Il nesso tra parola e civiltà.

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Il nesso tra parola e civiltà in un saggio di Tullio Gregory edito da Olschki.

Tradurre significa comprendersi Arabi e bizantini ce lo insegnano.

La ricchezza degli scambi culturali nel secolo d’oro di Costantinopoli e Bagdad Il mediatore Hunain ibn-Ishaq fece conoscere i medici e i filosofi greci nel Califfato del IX secolo.

di Luciano Canfora.

Non vi è nulla di più sciocco della adozione del termine «Califfato» da parte dei banditi xenofobi e xenoctoni dell’Isis. Il vero Califfato, quello di Bagdad, con le sue diramazioni in Egitto, nel Nord Africa, nella Spagna meridionale, fu invece, nel IX secolo, un faro di cultura non solo tollerante, ma anche avido di aprirsi alle altre culture. Veicolo principale di tale scelta, che segnò il mondo arabo per vari secoli (prima che venisse travolto dalla violenza turca), fu la sistematica opera di traduzione. In pieno IX secolo, cioè in quello che fu il secolo «d’oro» anche per l’Impero bizantino oltre che per il Califfato di Bagdad, un grande interprete cui solo l’Enciclopedia Italiana tra le grandi enciclopedie occidentali dedica una voce, Hunain ibn-Ishaq (809-877), nato ad al-Hirah da famiglia nestoriana che parlava siriaco, tradusse, prima sotto il califfo al Mamun poi sotto al Mutawakkil, dal greco in siriaco e in arabo, i filosofi e i medici greci. Quei testi divennero, così, per la cultura araba, il germe di una originale filosofia e di un vivace e innovativo pensiero scientifico. Nel suo libro autobiografico “Sulle traduzioni siriache e arabe” di Galeno , Hunain descrive, tra l’altro, la sua pratica di studio, ed evoca Alessandria: metropoli che non cessò certo di essere un centro di cultura quando, alla metà circa del VII secolo, gli Arabi la conquistarono; al contrario fu terreno d’incontro tra le due culture. Scrive tra l’altro, Hunain a proposito del trattato di Galeno intitolato “Metodo terapeutico” : «Questi sono i libri alla cui lettura ci si dedicava nelle istituzioni mediche ad Alessandria; in particolare li si leggeva nell’ordine in cui li vengo esponendo io. Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura e interpretazione di un’opera principale, esattamente come ancora oggi i nostri amici cristiani sono soliti radunarsi negli stabilimenti dedicati allo studio, noti con il nome di Scuole , ogni giorno, per approfondire un’opera principale tra i libri degli antichi».È a ben vedere, la stessa pratica di studio collettivo intorno ad un testo rilevante che è documentata, negli stessi anni, nel cuore dell’Impero bizantino dal patriarca-umanista Fozio in una celebre e polemica lettera al Papa di Roma.Qualche decennio più tardi un altro ecclesiastico-umanista bizantino, Areta, cercava e otteneva libri greci dall’Egitto musulmano. Analoga traslazione della cultura greca questa volta verso l’Occidente avevano al tempo loro attuato, traducendo e creando così la letteratura latina, i Romani tra III e I secolo a.C. Quel che ha fatto Hunain verso il mondo arabo, nel campo della filosofia, lo avevano fatto nel I a.C. Lucrezio e Cicerone nell’Occidente parlante latino. A loro volta i Greci, ed è questo il punto di partenza del bel saggio di Tullio Gregory in uscita da Olschki Translatio Linguarum, “Traduzioni e storia della cultura”, non persero (almeno i più consapevoli) la certezza di aver imparato «traducendo» dai mondi mesopotamico ed egizio, con i quali erano stati in contatto sin da subito. Gregory, che in questo saggio traccia un profilo storico che giunge fino al rogo nazista dei libri «malsani», è da sempre un esploratore del nesso indissolubile tra parola e civiltà e perciò ha fondato, or sono cinquant’anni, il «Lessico intellettuale europeo»…
(Dal Corriere della Sera, 12/1/2016).

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