Il nuovo Rubicone

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Dal Corriere della Sera.

IL NUOVO RUBICONE

di Tommaso Padoa Schioppa

Il Rubicone è il piccolo fiume che segnava il confine della costituzione di Roma. Da questa dista molti giorni di marcia ed è secco per vari mesi l’anno. Attraversarlo era facilissimo, ma per Cesare e la storia fu un passaggio senza ritorno. Attenzione: «senza ritorno» non vuol dire «con un solo esito possibile». Cesare non sapeva se sarebbe giunto a Roma e se ne avrebbe conquistato il potere. Anche Europa traversa oggi un modesto fiume ed entra, senza ritorno, in un territorio nuovo. Non sappiamo se conquisterà il potere, se sarà vittoriosa o sconfitta.

Il passaggio è nella parola costituzione. Sale dalle nazioni all'Europa la parola nel cui segno si compì gran parte della trasformazione dell'ordine politico del continente tra la fine del Settecento e la seconda metà dell'Ottocento. Fu il passaggio dalla «grazia di Dio» alla «volontà della nazione» quale fondamento del governo. Poco importa che la costituzione nasca per trattato: lo statuto albertino nacque per generosità di Carlo Alberto ma portò dal Regno di Sardegna all'unità d'Italia, dal governo del Re al suffragio universale. Il testo che si firma oggi ha l'impianto di una costituzione e introduce importanti novità quali la personalità giuridica dell’Unione, l'inclusione della Carta dei diritti, il rafforzamento del Parlamento. E tuttavia esso è un'incompiuta, perché non dà all'Unione i poteri politici e la forza che le mancano. Se anche fosse stato in vigore, non avrebbe impedito agli europei, litigiosi e ininfluenti, di battere opposte strade nella crisi irachena.

Il significato del passo di oggi sta in gran parte nell'avere osato, ciononostante, la parola costituzione; una scelta verbale che definisce, senza ritorno, l'agenda europea degli anni a venire. Già da domani, il punto di riferimento sarà l'idea stessa di costituzione; questa , o una diversa. Nei Paesi dove si terrà un referendum il sì e il no saranno pronunciati sul principio di una costituzione dell'Europa, più che sul contenuto di questa.

Ero in prima liceo quando ascoltai, dal piccolo altoparlante posto in classe, la voce del mio professore di storia e filosofia. Disse agli alunni di tutto l'istituto che sarebbe nata una Comunità economica europea per formare, con gli anni, un mercato comune, ma soprattutto perché gli orrori della guerra non si ripetessero. Quel Trattato firmato in Campidoglio trasformò l'economia dell’Europa. Ma soprattutto, creando un vero potere sovranazionale, ne ha mutato l'assetto politico, come forse non era più accaduto dal Trattato di Westfalia, che nel 1648 aveva messo fine alle guerre di religione e fondato il sistema degli Stati. Non si pronunciò la parola costituzione, ma tale già fu se per costituzione s'intende una legge sopra le leggi e sopra i governi. Eppure, al momento della firma, due fondatori dell'Europa, come Jean Monnet e Altiero Spinelli, non lo capirono, lo giudicarono un evento secondario o addirittura un'occasione mancata.

È difficile cogliere l'importanza di un fatto nel momento stesso in cui avviene. Per certi, quello di oggi è un trionfale traguardo, per altri un inutile gesto retorico, per altri ancora un impegno inassolto, o un pericolo da combattere. Nel valutare la firma che avviene in Campidoglio dobbiamo essere nello stesso tempo cauti e decisi, guardare il passato ma soprattutto volere costruire il futuro. L'Europa ha una moneta, che è una buona moneta. Firma una costituzione, che non è ancora buona. Passato questo Rubicone, continua la marcia faticosa verso un ordine politico che la faccia risorgere quale soggetto della storia del mondo.


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