Il Quebec ci ripensa: secessione addio.

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CONTROCORRENTE A Edimburgo e Barcellona crescono gli indipendentisti, qui stop al referendum.

Il Quebec ci ripensa: secessione addio.

I separatisti dal governo al flop elettorale nella regione canadese. Pesa la crescita a rilento del Pil.

di Francesco Paolo Giordano.

Era la capofila di tutte quelle realtà, dalla Scozia alla Catalogna, imbevute dei sogni di secessione. E invece il Quebec si riscopre diverso, anomalo: volta le spalle ai progetti di indipendenza, proprio quando questi sembrano attecchire nei più disparati angoli del mondo.
Le ultime elezioni della provincia, chiamata al rinnovo dell’Assemblea,
hanno segnato una storica sconfitta del Parti Quebecois, il partito secessionista, che ha ottenuto solo il 24,5% delle preferenze (vedendosi assegnati 30 seggi), peggior risultato degli ultimi quaranta anni. Per la gioia del partito liberale, difensore dell’unità nazionale, che con il 41,5% dei voti si aggiudica la maggioranza dei seggi (70 sui 125 totali).
E pensare che il leader del partito, nonché premier uscente, Pauline Marois, aveva voluto
lo scioglimento dell’Assemblea per rafforzare la presenza dei suoi uomini in Parlamento.
Ora, il risultato politico contagia anche i programmi dei secessionisti, che erano già pronti a presentare il terzo referendum per separarsi dal Canada, dopo i fallimenti de11980 e de11995. Niente da fare, in Quebec stanno rivedendo le proprie priorità: secondo un sondaggio, solamente 1’1% della popolazione ritiene necessario il referendum per l’indipendenza.
  Gli 8 milioni di abitanti (quasi un quarto di tutta la popolazione del Paese) iniziano a farsi
i conti in tasca. E si chiedono: non è forse meglio restare in Canada?
Dati alla mano, il Quebec procede a passo ridotto rispetto ai vicini. Nel 2013,1a crescita
del Pil si è fermata al1’1,1%, contro 1’1,7% del resto del Paese. Un simile scenario si
era già ripetuto negli anni precedenti (nel 2011 +1,6% del Quebec contro il +2,6% del Canada,
nel 2012 +1,0% a +1,8%). D’accordo l’orgoglio francofono in contrapposizione a quello anglofono, ma quando si parla di “sghei” c’è poco da fare. Con la crisi economica e la disoccupazione che segna un preoccupante 7,3%, qualsiasi discorso d’identità cede il passo a questioni più prosaiche.
  Già, l’identità. Per difenderla, il Parti Quebecois aveva proposto una Carta dei valori. Tra
gli obiettivi principali, quello di ridurre al lumicino tutte le esibizioni di simboli religiosi in luoghi
pubblici: vietate kippah, turbanti e quant’altro, ma pure i crocifissi. E i vescovi locali hanno
avuto le loro ragioni per borbottare ed esprimere il loro disaccordo. Dopo la scoppola
elettorale, però, la Carta dei valori è diventata carta straccia: disegno tramontato in fretta e furia.
  Ma la laicizzazione del tessuto statale è storia vecchia e rimanda agli anni Sessanta. Allora,
tra la nazionalizzazione dell’industria idroelettrica e la creazione di un sistema pensionistico
separato da quello canadese, il Quebec promosse una serie di riforme tali da smarcarsi
dal resto del Paese: fu la cosiddetta «Rivoluzione tranquilla». Tempi che oggi appaiono troppo
distanti: lo spirito di allora si sta sgonfiando a vista d’occhio.
  E così il Quebec passa il testimone dell’indipendentismo, mentre la Scozia è in fibrillazione
per il referendum del 18 settembre, coni sondaggi che danno il sì al secessionismo in costante
ascesa. La leader nazionalista Nicola Sturgeon ha fatto appello all’elettorato laburista,
anche per dare un dispiacere al poco amato premier inglese David Cameron. E, sempre in tema
di referendum secessionista, la Catalogna, che ha fissato l’appuntamento al prossimo 9
novembre, sembra proseguire per la sua strada, nonostante lo stop imposto pochi giorni fa dal
Parlamento spagnolo.
(Da Il Giornale, 15/4/2014).

 




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