Il miracolo che può salvare l’unione

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L'EUROPA E LA CRISI

Il miracolo che può salvare l'unione

"Se una cosa non può andare avanti per sempre, prima o poi finirà". Lo ha detto un economista americano, Herb Stein. Era una battuta ironica, in parte, ma anche un avvertimento. L'umanità è portata a credere che certi fenomeni palesemente insostenibili siano destinati a perdurare – pensiamo all'Unione Sovietica, alla crescita del mercato immobiliare americano, alla cleptocrazia di Mubarak in Egitto. Sapevamo tutti che non potevano durare in eterno. Ma è stato uno shock vederne la fine. Ora tocca all'Europa.
L'estate scorsa, quando la crisi dell'euro sembrava ancora un problema valutario, ho avuto un colloquio con un politico italiano. Conveniva che le cose sarebbero giocoforza cambiate. Ovviamente Silvio Berlusconi non poteva durare in eterno. L'Italia non poteva certo continuare ad essere un paese ad alto debito e a bassa crescita e l'Europa a mantenere sistemi di sicurezza sociale insostenibili. Ma non sarebbe finita, diceva. Si sarebbe giunti ad un accordo, a un qualche compromesso sull'Europa e anche Berlusconi probabilmente sarebbe andato avanti, zoppicando. Oggi la grande opportunità per l'Europa sta proprio nel fatto che nessuno più reputa praticabile la via del compromesso. Nel 2011 la crisi dell'euro, da semplice problema monetario, è arrivata a mettere a repentaglio l'esistenza della stessa Unione Europea. Se l'euro dovesse crollare la sopravvivenza del mercato unico e della Ue sarebbe in forse. Al contrario, se l'Europa infine intraprenderà la via della riforma, potrebbe fare il miracolo.
Il problema immediato è ristrutturare la Grecia e costruire un sistema di sicurezza per isolare i paesi più solventi. Ma un paese chiave, forse il paese chiave, in questa drammatica vicenda è l'Italia. Troppo grande per essere oggetto di un salvataggio, troppo grande perché in sua assenza l'euro sopravviva. Il futuro dell'euro quindi, e forse dell'Ue stessa, potrebbe dipendere dall'Italia. L'Italia in realtà è un esempio del potenziale latente dell'Europa.
Il debito dell'Europa è, nel complesso, inferiore a quello americano e le finanze italiane non sono poi così disastrate. Il debito pubblico italiano sarà anche tra i più alti del mondo (si colloca al terzo posto) ma il deficit di bilancio è in procinto di essere azzerato entro il 2013. E poi l'Italia, finalmente, ha trovato un leader rispettabile in Mario Monti e vanta un settore privato tra i più dinamici del continente.
Ciò di cui l'Italia e l'euro hanno disperata necessità è una crescita più rapida. Attualmente la crescita è frenata dall'atteggiamento sadomasochista del continente che punta tutto sull'austerity. L'iniziativa della Bce di iniettare liquidità nel sistema finanziario ha aperto un'opportunità. Dato che i paesi più in difficoltà, Italia inclusa, non possono evitare i tagli al bilancio, la possibilità di crescita in Europa potrebbe dipendere in gran parte dalla disponibilità tedesca a promuoverla. A quanto pare Angela Merkel si sta lentamente muovendo in tale direzione. Ma per l'Italia in sé la via migliore è imporre le liberalizzazioni decise dal governo Monti.
Un giorno la storia dirà che il grande errore di Silvio Berlusconi fu la mancata liberalizzazione dell'economia attraverso riforme strutturali, con la conseguente cronicizzazione di un basso tasso di crescita e la perdita di competitività dei prezzi. Solo lo Zimbabwe e Haiti hanno registrato una crescita inferiore a quella italiana. Nel decennio 2000-2010 l'Italia era l'economia europea a minor tasso di crescita, la produttività era in calo e il costo del lavoro unitario è salito ben oltre i livelli tedeschi. Se il governo Monti saprà invertire questi dati sarà di esempio non solo per l'Italia, ma per l'Europa intera.
