Il matrimonio richiede fedeltà alle parole

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di Paolo Granzotto

L’angolo di Granzotto

Il matrimonio richiede fedeltà alle parole

Caro Granzotto, sorprendentemente (almeno per me) uno dei temi più dibattuti di questa campagna elettorale è il matrimonio fra gay. Ma è così importante per i gay scambiarsi l’anello, pronunciare il «sì», unirsi in matrimonio e alla fine baciare lo sposo? Lei da che parte sta?
Rolando Ferri e-mail

Dalla parte del matrimonio, caro Ferri. Intendo dire matrimonio senza altre aggiunte. Una scelta, la mia, non necessariamente motivata da ragioni etiche, religiose o antropologiche.
Semplicemente dalla fedeltà e rispetto alla parola. Che per dirla con Carlo Levi è pietra. Qualsiasi parola. E dunque anche alla parola «matrimonio». Non si ergono barricate attorno alle parole «costituzione», «democrazia» o «diritti»? Io la innalzo attorno a «matrimonio». Che trae dal latino «matrimonium», a sua volta composto da «mater» (madre, genitrice) e dal suffisso «munus» che indica l’agente, l’azione. Il còmpito . Il matrimonio è dunque il «còmpito della madre».
Quello di procreare in unione naturale col marito, di dare alla luce una vita perpetuando la specie. Essendo «còmpito del padre» il «patrimonium», ovvero provvedere (le femministe mi perdonino, ma l’etimologia non concede sconti) al sostentamento della famiglia formatasi col matrimonio.
Detto questo, caro Ferri, detto tutto. Mi cavo il cappello di fronte alle alternative offerte alle coppie gay per «avere» un bambino. Ma a tutte manca, per forza di cose, l’equilibrio che fa di una unione fisica, sentimentale e morale un «matrimonium». Riservato, per tanto, a una coppia composta da donna e uomo. Che poi le coppie omosessuali «di fatto» possano avvantaggiarsi delle medesime spettanze, benefici e privilegi civili della coppia eterosessuale, questo mi sembra, diciamo pure doveroso. Prendere atto – che piacciano o meno – dei mutamenti sociali e dei ragionevoli problemi che essi pongono è l’abbiccì del vivere civile.
(Da Il Giornale, 13/2/2013).




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