IL POLITECNICO PARLA INGLESE. FORSE TROPPO

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La polemica. No all’esterofilia
IL POLITECNICO PARLA INGLESE. FORSE TROPPO
L'istituzione scientifica milanese ha scelto di diventare totalmente anglofona
Ma non per tutti è un miglioramento. Anzi, la didattica potrebbe risentirne…

Matteo Sacchi
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LIVELLAMENTO
Secondo alcuni studenti
le lezioni sono peggiorate
per essere comprensibili.
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A buttarla in burla il tutto potrebbe ridursi al ritornello della canzone di Renato Carosone «Tu vo’ fa l’americano, ‘mericano… ma sei nato in Italy». In realtà la questione sta sollevando un vero e proprio polverone ed è comunque destinata a lasciare il segno.
Partiamo dai fatti. Il Politecnico di Milano ha deciso (il 21 maggio 2012) di diventare anglofono e ha iniziato una complessa riforma dei corsi di laurea per far sì che gli ultimi anni di specializzazione si svolgano esclusivamente in lingua inglese. Traguardo che dovrebbe essere raggiunto entro il 2014. E se da un lato c’è chi gioisce per l’ internazionalizzazione che dovrebbe consentire ai giovani laureati di muoversi meglio all’estero, dall’altro c’ è chi lamenta la colonizzazione e il danno linguistico. Tra gli altri Vittorio Sgarbi che così si è espresso: «Andrebbe chiuso il Politecnico, perché è deliberatamente fuori legge… Non si può in alcun modo immaginare un insegnamento, una corrispondenza, un’identità italiana senza la lingua… In questo modo, inoltre, si contraddice la stessa architettura, poiché è nella lingua italiana, che è diventata lingua universale, che l’architettura si è imposta nel mondo… attraverso, ad esempio, i quattro libri di Andrea Palladio». E come Sgarbi la pensa Giorgio Pagano che con l’Associazione Radicale Esperanto ha raccolto un gran quantitativo di dati che contraddicono i presunti benefici dell’inglese imposto per docenza. Ecco cosa dice al Giornale: «Il fatto di lasciarci colonizzare linguisticamente è un danno economico e un disastro culturale. Innanzi tutto un sacco di editori italiani che producono libri di testo si vedranno scavalcare da editori stranieri. Poi inevitabilmente il livello dell’insegnamento scende perché i docenti non sono madrelingua e la ricchezza linguistica va persa. Peggio ancora nel restauro e nel design dove tradizionalmente si parla italiano. Così facendo li regaliamo al mondo anglosassone». E il ragionamento ha una base solida. Trai dati certi c`è che le economie degli Usa, della Gran Bretagna e dell’Australia risparmiano milioni proprio per il vantaggio linguistico e perché non devono investire in corsi lingua. Certo c’è chi si «difende». A esempio il Giappone ha scelto di registrare i suoi brevetti in giapponese perché questa è un’ulteriore garanzia di protezione. Noi abbiamo scelto invece la colonizzazione volontaria. E per certi versi una colonizzazione pasticciata. Spiega ancora Pagano: «Per esercitare la professione di architetto o di ingegnere molto spesso bisogna conoscere bene la legislazione di un Paese non basta la lingua. Mentre l’esame di Stato in Italia resta in italiano. Quindi non è detto che gli studenti ottengano grandi vantaggi». Ecco e gli studenti cosa dicono?
Non hanno voglia di metterci la faccia ma molti, off records (giusto per essere ‘mericani anche noi) spiegano: «Persino gli esami sono diventati una cosa poverella… semplificata… Nessuno padroneggia la lingua ne al di là nel al di qua della cattedra… È tutto banalizzato». Insomma meglio un bravo ingegnere italianofono che uno così così ma che pronuncia perfettamente «Skyscraper».
(Da Il Giornale, 9/3/2013)




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