IL MEDITERRANEO IN FIAMME E L’EUROPA GUARDA ALTROVE

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IL MEDITERRANEO IN FIAMME E L’EUROPA GUARDA ALTROVE

di GIUSEPPE SARCINA

Tra sponda sud del Mediterraneo, il coinquilino più stretto dell’Unione Europea, vive, da mesi, una condizione di conflitto permanente. L’Europa, però, non sembra allarmarsene. Forse perché gli interessi economici vitali, fornitura di gas e petrolio in testa, appaiono in sicurezza.
L’Egitto è a un passo dalla guerra civile. La Libia, probabilmente, non ne è ancora uscita (e non parliamo della Siria). Anche dalla Tunisia arrivano segnali inquietanti: il fronte laico va riorganizzandosi per rovesciare il governo di Ennahda, non si capisce se pacificamente, cercando di ricreare lo spirito e l’entusiasmo della Rivoluzione dei Gelsomini, o con un colpo all’egiziana, facendo leva sull’esercito.
La sponda sud del Mediterraneo, il coinquilino più stretto dell’Unione europea, vive, ormai da mesi, una condizione di conflitto permanente. L’Europa, però, non sembra allarmarsene. Forse perché gli interessi economici vitali, fornitura di gas e petrolio in testa, appaiono in sicurezza. Il caso libico è esemplare: la piena conferma dei contratti con le grandi multinazionali, Eni compresa, è l’unica certezza in un Paese lacerato dai conflitti tribali e ancora lontano da una qualche stabilizzazione. Lo stesso ragionamento vale per affari più laterali e di scala più ridotta E proprio di ieri la notizia che la casa farmaceutica Recordati (sede a Milano) ha acquisito, versando 37 milioni di euro,
la Opalia Pharma, terza azienda del settore in Tunisia. Presto o tardi anche le società di costruzione, di telecomunicazioni eccetera, torneranno ai livelli di business raggiunti negli anni delle dittature nordafricane.
Ma sul piano politico, delle relazioni internazionali, le cose stanno in maniera molto diversa. L’emozione, il coinvolgimento suscitati dalle Primavere arabe sono ormai evaporati nell’opinione pubblica europea. In parallelo gli organismi di Bruxelles e i singoli governi hanno via via smarrito il filo del discorso, perdendo l’aggancio con le realtà emergenti nel Maghreb e nel Medio Oriente. Appare completamente fallito il dialogo-confronto con le espressioni dell’islamismo politico-sociale: i Fratelli Musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia, altre formazioni in Libia. La politica europea pensava di trovarsi di fronte una riedizione araba della Dc italiana o della Cdu tedesca. Ma era un abbaglio, un colossale errore di valutazione che, purtroppo, è durato quasi due anni. Ripristinate le forniture petrolifere, tamponati in qualche modo i flussi di immigrati, i governi occidentali hanno tranquillamente abbandonato agli islamici moderati, le società arabe, quei giovani, quelle donne che avevano ammirato nell’indimenticabile 2011, pensando che Morsi potesse essere davvero un piccolo Adenauer.
La turbolenta estate del 2013 ci ha riportato con i piedi per terra. Dovremmo tornare a fare politica con l’altra riva del Mediterraneo. Il punto, però, è che la diplomazia europea continua ad affidarsi a schemi chiaramente inadeguati. Basta leggere l’ultima dichiarazione sull’Egitto rilasciata dall’Alto rappresentante per la politica estera europea, la britannica Catherine Ashton il 14 luglio scorso. E una pagina di belle esortazioni, inviti all’esercito egiziano (il dominus del Paese) a costruire un sistema democratico con «checks and balances» (pesi e contrappesi). Peccato che al Cairo il comandante dell’esercito, il generale Abdel Fattah ElSisi stia lanciando un appello alla popolazione per dare la caccia ai Fratelli Musulmani, non certo una convention sui «checks and balances». Sta per scorrere altro sangue in Egitto. Di fronte a un’Europa indifferente o incapace di andare oltre lezioncine di democrazia formale non richieste e, soprattutto, non ascoltate dai governanti del Cairo, come di Tunisi, Tripoli, Damasco.
(Dal Corriere della Sera, 25/7/2013).




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