Il muro europeo dell’indifferenza

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L’Europa non sa più emozionare, dicono. Se fosse vero, sarebbe grave. Di sicuro, l’Europa non sa più emozionarsi: e non è meno grave. La tragedia a puntate nel Canale di Sicilia non viene percepita come un dramma comune. Non saranno agenzie come Frontex o programmi come Eurosur, da soli, a trovare le soluzioni per affrontare una migrazione epocale dall’Africa e dal Medio Oriente. Saremo noi, mezzo miliardo di europei. Ma gli europei per ora sanno poco, pensano in fretta, agiscono tardi.

L’anatomia continentale, in fondo, è semplice. Le istituzioni Ue rispondono – direttamente o indirettamente – alle opinioni pubbliche nazionali, le opinioni pubbliche nazionali rispondono ai propri occhi e alla propria pancia. Ciò che vedono e sentono è fondamentale. I soccorsi internazionali, dopo il terremoto dell’Aquila (2009), sono arrivati perché la comunità degli europei ha saputo, ha visto, ha capito e ha risposto. La distesa di bare posata oggi sulla porta dell’Europa – i morti accertati dopo i recenti naufragi sono più numerosi delle vittime in Abruzzo – non è bastata a smuovere gli uomini e le donne del continente. I cadaveri dei bambini che galleggiano nell’acqua non hanno toccato il cuore di irlandesi e olandesi, inglesi e polacchi, tedeschi e spagnoli.

L’America ha invece mantenuto la capacità di emozione collettiva. La lingua comune e alcuni media – dal New York Times ai network televisivi, da Usa Today a National Public Radio – hanno conservato una capacità di mobilitazione. Vent’anni fa, l’intervento in Somalia seguì alcune sequenze traumatiche in televisione; la risposta militare in Afghanistan è figlia delle immagini sconvolgenti dell’11 settembre. Un disastro naturale – pensate all’uragano Sandy, un anno fa – viene percepito come un problema federale; quindi, per definizione, collettivo. La risposta adeguata di Barack Obama, in quel caso, s’è rivelata fondamentale per la rielezione. La risposta inadeguata di George W. Bush all’uragano Katrina (2005) ha segnato quella presidenza.

In Europa non avviene. Emozioni e reazioni, punizioni e premi, sconfitte e vittorie: tutto è locale. Abbiamo messo insieme i mercati, non il cuore e il futuro. I media, diversi per lingua, sono divisi. Internet è potente e ubiqua, ma dispersiva: permette la parcellazione dei problemi e, quindi, delle risposte. Ognuno dei 28 Paesi dell’Unione è assorbito dalle proprie ansie: il deficit, la disoccupazione giovanile, il finanziamento del Welfare, i partiti xenofobi. Anche le migrazioni, certo: ognuno le sue. La Grecia guarda al confine turco. Germania e Polonia ai movimenti dall’Est. In Nord Europa e nelle isole britanniche discutono di migrazioni, in questi giorni. Ma non quelle in corso dall’Africa e dalla Siria attraverso il mare. Quelle attese di romeni e bulgari, che dal 1° gennaio potranno muoversi liberamente nella Ue.

Gli spagnoli, dieci anni fa, gridavano che i cadaveri marocchini sulle coste erano un dramma di tutti: nessuno li stava a sentire. Oggi tocca a noi sperimentare la sordità dell’Europa. Giorgio Napolitano ha ragione quando ricorda, angosciato, che nel Canale di Sicilia è in corso una tragedia collettiva, e tutti devono sentirsi coinvolti. Che malinconia: abbiamo bisogno di un uomo di 88 anni, che ha sperimentato dove conduce l’apatia europea, per ricordarci l’evidenza. Abbiamo messo in comune la moneta, non la coscienza. Ma sono le coscienze che cambiano la storia.




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