Il multilinguismo e la “democrazia linguistica”

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Il multilinguismo e la “democrazia linguistica”

Appena un anno fa, la Commissione europea presentò un’iniziativa per fornire microcrediti alle piccole imprese in un sito disponibile solo in tre lingue: inglese, francese e tedesco. Un anno dopo, la pubblicazione del nuovo bando di concorso dell’Ufficio di selezione del personale dell’UE (EPSO) che dovrebbe selezionare in tempi rapidi i futuri funzionari europei, ha riaffermato una discriminazione linguistica nei confronti dei madrelingua italiani sia nelle prove di concorso che nella stessa compilazione della domanda, la quale potrá essere presentata solo in francese, inglese e tedesco. Piú recentemente si riporta la decisione della Commissione di imporre il trilinguismo anche nel progetto di brevetto europeo, presentando questa scelta come una necessità dettata da motivazioni di risparmio economico con il fine di limitare le spese di traduzione. Si impone quindi il trilinguismo? E’ dunque ciò in contrasto con quanto previsto nei Trattati dell’Unione in merito al principio della pari dignità delle lingue? La risposta a tale domanda non è certo facilmente definibile ma le questioni da considerare in merito sono variegate e controverse. Se il multilinguismo è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea sin dall’inizio del processo di integrazione, allora legittimare il trilinguismo significa di fatto affermare che esistono lingue di serie A e lingue di serie B; ovviamente tale assunto non è fondato su alcun criterio oggettivo. Per questo motivo, lo scorso 13 luglio 2010 il Ministro italiano per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, nel corso dell’audizione alla Camera dei Deputati circa la discussione della relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2010 e sul programma di 18 mesi del Consiglio dell’Unione Europea presentato dalle Presidenze spagnola, belga e ungherese, ha ribadito che "l’Italia si oppone con fermezza a tali prassi, opponendosi sia a livello politico che in sede giurisdizionale". Se è ogni giorno piú evidente che lo studio di una o più lingue rappresenta un passaggio di fondamentale importanza per poter essere competitivi nel mondo del lavoro, accettare passivamente che in Europa metta radici un cartello linguistico destinato a favorire i madrelingua inglesi, francesi e tedeschi, solleva problematiche di natura identitaria e culturale che aggravano ulteriormente la situazione di sfiducia dei cittadini europei nei confronti delle istituzioni comunitarie. Il multilinguismo si converte allora in una questione basilare su cui si misura concretamente la volontà delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo di avvicinare l’Europa ai propri cittadini. Se infatti sia la Commissione che il Parlamento europeo si sono dotati di un Servizio linguistico tra i più performanti al mondo fin dal proprio insediamento, assumendo quale impegno quotidiano la difesa del plurilinguismo integrale, oggi sembra che tale approccio si sia affievolito a discapito di lingue, come l’italiano, il polacco e lo spagnolo, largamente diffusein tutto il continente. Da un’analisi svolta su un ampio numero di siti istituzionali della Commissione e delle altre istituzioni europee, è emerso che solo una parte minima dei contenuti è riprodotta in tutte le lingue e che la grande maggioranza dei documenti è disponibile solo in francese, inglese e tedesco. Nel caso dell’Italia, che vanta circa 70 milioni di madrelingua, tale situazione non solo indebolisce la giá precaria tutela della lingua di Dante, ma implica un mancato riconoscimento a livello politico e diplomatico di un paese che, oltre ad essere tra i fondatori dell’Unione Europea in nome del “sogno europeo di pace”, è inoltre anche uno dei maggiori contribuenti al bilancio comunitario. La problematica connessa alla difesa della lingua italiana tocca dunque anche aspetti importanti per il sistema economico-produttivo tipicamente italiano, di cui espressione fondamentale sono le piccole-medie aziende. Se da un lato la mancanza di un regime brevettuale europeo avrebbe costituito un serio ostacolo al completamento del mercato interno, per cui risultava necessario trovare soluzioni che andassero nella direzione di un sistema semplificato, realmente efficiente e utile per tutte le aziende, d’altro canto era imprescindibile evitare discriminazioni di geografia, dimensione, legislazioni nazionali o lingua. Allo stesso modo, in relazione ai criteri di selezione per i concorsi europei, è fondamentale evitare formule arbitrarie che rischiano di discriminare e ledere il principio di parità di trattamento. La Commissione europea ha tenuto perció ad assicurare, nello scorso maggio, che dal 2011 anche le prove di pre-selezione per i concorsi per funzionari europei si svolgeranno in tutte le 23 lingue dell’Unione e che da tempo Bruxelles si sta attrezzando per ampliare la scelta delle lingue nei concorsi europei. Nel frattempo, i vicepresidenti dell’Europarlamento Roberta Angelilli e Gianni Pittella hanno fatto appello al Mediatore europeo per "violazione del principio del multilinguismo, che dovrebbe essere riconosciuto e tutelato dall’Unione Europea" in una lettera inviata anche al Presidente della Commissione europea, al Commissario del Multilinguismo, al Presidente del Parlamento europeo e al presidente del Consiglio europeo con il fine di scongiurare che episodi del genere si ripetano ancora. In un contesto di pluriculturalità, di plurilinguismo, di libertà di espressione nel rispetto del colore della pelle, del sesso, della religione e delle idee politiche, l’intento di imporre il trilinguismo appare discriminatorio, aprendo la strada come in altre circostanze alla perdità di credibilità delle istituzioni europee e di tutte le strutture ad esse collegate. Se infatti la conoscenza, come lo scambio e l’incontro tra culture diverse, è uno strumento fondamentale per abbattere le frontiere e superare le divisioni, tuttavia l’identità linguistica continua a rappresentare in tutta Europa un mezzo di affermazione del proprio patrimonio culturale che non puó essere deligittimato. Garantire a tutti i giovani europei l’opportunità di studiare le lingue straniere e di poter apprendere e cogliere il meglio dalle diverse culture del mondo, rappresenta senza dubbio un passo fondamentale verso la crescita personale e un arricchimento formativo di portata immensa. Tuttavia, privare alcuni di essi della possibilitá di poter partecipare attivamente alla costituzione di una nuova Europa appare controproducente e in contrasto con tutti i valori portanti del progetto di fondo di integrazione europea. La coesistenza armoniosa di molte lingue in Europa è un simbolo forte dell’aspirazione dell’Unione Europea a essere unita nella diversità, uno dei fondamenti del progetto europeo. Le lingue definiscono le identità personali, ma fanno anche parte di un patrimonio comune; possono servire da ponte verso altre persone e dare accesso ad altri paesi e culture promuovendo la comprensione reciproca. Una politica di multilinguismo positiva può migliorare le opportunità nella vita dei cittadini: può aumentarne l’occupabilità, facilitare l’accesso a servizi e diritti e accrescere la solidarietà, grazie a un maggior dialogo interculturale e una migliore coesione sociale. Vista con questo spirito, la diversità linguistica può diventare una risorsa preziosa e non solo apparire un ostacolo alla comprensione reciproca. Sembra dunque che l’Unione Europea sia ancora immatura per farsi carico della promozione di una democrazia totale e completa, che sia non solo istituzionale, economica e politica, ma anche culturale e linguistica.

scritto da: Emilia Sannino (19/07/2010)

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