Il racconto di un’esperantista.

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La lingua universale raccontata dalla reggiana che parla Esperanto.

Ludwik Zamenhof, medico polacco del 19esimo secolo, aveva un sogno: inventare una lingua di facile apprendimento con la speranza di farla diventare universalmente letta, scritta e parlata da tutti. L’esperanto nasce così. Dall’intuizione di questo dottore poliglotta convinto che l’adozione di una lingua neutrale, patrimonio comune di tutta l’umanità, fosse non solo utile per scopi pratici, ma offrisse anche un forte contributo a più distesi rapporti fra i popoli e alla pace mondiale. Sulla scia di Zamenhof, sono milioni nel mondo gli esperantisti che dal 1905, anno del primo congresso mondiale, si impegnano per diffondere la conoscenza di questa lingua ideale. A Reggio Emilia (o meglio, a Reggio Emilio con la o, per dirlo in esperanto) un punto di riferimento per tutti gli esperantisti è il gruppo “Kvar Katoj” di cui fa parte la professoressa Raffaella Savastano.
Professoressa Savastano, come si diventa esperantista?
Nel mio caso grazie all’annuncio letto in un bar che promuoveva un corso di esperanto qui in città. Ne avevo sentito parlare e così, dato che ero da poco andata in pensione, mi iscrissi. Con il senno di poi credo che, per il mio modo di essere, non potevo che incontrare prima o poi nella mia vita l’esperanto.
Si ricorda la prima lezione?
Certo. Avevamo un’ insegnante, Luisa Madella disponibile e generosa che veniva da Parma e si dedica da una vita alla diffusione dell’esperanto. Eravamo una ventina in tutto, ricordo che c’erano anche un signore canadese e una giovane donna tedesca, entrambi residenti a Reggio.
Le prime parole imparate?
Saluton! Mi estas Raffaella (Salve, io sono Raffaella), ghis revido (arrivederci), mi tre shatas esperanton (mi piace molto l’esperanto).
Ricorda un po’ lo spagnolo…
L’esperanto è un mix di tante lingue, e anche la terminologia propone termini presenti nei vari dizionari. Per esempio, dall’italiano ci sono parole come “sano” o “amo”. Dal greco “kai”, dal latino “sed” e dall’inglese “Jes” scritto con la J al posto della y.
Difficile impararlo?
No. Servono solo un po’ di applicazione e volontà e si ottengono in breve tempo ottimi risultati. La pratica della lingua con altri esperantisti fa il resto. Io dopo poco tempo superai l’esame di primo livello con un voto alto che mi permise di guadagnare un soggiorno in Sicilia per il Congresso italiano di quell’anno. Nel parlare eperanto, mi piace ricordarlo, vale la regola fondamentale anche per tutte le altre lingue: avere rispetto dell’ interlocutore e del suo grado di conoscenza della lingua; bisogna porgergli i nostri messaggi curando la chiarezza della pronuncia, non è costruttivo sfoggiare rapidamente la propria disinvoltura nella lingua parlata.
Quanti siete a Reggio a parlare esperanto?
Quattro gatti, nel senso letterale del termine visto che il nostro gruppo si chiama “Kvar Katoj”, ovvero “Quattro gatti”. In realtà siamo una decina circa. A Reggio siamo pochi, ma vivaci e agguerriti. Non abbiamo una sede fissa, anche se il Multiplo di Cavriago ci ha concesso uno spazio a Villa Sirotti. Proprio lì si è costituito un secondo gruppo, “Esperanto Multiplo”, che non richiede nessuna quota d’iscrizione.
Tra di voi comunicate solo in esperanto?
Non sempre, purtroppo, anche se dovremmo. Siamo un gruppo che continua ad esistere da un pezzo: ci sono insegnanti, dipendenti pubblici, pensionati, casalinghe. Voglio citare Cosetta Bernardi e Edvige Corghi che collaborano sempre in modo encomiabile.
Anche i giovani parlano esperanto?
Grazie a internet ci sono nuove leve di esperantisti. Proprio di recente ho partecipato insieme ai colleghi Ermanno Tarrachini e Raffaele Franceschini a un incontro con alcuni studenti del liceo Moro. Uno di loro, Andrea Giuliani, autodidatta, sta imparando la lingua e ha chiesto di inserire un incontro sull’esperanto nel monte ore della scuola.
Esiste un patrimonio letterario in esperanto?
Certo. Ci sono romanzi, poesie, racconti, canzoni. Per non parlare delle bellissime traduzioni di opere letterarie. L’ex sindaco di Trento, Giovanni Peterlongo, ha fatto una versione in esperanto della Divina Commedia che trovo splendida.
Ci sono pregiudizi nei vostri confronti?
Ricordo all’inizio i miei amici e famigliari che mi trovavano eccentrica per aver iniziato lo studio di questa lingua. Con il senno di poi, l’esperanto è stata una delle scelte più serie e convinte che potessi fare nella vita. Una scelta per ragioni ideali che però in seguito ha rivelato conseguenze e aspetti concreti e gratificanti.
Per esempio?
Ho ricominciato a viaggiare, facendo incontri ed esperienze veramente formative. Se vai all’estero ti arrangi a parlare la lingua del posto aiutandoti con dizionari e frasi fatte. Ma l’esperienza che ho fatto, per esempio, l’anno scorso a Vilnius, in Lituania, non è paragonabile. Là ho incontrato un’amica esperantista che si è messa a disposizione per farmi da guida e abbiamo comunicato in esperanto per tutto il tempo del mio soggiorno lituano.
Cosa significa per lei essere esperantista?
Il mio impegno va ben al di là dell’ insegnamento e della pratica della lingua: è verso tutto quello che può essere utile alla diffusione delle conoscenze, a favorire la comprensione, la tolleranza, l’ armonia tra esseri umani.
Una lingua unica per un mondo in pace: utopia o possibilità?
Se ci fosse la volontà politica sarebbe possibile.
Non si rischia di passare come un movimento d’elite se non addirittura settario?
No. Noi abbiamo proprio l’intento opposto, che è quello di creare ponti con gli altri esseri umani. Gli esperantisti, attraverso le generazioni, portano avanti l’idea di una comunità umana in cui promuovere comunicazione, conoscenza reciproca e rispetto senza sopraffazioni di sorta.
Avremo mai in una scuola l’ora di esperanto?
Purtroppo la vedo dura. Basterebbe una decisione dell’Unione Europea, ma evidentemente si punta sulla lingua del più forte, e quindi l’inglese. Comunque, noi continuiamo a sperare e portare avanti le nostre richieste.
Chi volesse approcciarsi all’esperanto cosa può fare?
Per qualsiasi domanda sull’esperanto, sulle possibilità di imparare la lingua in modo rapido e gratuito, possono scrivere a raffaellasavastano@libero.it oppure rivolgersi al Multiplo di Cavriago.
Un saluto ai nostri lettori in esperanto?
Bonan dimanchon al la legantoj de Unua Pagho (trad. Buona domenica ai lettori di Prima Pagina!)
(Da primapaginareggio.it, 29/5/2016).

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