Il paradosso della lingua di Dante e Ungaretti. C’è fame di italiano ma noi l’amiamo?

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Il paradosso della lingua di Dante e Ungaretti. C’è fame di italiano ma noi l’amiamo?

di Giorgio De Simone.

Dopo l’inglese, il francese, lo spagnolo, la lingua più studiata al mondo non è il tedesco, non è il cinese e neanche il giapponese: è l’italiano. Non ci fosse altro, declinate in italiano sono una cultura umanistica mirabile, una musica lirica senza uguali, una moda affascinante, una cucina che teme pochi confronti. L’italiano è bello, armonioso, musicale, ha nobili origini. L’italiano ha Dante, ha Leopardi, ma anche tanti moderni, Gadda, Savinio, Marotta, Ungaretti, Elsa Morante, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sono moltissimi gli studenti stranieri che amano l’italiano e il Consorzio Icon ( Italian Culture on the Net) riunisce 20 nostri atenei che, con lauree triennali, Master e tutta una serie di corsi, promuovono la lingua, la cultura e l’immagine dell’Italia nel mondo. Detto ciò, da dove viene allora questa pessima salute di cui gode il nostro idioma a casa sua?
Era il 4 febbraio scorso quando 600 tra illustri professori, accademici cruscanti, storici, filosofi, sociologi, economisti scrivevano a Governo e Parlamento chiedendo solleciti e indispensabili interventi contro le moltiplicate ignoranze degli studenti universitari sempre più colpevoli di commettere errori ’appena tollerabili in terza elementare’. Risposte? Ne ho letta una a firma Carlo Scognamiglio che chiariva come alle ignoranze dei discenti dovessero abbinarsi quelle di non pochi docenti, specie delle ultime leve, responsabili, tra l’altro, di forzare le iscrizioni ai corsi di laurea per ragioni di opportunità. In sostanza, concludeva la risposta, forse i nostri studenti non sanno come scrivere, «ma i nostri professori non sanno cosa scrivere».
Accuse, dunque, come si vede, rispedite in buona parte al mittente a dirci come le cose, in questi ultimi decenni, si siano maledettamente complicate. È cambiata (cambiata molte, troppe volte) la scuola che un tempo sarà stata chiusa, gentiliana, classista e, in parte, elitaria (vedi il liceo classico), ma via via è diventata sempre più aperta, tollerante, permissiva. Sono cambiate le elementari, le inferiori, le superiori, sono cambiati i corsi di laurea, sono arrivate le lauree brevi, sono cambiati i maestri, i professori di liceo, i docenti universitari. Il Sessantotto, lo sappiamo o crediamo di saperlo, è stato uno spartiacque e nei tanti mutamenti susseguitisi da allora c’è stato il progressivo sfarinamento della nostra Storia e Letteratura, delle nostre tradizioni, della nostra stessa identità, della nostra Classicità con alcuni grandi autori saltati o ignorati e alcuni, per esempio il Manzoni, addirittura ripudiati o irrisi.
Poi c’è stata l’invasione dell’inglese, oggi certamente necessario (nonostante la Brexit), ma divenuto lingua dominante davanti alla quale l’italiano si è spesso (vedi l’adozione dell’inglese al Politecnico di Milano) servilmente genuflesso. Dopo, l’altra invasione, dei social network, di così rapida e tumultuosa portata da portare a esprimersi con tweet anche i capi di governo con in testa il presidente degli Stati Uniti.
E, per tornare ai nostri ragazzi, si può pretendere che leggano i classici se si sono convinti che dalla lampada di Aladino dei loro vari schermi possano uscire tutti i saperi? Mettono malinconia i dati Ocse secondo i quali il 27% dei nostri connazionali non ha adeguate capacità alfabetiche e quasi il 32% non possiede quelle matematiche. Per competenze in lettura veniamo dati incredibilmente ultimi in fondo a una classifica di 24 Paesi e penultimi sia per capacità matematiche sia per abilità di risolvere problemi in ambienti ricchi di tecnologia, come quelli delle società moderne. Nelle statistiche siamo più o meno gli ultimi del plotone, nella realtà storica abbiamo riferimenti insicuri e fragili, lavori precari e il domani perennemente incerto, sicché non ci dobbiamo stupire se tanti nostri giovani di valore vanno all’estero e la tanto invocata ripresa, se pur si muove, lo fa a passo di lumaca.
Senza applicazione, senza il rifiuto prima di tutto morale di approssimazioni, scappatoie, furberie e scaltrezze assortite, senza una rinnovata etica costruita sulla forza di una conoscenza sudata e genuina, non si va lontano. Al quarto posto tra le più studiate al mondo, la nostra lingua è oggi come una bella signora trasandata, che veste male, che non ha cura di sé. La sua bellezza non si vede più, ma c’è e fare di tutto perché torni a risplendere resta dovere nostro e di nessun altro.
(Da avvenire.it, 8/7/2017).

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