Il mercato premia l’Europa unita

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L'unione fa la forza. Anche nell'era della iper-finanza, alla fine restano i principi di buon senso gli unici veramente convincenti. Così ogni volta che l'Europa muove un passo verso una maggiore integrazione, gli investitori ne fanno uno di pari intensità verso l'Europa. Ieri il Vecchio continente ha mosso un nuovo passo in avanti: il fondo salva-Stati Esm ha emesso il suo primo bond.
A giugno-luglio era statala Bce, annunciando lo scudo anti-spread, a convincere i fondi e le banche del mondo intero che non dovevano fuggire dal Vecchio continente: da allora le Borse europee hanno recuperato il 25% e lo spread Italia-Germania si è dimezzato. A metà dicembre è stato il primo passo verso l'unione bancaria, mosso affidando alla Bce la supervisione sulle 200 maggiori banche, a infondere negli investitori internazionali una maggiore fiducia: da allora le banche europee hanno guadagnato in Borsa l'8,9% (grazie anche all'allentamento di Basilea3). Certo, il rally è causato anche dal crescente appetito per il rischio degli investitori mondiali: ma questo è conseguenza, almeno in parte, delle minori tensioni nel Vecchio continente.
Ieri l'Europa, in sordina, ha mosso un altro passo in avanti: il fondo Esm, snodo centrale di tutti i meccanismi di salvataggio di banche e Stati europei, ha emesso le sue prime obbligazioni. Il fondo Esm è quello a cui uno Stato in crisi deve chiedere aiuto se vuole “attivare” lo scudo anti-spread della Bce. Ed è quello che, una volta nata l'unione bancaria, potrà ricapitalizzare direttamente le banche. Le sue prime emissioni di bond, dunque, rappresentano l'ennesimo tassello di un puzzle che deve ancora essere composto, ma che – rispetto a soli sei mesi fa – inizia a mostrare al mondo intero la sua fisionomia: quella di una maggiore integrazione europea.
Questi sono solo piccoli assaggi, che dimostrano in parte quanto potrebbe essere forte il Vecchio continente se fosse veramente unito. Se esistessero, gli Stati Uniti d'Europa sarebbero infatti ben più solidi degli Stati Uniti d'America: il debito pubblico sarebbe pari al 91,6% del Pil (dati Bce), contro il 104,8% negli Usa (che sale al 122% se si considerano i debiti delle amministrazioni locali come si fa in Europa). Il deficit in Europa sarebbe pari alla metà di quello statunitense: 3,6% del Pil, contro il 7,3% oltreoceano. Questo significa che se l'Europa esistesse davvero, avrebbe molte risorse in più per far ripartire il motore dell'economia. Ma quanto potrebbe essere forte l'Europa, se fosse più unita, lo dimostra soprattutto il comportamento degli investitori ad ogni passo in avanti mosso verso l'integrazione. Dall'annuncio dello scudo anti-spread della Bce, primo vero passo credibile per evitare la dissoluzione dell'euro, flussi enormi di capitali sono infatti tornati nel Vecchio continente. I fondi monetari americani certifica Fitch – hanno aumentato l'esposizione sulle banche europee in maniera vistosa: a fine novembre (ultimo dato disponibile) era pari al 13,7% del loro portafoglio totale, il che rappresenta un aumento dell'8% rispetto ad ottobre. In Spagna secondo i dati BoP – solo a settembre sono entrati 29,7 miliardi di euro di nuovi capitali, dopo l'emorragia dei mesi precedenti. E l'intera Europa ha attratto una parte di quei capitali che prima erano fuggiti. Questo, oltre a far risalirei mercati finanziari, potrebbe migliorare la vita degli europei. Un solo esempio chiarisce l'idea: i tassi d'interesse medi dei mutui, secondo i dati diffusi ieri dalla Bce, sono scesi in Europa a novembre al minimo storico (3,40%). Purtroppo il beneficio è ancora blando in Italia (i tassi sui mutui sono al 4,85%). Ma il miglioramento, lento, c'è anche qui.

Morya Longo
Il Sole 24 Ore – 09/01/2013




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