Il quindicennio triste e la crisi dell’Europa.

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Punte secche.

Il quindicennio triste e la crisi dell’Europa.

di Aldo Masullo.

Si pensi per un momento ai disordini esplosi in un breve quindicennio, il primo di questo ancor nuovo secolo. In esso processi iniziati nel secolo scorso pervengono al culmine della loro stravolgente maturazione. La scena di apertura del nostro secolo è la spettacolare tragicità dell’attacco alle torri gemelle nel cuore della «grande mela», nella primizia della più avanzata civiltà capitalistica, con le migliaia di vittime sacrificate alla terribile retorica del segnale della vendetta antioccidentale.
L’evento dice che l’incontestato ascendente occidentale e la complementare sottomissione asiatica e africana si sono avviati a rapidamente finire. Due anni dopo, l’aggressione angloamericana all’Iraq rimette in pari la criminale follia della politica occidentale e quella dei suoi nemici. L’Occidente ancora una volta dimostra di essere esso stesso a produrre le condizioni della sua fine. Ogni ordine locale viene intanto trascinato nell’ambigua avventura della globalizzazione, e paesi e popoli perdono la certezza dei loro definiti limiti; l’indifferenziato potere tecnologico irresistibilmente cancella le preziose diversità culturali e la finanziarizzazione selvaggia dell’economia stupra la logica del mercato. I mostruosi ibridi di tecnologie e di economie rapaci devastano la terra e gli equilibri climatici; al rapido enorme incremento della capacità produttiva di beni materiali e ideali, di case e d`istruzione, non corrisponde affatto una loro più equa distribuzione.
Questo infelice quindicennio si sta concludendo con le decapitazioni messe in bella mostra dal nuovo califfato e le migliaia di profughi inghiottiti dal Mediterraneo.
L’Europa è senza fiato, incapace di muoversi in una qualche direzione. Il mondo è sull’orlo di una crisi di nervi.
Noi tuffi siamo gli attori storditi di una rappresentazione teatrale, di cui abbiamo smarrito il testo e dimenticato le parti, immemori di ciò che abbiamo declamato fino a ieri e ignari di quello che dovremo dire oggi e domani. Ci limitiamo a balbettare, come nei social network: «sì, mi piace» o «no, non mi piace». E ne siamo soddisfatti, come se avessimo deciso le sorti della verità.
L’Europa rinforza i suoi meccanismi burocratici. E lascia invece perire l’esemplarità della sua ricerca della bellezza, in cui soltanto si può problematicamente intravedere la disinteressata verità che dischiude all’uomo la libertà della mente. Duemila e cinquecento anni fa lo aveva insegnato il greco Platone. Nel secolo scorso lo evocò l’ultimo grande filosofo europeo, Edmund Husserl.
L’Europa oggi non è più un`espressione geografica e storica, insomma culturale, ma una complessa istituzione politica, l’Unione europea. Tuttavia essa non riesce a fare politica: essendosi ridotta a semplicemente calcolare, non sa più pensare. Adesso è immobilizzata. È come una enorme tartaruga rovesciata, che ogni tanto vanamente agita fuori del rigido carapace le zampette rachitiche. Il suo funzionamento si svolge attraverso un cumulo di trattati, convenzioni, direttive, risoluzioni, dichiarazioni. Ma anima, vita, non c’è. È una gigantesca e barocca macchina istituzionale chiusa nei suoi riservati congegni, mossa solo dal complicato gioco di ventotto Ragioni di Stato. Vi circolano in abbondanza lubrificanti regolamentari e monetari, non carburante, vivo sangue, passione pensieri. Chi delle molte centinaia di milioni di cittadini europei sente l’Europa come la sua patria, e per essa si commuove? Del resto, dopo il fallimento della Costituzione europea, nel 2005, per il voto referendario negativo della Francia e dei Paesi Bassi, l’istituzione stessa rinunziò ad avere i simboli solenni della bandiera e dell’inno. D’altra parte, come mai possono i cittadini dei ventotto Stati sentirsi cittadini dell’Unione, se fin dal suo nocciolo originario del 1952, la Comunità a sei del carbone e dell’acciaio, l’attività istituzionale europea è rimasta del tutto assente nei dibattiti nazionali, ignorata dall’informazione, ostinatamente negata ad ogni sia pur minimo coinvolgimento della pubblica opinione ?
L’Europa si è nascosta. Ora, priva dell’energia popolare, è politicamente incapace di determinarsi. La storia degli ultimi tre secoli ci mostra come un tempo l’Europa, divisa tra Stati sovrani fortissimi sia stata capace, e purtroppo tragicamente capace, di determinarsi, duellando senza esitazione al suo interno in guerre feroci, tra milioni di morti e immense distruzioni. Si pensi allo scontro molte volte riacceso tra tedeschi e francesi, gli uni in nome dello Stato e gli altri in nome del Popolo, nelle pianure alsaziane! Finalmente, attraverso il lungo processo di strutturazione della istituzione unitaria degli ultimi cinquant’anni, l’Europa «è uscita dall’interminabile dopoguerra». Secondo le commosse parole di Francois Mitterand, gli europei che avevano combattuto gli uni contro gli altri si sono finalmente accorti che i «nemici erano innanzitutto dei fratelli».
Ma dei suoi cittadini, scopertisi finalmente fratelli, l’istituzione europea si è sempre più colpevolmente dimenticata, a loro si è sempre più stoltamente nascosta. Così ne ha perso la partecipante energia e si è ridotta incapace di prendere decisioni, di fare politica, di esercitare la potenza della sua unità, in breve di determinarsi.
Rimasta comunità di governi e non, se non passivamente, di popoli, l’Europa si è sterilizzata. Dinanzi ad uno straordinario, non limitato e non temporaneo problema, com’è l’ondata migratoria, di cui la strage nel Mediterraneo non è che un tragico ma particolare «effetto collaterale», è su questo effetto che si affollano, ed è pur giusto, nella pubblica discussione le più varie e talvolta strampalate proposte. Però sulla questione di fondo, pesante come l’intero globo terraqueo, come cioè dare ordine alla società umana nelle nuove condizioni materiali e culturali in cui essa oggi si trova, non v’è se non qualche timido cenno.

Il mondo degli uomini va rimesso in sesto, «sui suoi cardini», ma quegli uomini siamo noi, noi siamo il mondo. Come il mondo può rimettere se stesso in sesto? Non possiamo salvarci, se non riprendendo ad analizzare lo stato dei fatti, a ragionare, confrontare i ragionamenti, coinvolgerci tutti, visto che della sorte di tutti si tratta. Sull’orlo di una crisi di nervi, al mondo non serve l’isterico chiudere gli occhi, ben- sì spalancarli, rendersi conto della realtà, ragionare e insieme decidere su come uscir dalla stretta. Questo è politica. Almeno in questo l’Europa dev’essere capace di dare l’esempio.
(Da Il Mattino, 6/5/2015).




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