IL PROVVEDIMENTO DI BOLOGNA AIZZA LA RIVOLTA UNIVERSITARIA (Le Monde)

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di Brigitte Perucca (Le Monde – 10.04.09)

L’anniversario per il provvedimento di Bologna, celebra nel 2009 – con grande sobrietà – i suoi dieci anni di esistenza: questa “riforma” degli studi universitari, applicata nei 46 paesi europei, si trova oggi, se non proprio al centro, nel bel mezzo della contestazione universitaria. In Spagna le facoltà di Barcellona, Alicante, e di Saragozza si sono occupate a fine marzo degli “anti-Bologna”, ed è stato messo sotto accusa anche in Francia dai partigiani più determinati della contestazione universitaria. Gli “anti-Bologna”, che organizzano un contro-forum in parallelo alla riunione dei ministri dell’educazione che si terrà a Louvain il 27 e il 28 aprile, li accusano di essere all’origine di una visione liberale dell’Università, ormai sotto la costrizione degli imperativi della redditività per far fronte alla competizione internazionale. Essi si associano nello stesso rigetto della “strategia di Lisbona”, adottata nel 2000 dall’Unione Europea, che ha popolarizzato l’idea di “un’economia della conoscenza“. Queste accuse non sono nuove ma sono nate nello stesso tempo che il provvedimento stesso. Ma le più inquietanti sono quelle persistenti. Ciò vuol dire, come li chiamano i suoi denigratori, valutandoli “esplosivi”, che il processo di Bologna, tuttavia sottende dei valori di cooperazione e di scambio o che avranno al contrario imposto la competizione, sottomessa l’università alle esigenze dell’economia? La bella idea di armonizzazione europea è stata snaturata?
I responsabili di Bologna – i governi, ma soprattutto i presidi delle università – hanno parzialmente raggiunto il loro obiettivo, che era di costruire in dieci anni uno “spazio europeo d’insegnamento superiore”. La conquista è stata progressiva: di 29 paesi nel 1999, si è passati a 33 nel 2001, 40 nel 2003, 46 nel 2006. Una grande parte del mondo universitario internazionale parla la stessa lingua nei corsi in tre cicli (lauree, master e dottorati), ha una stessa moneta (i crediti ECTS, european credit transfer system) e gli stessi “standard” di qualità, da Lisbona a Vladivostok, passando per Ankara. Da questo rendere l’Europa più forte rispetto all’America del Nord, ma anche nei confronti dell’Asia. Da questa volontà di rinforzare l’Europa nella competizione del sapere, gli artefici del processo di Bologna, tra cui Claude Allègre, non sono mai stati battuti. Ma Bologna, che è anche la rinascita della cooperazione tra le università, una delle più grandi mobilità per gli studenti, gli insegnanti e i ricercatori, una cooperazione tra i dipartimenti, dei “valori” molto europei. Il bilancio, da questo punto di vista, è mitigato. Ancora con molte difficoltà, la trasferibilità delle borse di studio è acquisita in quasi tutti i 27 paesi dell’Unione, assicura l’Ass.ne europea delle Università (EUA). La mobilità studentesca attraverso l’Erasmus – che non copre l’intera mobilità – ristagna in numerosi paesi. La cooperazione procede lentamente: il 15% delle università che aderiscono a Bologna si sono diplomati in maniera congiunta in tutti i cicli (ma 36 % nel secondo ciclo). Quindi Bologna deve ancora convincere. Ma non sono queste le debolezze che fustigano gli avversari al processo di Bologna. Ciò che li addolora, è una serie di decisioni imposte “senza alcun dibattito politico”, per riprendere la formula di Geneviève Azam, dell’Università di Touluse-Le Mirail. In una conferenza questo ricercatore, membro d’Attac, si fa forte dimostrando come dei grandi capi, riuniti attorno l’European Round Table, a l’OCDE, passando attraverso la Commissione europea, mettano all’opera la localizzazione universitaria e dunque la “coerenza” che dovrebbe essere nelle differenti riforme, dal provvedimento di Bologna alla legge LRU sull’autonomia. La dimostrazione sembra contestabile, perché stimare che l’università possa formare delle competenze senza rinunciare alla ricerca nelle scienze umanistiche e sociali non è forzatamente un’adesione al liberalismo. E questi critici mescolano la politica della Commissione europea – che numerosi universitari sostenitori di Bologna non approvano – e un movimento di convergenza tra università. Il divario esiste, a cominciare dall’EUA, con da un lato i detentori di una “coopétition” (per cooperazione e competizione) tra le università e dall’altra quelli a favore di Bologna che offrono una tribuna per fare avanzare la questione del pagamento dei diritti d’iscrizione. Come succede spesso in Europa, le opposizioni sono raramente franche. L’autonomia delle università, che sembra imporsi tanto più che nei processi supposti che nelle università che dispongono di margini di manovra specialmente sui contenuti, e aspramente difesi al Royaume Uni, dove le tasse d’iscrizione sono elevate, ma anche nei paesi scandinavi, dove l’università è gratuita. La difesa di un’università pubblica è maggiormente divisa in Europa. All’ultima conferenza dell’EUA, a Praga, 500 responsabili dell’insegnamento superiore hanno ricordato agli Stati i loro diritti di finanziamento. L’Europa, quando si tratta di università, di regolamentazione sociale o di fiscalità, resta una relazione di forze.




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