Il patrimonio linguistico abbattuto dall’inglese

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Peccato, la Babele sarà abbattuta dalla lingua inglese

di Luciana Piré

Non certo per piacere ma per puri motivi professionali, mi è toccato leggere l’ultimo schema di regolamento dei dottorati di ricerca redatto dal ministero dell’Università e ne sono rimasta colpita. In particolare mi riferisco all’articolo sulla commissione esaminatrice per l’ammissione che dovrebbe valutare il curriculum, il progetto di ricerca dei candidati e la loro conoscenza delle lingue straniere e comunque dell’inglese. L’inglese quindi come lingua obbligatoria della ricerca e della comunicazione culturale: un’imposizione che dà da riflettere. Anche a me docente di inglese.

E’ vero, il “National Geographic Magazine” stimava, alle soglie di questo millennio, che siano in 322 milioni a usare l’inglese come lingua madre, superando lo spagnolo e seguendo di poco il cinese mandarino per numero di parlanti al mondo. Ci sono molti altri milioni di persone che utilizzano nella vita quotidiana l’inglese come seconda lingua ufficiale. Ma esiste un’ulteriore classe di persone che lo usano per lavoro o per studio. L’imponenza di questi numeri rende di fatto l’inglese un mezzo universale di comunicazione (“globish” contrazione di “global” e “english”) e l’idioma incontrastato che apre le porte del divertimento e dello spettacolo, della musica e dello sport, della finanza, delle banche, dei viaggi, della pubblicità, e, ovviamente, dell’informatica.

Questa diffusione capillare nel mondo di una lingua reale, che si propone anche come lingua “ufficiale del mondo economico e tecnico- scientifico” è stata la conseguenza della sterminata estensione dell’impero coloniale britannico che andava dall’India all’Australia agli Stati Uniti, e successivamente della leadership angloamericana nella conclusione vittoriosa della seconda guerra mondiale (una tendenza che si è andata evidentemente rafforzando dopo la caduta del Muro di Berlino e con la “globalizzazione”). Il potere si è sempre lasciato alle spalle anche la propria lingua.

Inoltre, l’inglese appare come una lingua di estrema flessibilità, caratterizzata da una grammatica semplice, che consente quindi un’immediata trasmissione e comprensione delle informazioni e delle conoscenze.

Già Cartesio (1596 – 1650) e Leibniz (1646 – 1716) avevano avanzato progetti di una lingua universale, e c’è stato chi non ha trascurato proposte pratiche sui possibili modi di comunicare senza far uso né della scrittura né del linguaggio, ad esempio con segni telegrafici, oppure segnali luminosi di diverso colore come per i naviganti. In seguito, la necessità di costituire una lingua internazionale che permettesse un legame diretto fra nazioni diverse ha assunto maggiore rilevanza. Nel 1887 comparve l’Esperanto, lingua internazionale artificiale inventata da un medico ebreo polacco che pensò di costruire una lingua neutra che potesse porre fine alle ostilità culturali tra le etnie (russa, polacca, tedesca ed ebrea) che vivevano nella sua città, Bielostok. Nonostante tutto, però, i tentativi filantropico-idealistici di cercare di agevolare ed uniformare la comunicazione, per mezzo della ideazione di una lingua universale, di facile apprendimento e di facile utilizzo, sono sempre falliti. Perché? Essenzialmente perché una lingua è soprattutto il risultato di un lungo processo storico – culturale che coinvolge la struttura genetica, psicologica e mentale di singoli individui. Tra i diritti umani ci sono anche i diritti linguistici.

Da decenni il Consiglio d’Europa incoraggia l’apprendimento di due lingue straniere. La Commissione dell’Unione Europea nel suo “Libro Bianco” sull’educazione ha raccomandato che tutti i giovani imparino almeno due lingue dell’Unione Europea, e ha proposto diversi mezzi per potenziarne l’apprendimento. Molti studenti in Europa già lo fanno, e la maggior parte dei governi dell’Unione europea sostengono l’insegnamento delle due lingue straniere, eccetto quello britannico. Ma gli anglofoni, si sa, sono notoriamente monoglotti, sentendosi a casa nel mondo e ritenendo superfluo imparare un’altra lingua. Il noto scrittore e suddito britannico. Anthony Burgess, preannunciava, – non senza compiacimento per il dominio linguistico- culturale della sua lingua – che “come il latino, per gli anni a venire tutti parleranno inglese ugualmente male ma si riuscirà lo stesso a capirsi”. Il timore è che, nel terzo millennio, le altre lingue, per lo meno quelle europee, assorbano tanto dall’inglese da contaminarsi e impoverirsi, lentamente fagocitate da quest’unico idioma, spesso usato in modo approssimativo, se non addirittura offensivo per le orecchie.

Non resta che sperare che il “globish” diventi la lingua adottata in tutte le nazioni come seconda lingua, insieme alla lingua nazionale storica: una lingua addizionale, piuttosto che una sostituzione delle lingue native; una lingua comune che possa coesistere con la babele delle lingue, con la stupefacente molteplicità delle lingue parlate nel nostro affollato pianeta di cui le varie culture mondiali sono portatrici. Se tutti parlassimo la stessa lingua, ne deriverebbe una notevole riduzione delle nostre capacità elaborative e creative e della varietà delle visioni del mondo. Che gli esseri umani siano abituati a questo pazzo mosaico, esprimendosi in migliaia di lingue differenti e reciprocamente incomprensibili è “una stranezza, una possibile innaturalezza”, commentava George Steiner nel suo più bel libro sul linguaggio (“Dopo Babele”, 1975).

Ma alla fine ci si deve solo arrendere al mistero delle molte lingue: “Viviamo in questa struttura pluralistica, fin dagli inizi della storia, e diamo per scontata la confusione che ne deriva”.

(Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 10/1/2008).

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