Il piacere della lingua italiana

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Il piacere della lingua italiana

Ciao, cm stai? Xkè nn t 6 + fatta sntire? Ks dc d fare dmn?
Questa frase, a metà fra una formula matematica e una normale espressione confidenziale, è il prototipo del linguaggio scritto utilizzato dai ragazzi nelle loro “conversazioni” a colpi di messaggi sui telefoni cellulari.
Fino a qualche anno fa consideravo questo “lessico” circoscritto al solo ambiente dei telefonini e degli sms, dei computer e delle chat. A distanza di tempo ho appurato, con dispiacere e stupore, che quel modo distorto di utilizzare la lingua italiana è invece evaso dalle sbarre della tecnologia.
E una volta portata a termine questa “evasione” esso ha eroso la lingua italiana in senso lato, soprattutto quella in forma scritta, pur potendone riscontrare qualche germe anche nella versione orale.
Vedere e sentire moltissimi ragazzi della mia età, o di poco più giovani, esprimersi in un italiano stentato, difficoltoso ma, soprattutto, contraffatto, mi spiazza,non poco.
E non perchè il mio eloquio o la mia esposizione scritta rappresentino un’eccellenza della quale io possa andar fiero.
Le mie modeste e limitate capacità e conoscenze linguistico-culturali, tuttavia, sono sufficienti per farmi comprendere questo, a mio parere, preoccupante fenomeno, in crescita esponenziale negli ultimi anni.
Ciò su cui occorre focalizzare la nostra attenzione non è la poca destrezza o dimestichezza che i giovani attuali hanno con la nostra, bellissima, lingua. Anche perchè, nel ventunesimo secolo, è ormai molto raro trovare persone assimilabili agli analfabeti di inizio novecento.
Da quando i primi autori hanno gettato i prodromi di quello che sarebbe divenuto, in seguito, il nostro idioma ufficiale, sono sempre esistite persone dotate di una parlantina più forbita ed altre contraddistinte da un’esposizione più semplice e modesta.
Ciò nonostante in ogni individuo era chiaro ed evidente, in modalità differenti, il ruolo centrale della lingua italiana nei discorsi quotidiani. E questo era presente anche in quelle realtà nelle quali il gergo dialettale era predominante. Esclusa la realtà familiare, infatti, un po’ per timore ed un po’ per volontà di migliorare il proprio linguaggio, queste persone si sforzavano, nelle conversazioni con estranei, di utilizzare una terminologia più consona al contesto nel quale si trovavano.
Al giorno d’oggi, purtroppo, questo “tecno-linguaggio” sta drammaticamente, anche se per fortuna ancora solo in parte, sostituendo nella mente degli adolescenti la lingua italiana ufficiale, togliendole quel ruolo centrale di cui ho detto pocanzi.
Oggi il problema non è più l’analfabetismo assoluto, piaga che flagellava il nostro paese soprattutto nei decenni successivi alla nostra unificazione. Adesso il grattacapo riguarda il cosiddetto “analfabetismo di ritorno”, molto frequente fra i giovanissimi, ma anche esistente fra coloro i quali così giovani non lo sono più.
L’orientamento verso i beni materiali e il consumismo ha distolto l’attenzione della società dalle molteplici possibilità che la cultura offre. E la preferenza assegnata dai giovani al “tecno-linguaggio” a discapito della lingua tradizionale si inserisce perfettamente in questo discorso.
Ciò che si apprende o si è appreso nel passato fra i banchi di scuola, pur con tutti i limiti che a volte gli insegnamenti presentano, passa, sempre più velocemente, nel cassetto del dimenticatoio. Il quale, molto spesso, una volta chiuso non viene più riaperto.
E se la cosa può apparire più logica e meno allarmante (anche se, personalmente, non sono per nulla d’accordo con questo concetto) quando si parla di materie come la storia, la filosofia, l’arte, la letteratura, discipline che, nei discorsi di tutti i giorni, difficilmente vengono “affrontate”, ben meno scontato dovrebbe esserlo quando parliamo della nostra lingua.
Eppure è così, è maledettamente così.
Sinceramente non riesco proprio a comprendere questo totale disinteresse nei confronti della nostra lingua, una delle più belle, complete, musicali esistenti nel mondo.
Fin dall’infanzia ho sempre ammirato, moltissimo, tutte quelle persone che si rivolgevano a me piuttosto che ad altri con un “modo d’espressione” alto, anche molto elevato.
E tuttora leggo ed ascolto con estremo piacere giornalisti, scrittori, saggisti o intellettuali di rinomata fama. In primis per la forza e la profondità dei loro contenuti, ma anche per le loro squisite capacità linguistiche, per il loro enorme bagaglio lessicale.
Ogni volta che ascolto termini, soprattutto citazioni latine, che non fanno parte delle mie abituali espressioni, ne rimango fatalmente stregato.
E subito corro a cercarne il significato, sperando, un giorno, di poterli utilizzare anch’io, elevando la mia modestissima dialettica.
La cosa che mi rattrista di più è scorgere, attraverso la maschera del linguaggio dei messaggi telefonici, l’assoluto disinnamoramento dei ragazzi nei confronti della cultura, inclusa la cancellazione della naturale propensione verso l’apprendimento ed il miglioramento della nostra lingua.
Una lingua che, nel corso del tempo, ha annoverato maestri come Jacopo da Lentini, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale.
Per fortuna questa realtà non è così uniformata, ed esistono ancora parecchi giovani che vanno in direzioni diametralmente opposte.
Però ciò che ho detto in questa riflessione rappresenta una tendenza, un andamento, un trend, per usare un termine attuale. Un trend molto preoccupante che, se non verrà invertito, rischierà seriamente di distruggere, in un intervallo di tempo abbastanza breve, il “PIACERE DELLA LINGUA ITALIANA”.

di Lorenzo Repetto

Dal sito http://www.reset-italia.net
5/12/11




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