Le riforme strutturali e l'ulteriore liberalizzazione sono una necessità non solo nei paesi mediterranei ma in tutto il continente. L'Italia non è l'unico paese in cui i tassisti sono una categoria oggetto di eccessiva regolamentazione e i negozi hanno orari di apertura scomodi. Dopo tutto furono Germania e Francia a bloccare la direttiva Ue sui servizi voluta da Frits Bolkestein. Il rapporto dello stesso Monti alla Commissione Europea nel Maggio 2010 indicava l'urgente necessità di una maggiore concorrenza nell'ambito dei servizi per portare a completa realizzazione il mercato unico europeo. È positivo che oggi Monti sia in grado di farsi promotore di questa istanza a Bruxelles.
Un'Europa che sappia diventare un vero mercato unico sarà un continente forte, certo non un continente in declino. Va dato atto alla Merkel e a Monti di aver compreso la necessità di cambiamento. Molti altri si nascondono dietro alla tesi secondo cui il "liberalismo anglosassone" non è altro che un complotto per distruggere il modello sociale di sviluppo in Europa. A dire il vero, a ben guardare, gran parte delle proposte avanzate vanno in direzione opposta. Cos'ha a che fare con lo sviluppo la normativa spagnola sul lavoro, ad esempio, che porta il 40% dei giovani ad essere disoccupati?
L'altra accusa mossa a noi liberali anglosassoni è che la nostra visione dell'Europa prevede sempre meno Europa. È parzialmente vero. Di certo personalmente non anelo ad una dose maggiore di burocrazia da parte del Parlamento Europeo. Ma bisogna anche guardare in faccia la realtà, e la crisi dell'euro non è stata semplicemente una crisi legata alla competitività dei mercati. Ha assunto carattere istituzionale. E il prezzo da pagare inevitabilmente perché l'Europa sopravviva sarà un futuro con più, non meno Europa, soprattutto per i paesi membri dell'eurozona.
Non intendo con questo la piena unione fiscale, ma appare inevitabile un sistema di eurobond, emessi esclusivamente dai paesi che soddisfano determinati requisiti. Dal punto di vista tedesco solo così è possibile usare il bastone e la carota con i paesi dell'Europa meridionale. Comportatevi bene e avrete prestiti a basso tasso di interesse.
Un Europa più coesa sembra quindi inevitabile. Resta il difficile problema dei britannici, come dimostra lo sciagurato veto posto in dicembre da David Cameron ad un nuovo trattato a 27. Purtroppo molti britannici vogliono uscire dall'Unione Europea e molti europei, soprattutto a Parigi, ne sarebbero ben lieti. In realtà uscire dall'Ue sarebbe una tragedia per la Gran Bretagna, e avrebbe risvolti negativi per l'Europa, perché implicherebbe un indebolimento delle forze favorevoli alla liberalizzazione, tanto necessarie all'Unione. La Merkel propende, giustamente, a mantenere la Gran Bretagna nell'Ue proprio per questo motivo.
Se l'euro sopravvive sarà forse inevitabile un'Europa a più velocità. Ma non dovrà trasformarsi in un'Europa divisa, in cui alcuni sono trattati alla stregua di cittadini di seconda classe, che gli altri possono tranquillamente ignorare. Le tematiche legate al mercato unico e al sistema fiscale, dovranno essere affrontate come oggi da tutti e 27 gli stati membri, non tra i 17 dell'eurozona.
Un'Europa del genere sarà decisamente diversa da quella che esisteva solo un anno fa. Sarà più integrata, ma anche più aperta e infinitamente più dinamica. Sarà forse un'Europa un po' più intransigente e più realistica e ci sarà sempre chi rimpiangerà i bei tempi in cui prestazioni sociali e redditi aumentavano inesorabilmente e i governi erano pigri. Ma quell'Europa non poteva durare per sempre. Doveva finire. Oggi più che mai l'Europa deve concentrare gli sforzi per costruire un futuro realistico, senza cullarsi nel ricordo di un passato irrealistico.

di JOHN MICKLETHWAIT – direttore del settimanale "The Economist"
(Traduzione di Emilia Benghi)

la Repubblica, pag 1
30/01/2012




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