatto preparata. Viceversa, gli scozzesi e gli altri europei non potrebbero che beneficiare da un confronto su questi temi, la sovranità (e i suoi limiti) in un mondo sempre più interdipendente, la democrazia, la comunità, la giustizia e la coesione sociale. Da tali questioni comunque non si scappa – tantomeno per costruire la federazione europea.




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