IL NOSTRO COMPITO E’ UNA CURA DI BELLEZZA

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LA STAMPA, 24 APRILE 2004

IL NOSTRO COMPITO E’ UNA CURA DI BELLEZZA

Come e cosa rispondere al dilagante populismo civile e estetico? Il tema domani alla «Biennale» di Torino

ANTONIO SCURATI

«La civiltà è soltanto una breve parentesi tra due ere di barbarie». Così parlò uno dei personaggi di Robert Ervin Howard, inventore di saghe fantasy, la più celebre delle quali, non a caso, fu quella di Conan il barbaro. Si era negli Anni 20 del Ventesimo secolo, presi nella tenaglia di due guerre mondiali.
La democrazia è soltanto una breve parentesi tra due ere di dispotismo. Non sono pochi, oggi, quasi cent'anni dopo la cupezza di Howard, gli scrittori che ne varierebbero a questo modo il magniloquente pessimismo. Molti piccoli e grandi segni sembrano, infatti, suggerire che si starebbe chiudendo un ciclo di progressi democratici iniziato, sul suolo europeo, grosso modo con l'illuminismo nel cerchio storico più ampio e, nel cerchio minore, con la guerra di liberazione dal nazifascismo.

Gettando uno sguardo di sorvolo al globo terrestre, parrebbe di poter dire che, finita la guerra fredda, il rifluire dell'onda socialista abbia lasciato sulla risacca della storia due forme speculari di oligarchia, quella dei poteri finanziari e quella dei poteri criminali, strettamente intrecciate tra loro sebbene l'una con base territoriale privilegiata, ma non esclusiva, nel cosiddetto primo mondo e l'altra nel secondo e terzo. Anche limitandosi alle sedicenti democrazie, i più propensi al tono apocalittico non faticherebbero, scrutando l'orizzonte del terzo millennio, a divinare i segni di una regressione antidemocratica: eclissi dello Stato Sociale, riflusso dei movimenti per i diritti civili, disgregazione dei partiti politici, desindacalizzazione del lavoro, sdoganamento della guerra, personalizzazione carismatica del potere, crescente divaricazione della ricchezza tra ricchi e poveri, privatizzazione delle risorse vitali (fonti energetiche, acqua e cibo) in un contesto di depauperamento ecologico. Soprattutto, a preoccupare è lo svuotamento in senso populistico delle democrazie liberali nelle quali all'agire della cittadinanza democratica si va sostituendo la leva demagogica di un popolo sempre più agito dall'alto di piramidi politico-mediatiche.

Al cospetto di questo scenario, lo scrittore che si senta imbarcato sul fragile legno democratico, viene colto dal dubbio barbarico: e se il dispotismo fosse connaturato all'umanità? E se la democrazia fosse stata niente più di un capriccio di passeggere turbolenze storiche?

Molti ritengono che, oggi, la secolare lotta da proscritto dello scrittore dentro e contro l'oppressione del proprio tempo si combatta su due fronti: quello civile e quello estetico.

Il primo si aprirebbe in tutti quei casi in cui la letteratura prende a materia del proprio racconto direttamente l'oppressione dell'uomo da parte dei nuovi poteri dispotici.

Il secondo si aprirebbe, invece, in tutti i casi in cui a far questione è la forma. Su questa seconda linea, l'avversario della letteratura è il populismo estetico così come quello politico lo è della democrazia. Il populismo estetico si potrebbe, infatti, definire quale scadimento formale dei prodotti artistici lungo un asse verticale corrispondente a un allargamento orizzontale della base dei consumi culturali.

Detto in una frase più breve: la televisione trasferita su pagina. Stiamo parlando di libri che adottano l'intrattenimento – cioè la superiore ideologia di ogni discorso tv – come proprio orizzonte ultimo; della loro vocazione spettacolare (è nella natura del mezzo tv il sopprimere i contenuti delle idee per far posto all'interesse visivo, cioè ai valori spettacolari); stiamo parlando della ricerca del divertimento a tutti i costi (la tv fa del divertimento il modello naturale per rappresentare ogni esperienza, soprattutto il dolore); della perdita di prestigio dello scrittore come intellettuale pubblico, e con esso di ogni altra autorità pubblica (il declino dell'uomo pubblico è accelerato dalla tv che adotta uno stile comunicativo intrinsecamente autodissacrante e autoderisorio). Insomma, qui la scrittura letteraria si «alleggerisce», liberandosi da ogni intellettualità (proprio come in tv i saperi degli esperti sono degradati al rango di opinioni).

Infine, stiamo parlando di un processo in cui gli effetti individuali d'ingentilimento e d'inibizione delle pulsioni aggressive prodotti dal silenzioso, prolungato, paziente, introspettivo esercizio della lettura vengono sostituiti da libri scritti per essere divorati in fretta, consumati con la vorace immediatezza tipica dei teatri della ferocia e del furore televisivi, libri «usa e getta», «mordi e fuggi», libri mordi e mordi.

Insomma, stiamo affermando che non ci sono due fronti, civile ed estetico, per il libro come strumento di militanza democratica. Il fronte è uno solo. Se la letteratura vorrà contraddire la parola barbarica dei poteri oppressivi, se vorrà entrare in risonanza con una nota diversa da quella del rumore sordo, di basso continuo, della mera cronaca, della nera cronaca e da quella della glossolalia, idiozia televisiva, dovrà, molto semplicemente, parlare un'altra lingua. Una lingua straniera, ma da stranieri in Patria – non di un altro mondo – una lingua franca, da «città aperta». Sì, perché se tu avrai raccontato – magari con l'intento di denunciarlo – il potere dispotico con la sua stessa brutalità, allora avrai perso. Se spingerai la pur necessaria rivalità mimetica fino al punto di collasso, fino al pieno isomorfismo con il tuo nemico, allora udirai soltanto il rumore strozzato del risucchio. Il fischio del buco nero che t'inghiotte. Sua sarà stata l'ultima parola.

La gioia democratica non si rappresenta letterariamente. E nemmeno si evoca per mezzo di un saggio o di un romanzo. La si provvede. Lo splendore formale della liberalità letteraria – la sua ricchezza di pensiero, di varietà umana, d'intelligenza proteiforme, in una parola, di bellezza – non è soltanto la speranza che un altro mondo, diverso da quello della brutalità del potere, sarebbe, forse, ancora possibile. Ne è la testimonianza, la prova vivente. Pensata così, la letteratura è democrazia in atto.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 25 aprile)

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