Il presidente della Crusca: all’estero si rispettano 60 milioni di parlanti, il popolo della nazione più popolosa d’Europa dopo la Germania. In Italia, viceversa, si cerca spesso di abolire l’italiano.

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Accademia della Crusca: “All’Expo racconteremo il cibo con le parole”.

Il suo simbolo è il “frullone”, un antico setaccio che serviva per separare la farina dalla crusca ovvero, fuor di metafora, la parte buona della lingua italiana dalle “scorie” linguistiche che man mano potessero intaccarne la purezza. L’Accademia della Crusca, la più prestigiosa istituzione linguistica d’Italia, è anche la più antica accademia linguistica del mondo: sorta a Firenze già intorno al 1570, si costituì ufficialmente nel 1585 e nel 1612, con la prima edizione del suo Vocabolario e servì da esempio lessicografico anche per le lingue francese, tedesca e inglese. Oggi la Crusca è un fondamentale centro di ricerca scientifica dedicato allo studio e alla promozione della nostra lingua, in Italia e all’estero. Se parliamo dell’immagine dell’Italia fuori dei confini, la nostra grande chance di quest’anno si chiama Expo e, tra i suoi padiglioni, a far da paladina all’idioma tricolore ci sarà proprio lei, l’Accademia della Crusca. Abbiamo tastato un po’ il polso alla salute della nostra lingua e intervistato Claudio Marazzini, professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale e attuale Presidente della Crusca.

Sarete presenti all’Expo 2015 con “Parole del cibo”, che fa parte del vostro più ampio progetto “Le piazze delle lingue” . Può spiegarci meglio di cosa si tratta e perché questa iniziativa?

All’Expo praticamente è obbligatorio essere presenti. Un grande appello nazionale. Così ci siamo andati anche noi, sperando che sia davvero un’occasione di rilancio per l’Italia e per la sua economia. Noi portiamo la nostra competenza, legata allo studio delle parole del cibo. Senza le parole che lo narrano, il cibo è più smorto, meno interessante. Ce lo insegna anche quel geniaccio di Oscar Farinetti. Poi il cibo ci introduce alla varietà delle parole regionali italiane, ai dialetti e ci ricollega al passato contadino. Ci aiuta a sostenere l’industria alimentare: la Crusca ha al suo attivo un accordo con la Fondazione Barilla. Alcuni libri di cucina sono stati ottimi modelli di buona lingua: così il celeberrimo manuale di Artusi. Mi resta solo lo scrupolo di non avere portato all’Expo la cultura delle coltellerie toscane di Scarperia, con tutti i termini dell’antico artigianato dei “ferri taglienti”. Perché il cibo deve essere anche tagliato, e lo si taglia con i coltelli, e la città toscana di Scarperia è appunto la capitale dei coltelli tradizionali italiani, che sono i più belli del mondo e i più vari per foggia, diversi da regione a regione.

In effetti, proprio la gastronomia italiana, con le sue eccellenze, è stata da sempre ed è ancor oggi uno dei vettori principali che consentono all’italiano di esportare “prestiti linguistici” in tutto il mondo…
Vero. Infatti si dice che oggi la parola “tiramisù” sia diffusa quanto “pizza” e “ciao”. Io però sono più fiero della lingua italiana quando penso a Fermi che ha diffuso in tutto il mondo la parola “neutrino”. Al tiramisù preferisco le “macchie solari” di Galileo (in inglese ne hanno tratto il calco sun spots) e il neutrino di Fermi, guarda un po’…

Una curiosità: qual è la parola del cibo italiana più diffusa nel mondo?

Ovviamente è “pizza”, come dicevamo. Pare tuttavia che il recente “tiramisù” guadagni posizioni.

Oggi intrattenete rapporti con molte istituzioni internazionali simili alla vostra Accademia, svolgete un ruolo attivo soprattutto nel campo della politica linguistica europea. Com’è messa la lingua italiana all’estero? Il suo studio e la sua diffusione sono in crescita?

Pare di sì. I dati sono emersi nella recente convocazione degli “Stati generali della lingua italiana” ideata dal Ministero degli Esteri, in particolare dal sottosegretario on. Giro. Sono state giornate molto piacevoli e anche interessanti, in cui la lingua italiana è stata protagonista. I veri nemici dell’italiano non sono all’estero, comunque, ma in Italia. All’estero si rispettano 60 milioni di parlanti, il popolo della nazione più popolosa d’Europa dopo la Germania. In Italia, viceversa, si cerca spesso di abolire l’italiano. Alcuni traggono soddisfazione dall’autolesionismo, non so perché.

Non a caso uno degli obiettivi principali dell’Accademia è “restituire agli italiani la piena fiducia nella loro grande lingua”. Perché questa fiducia si è persa secondo lei? Chi o che cosa ne è maggiormente responsabile?

Perché la classe dirigente (o buona parte di essa), non diversamente dal popolo che governa, non ha sufficiente cultura e supplisce con una certa dose di aziendalismo d’accatto alle lacune profonde in storia, scienze umane, filosofia, scienza (la scienza vera, intendo: pensi alle reazioni isteriche viste da noi su Tav e Ogm, e avrà un’idea di come non si deve svolgere un dibattito in un paese civile e maturo). La classe dirigente non ha fiducia nella lingua così come in realtà non ha fiducia nella scienza e nella cultura in generale. Ecco perché nel nostro paese nessun dibattito assume una dimensione seria e profonda, ma si passa dallo scontro ideologico fondato sull’a priori al calcolo furbesco fondato sulla convenienza spicciola e sull’interesse immediato. Mancano analisi, programmazione, visione d’insieme e concretezza. Facile, a questo punto, sostituire i miti turistici alla sostanza del confronto civile.

E a proposito di “miti turistici”, recentemente ha smosso molte critiche, proprio a partire dal suo nome ibrido, “Very Bello” , il sito inaugurato dal Ministero dei Beni Culturali per promuovere il calendario di eventi culturali paralleli all’Expo, lei che ne pensa?

L’interpretazione più superficiale e meno maliziosa che mi viene in mente, è che sia un modo per farsi capire meglio dagli stranieri. L’opinione può cambiare, tuttavia, se si dà uno sguardo al quadro d’insieme delle nostre istituzioni pubbliche, della politica, dei poteri forti del Paese. Buona parte della classe dirigente ha la testa in America, ma non perché ci vada per imparare davvero qualche cosa. Si limitano a rimanere incantati di fronte a qualunque sciocchezza, da buoni provinciali. Tornati a casa, credono che con quattro parole in inglese cambierà il mondo anche da noi. Un po’ come sperare di avere più comunicazione perché l’incontro con i giornalisti si chiama “question time”, o avere più benessere se il lavoro si chiama “job”, o avere più assistenza se si usa la parola “welfare”, o più cultura se si usa la parola “education”, o più turismo se dico “location”. Il che è tutto dire, appunto.
(Giulia Di Stefano, via FuturoQuotidiano.com)
(Da buongiornoslovacchia.sk, 17/4/2015).

 

 




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